Comunicati stampa
7 ottobre 2026
9° Rapporto GIMBE: diritto alla salute sempre più condizionato da reddito e residenza. Negli ultimi 4 anni € 18,8 miliardi di “tagli invisibili”. Finanziamento e previsioni di spesa: divario di € 32,3 miliardi nel triennio 2027-2029. Senza nuove risorse, il conto ricadrà su Regioni e cittadini. Personale: € 36,8 miliardi in meno rispetto al 2012. Un medico su 4 e un infermiere su 5 non lavorano nel SSN. Spesa: nel 2025 € 42,4 miliardi a carico delle famiglie. PNRR Salute: target finali rendicontati all’Europa, ma mancano dati pubblici per una verifica completa. Piano di Rilancio del SSN: da GIMBE 16 linee di intervento per valutare i programmi elettorali
«Il SSN continua a garantire buoni esiti di salute, in particolare un’elevata aspettativa di vita e una bassa mortalità evitabile, ma ha perso la capacità di erogare prestazioni in modo equo e tempestivo. Il sottofinanziamento strutturale, le diseguaglianze territoriali e sociali e la profonda crisi del personale stanno progressivamente erodendo i princìpi di universalità, uguaglianza ed equità. Queste criticità non cancellano il diritto alla tutela della salute, ma ne compromettono l’effettiva esigibilità, sempre più condizionata dal CAP di residenza e dalle condizioni economiche: oggi chi può paga, chi non può aspetta o rinuncia a visite ed esami». Così Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE, ha aperto la presentazione del 9° Rapporto sul Servizio Sanitario Nazionale (SSN) presso la Sala della Regina della Camera dei Deputati.
Il 9° Rapporto GIMBE fotografa lo “stato di salute” del SSN analizzando finanziamento pubblico e riparto delle risorse alle Regioni, spesa sanitaria, Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), sprechi e inefficienze, personale sanitario, Missione 6 Salute del PNRR e ruolo del privato in sanità. Il Rapporto aggiorna e amplia inoltre il Piano di Rilancio del SSN: una cornice strategica che, a partire dalle criticità documentate, individua le priorità per rafforzare e innovare il SSN.
Finanziamento pubblico: nel 2023-2026 € 18,8 miliardi di “tagli invisibili”. Nel periodo 2023-2026 il Fondo Sanitario Nazionale (FSN) è aumentato di € 17,5 miliardi, passando da € 125,4 miliardi del 2022 a € 142,9 miliardi nel 2026. Il quadro cambia però se il finanziamento è rapportato alla ricchezza prodotta dal Paese: nel 2022 il FSN rappresentava il 6,27% del PIL; negli anni successivi la quota si è mantenuta intorno al 6%, con l’eccezione del 6,14% del 2026 (figura 1). Se nel periodo 2023-2026 il rapporto FSN/PIL fosse rimasto costante al livello del 2022, il SSN avrebbe avuto a disposizione € 18,8 miliardi in più (figura 2). «Il finanziamento nominale è certamente aumentato – spiega Cartabellotta – ma si è ridotta la quota di ricchezza nazionale destinata al SSN. È il fenomeno dei “tagli invisibili”: non tagli nominali, ma risorse inferiori rispetto a quelle che il SSN avrebbe ricevuto mantenendo invariato il rapporto FSN/PIL del 2022». E c’è un altro dato da non trascurare: dal 2010 al 2026 il FSN nominale è cresciuto di € 37,5 miliardi ma, al netto dell’inflazione generale ISTAT, nel 2026 il finanziamento è sostanzialmente tornato ai livelli del 2010. «Nel frattempo – continua il Presidente – sono aumentati i bisogni di una popolazione che invecchia e i costi delle innovazioni farmacologiche e tecnologiche. Limitarsi a comunicare i miliardi stanziati non basta a dimostrare che il SSN sia adeguatamente finanziato».


Confronti internazionali: Italia ultima nel G7 per spesa sanitaria pubblica pro-capite. Nel 2025 la spesa sanitaria pubblica italiana si attesta al 6,2% del PIL, contro il 7,1% della media OCSE. La spesa pubblica pro-capite è pari a $ 3.952 a parità di potere d’acquisto: $ 909 in meno della media OCSE e $ 1.013 in meno della media europea. «Un divario – commenta Cartabellotta – rapportato ai quasi 59 milioni di residenti supera i € 36 miliardi. Una voragine scavata negli ultimi 15 anni da Governi di ogni colore, che anno dopo anno ha allontanato l’Italia dal resto d’Europa». Tra i Paesi del G7, l’Italia è fanalino di coda per spesa sanitaria pubblica pro-capite. La spesa diretta pro-capite delle famiglie supera invece la media OCSE del 12,3%, mentre quella intermediata è inferiore del 43,7% (tabella 1): al minore investimento pubblico corrisponde una minore protezione finanziaria delle famiglie, più esposte al pagamento diretto delle cure.

Documento Programmatico di Finanza Pubblica (DPFP) 2026: il banco di prova per gli anni 2027-2029. Il DPFP 2026, approvato il 2 ottobre, prevede una spesa sanitaria in aumento in termini nominali, ma in calo dal 6,4% del PIL nel 2026 al 6,3% nel 2027-2029 (tabella 2). Le stime confermano che non c’è alcuna inversione di tendenza: al contrario, la quota di ricchezza del Paese destinata alla sanità si riduce. Inoltre, nel triennio 2027-2029 si amplia ulteriormente la forbice tra previsioni di spesa ed entità del FSN: € 7,6 miliardi nel 2027, € 10,7 miliardi nel 2028 e € 14 miliardi nel 2029 (figura 3), per un divario cumulativo di € 32,3 miliardi. «Poiché spetta allo Stato garantire il finanziamento dei LEA – osserva Cartabellotta – il nodo è capire con quali risorse verrà colmato questo divario. In assenza di ulteriori stanziamenti, ricadrà interamente sui bilanci delle Regioni, che per mantenere i conti in ordine avranno due sole possibilità: aumentare le imposte o tagliare i servizi. In entrambi i casi, il costo ricadrà ancora una volta sui cittadini».


Riparto del FSN: criteri non allineati ai bisogni di salute. Nel 2025 il riparto del FSN indistinto assegna in media € 2.218 per abitante, con valori compresi tra i € 2.319 del Molise e i € 2.143 della Provincia autonoma di Bolzano. La Campania, con € 2.173, riceve la quota pro-capite più bassa tra le Regioni a statuto ordinario (figura 4). «Il caso della Campania – rileva Cartabellotta – è emblematico dei limiti dell’attuale sistema: la Regione più giovane d’Italia riceve meno risorse pro-capite della media nazionale, nonostante condizioni socio-economiche sfavorevoli e una speranza di vita alla nascita quasi tre anni inferiore a quella della Provincia autonoma di Trento. Le correzioni introdotte a partire dal 2023 restano marginali: mortalità precoce e deprivazione socio-economica pesano appena lo 0,75% ciascuna».

Spesa sanitaria: € 42,4 miliardi a carico delle famiglie, crescono fondi e assicurazioni. Nel 2025 la spesa sanitaria totale è di € 190,1 miliardi: € 140,8 miliardi di spesa pubblica, € 42,4 miliardi a carico delle famiglie e quasi € 7 miliardi intermediati da fondi sanitari, assicurazioni e altri soggetti (figura 5). Rispetto al 2024, la spesa out-of-pocket diminuisce dell’1% (- € 434 milioni), mentre quella intermediata cresce del 10,1% (+ € 642 milioni). In particolare, quella per assicurazioni sanitarie volontarie aumenta del 12,7%, passando da € 4,69 a € 5,29 miliardi (tabella 3). «Se il servizio pubblico arretra – puntualizza Cartabellotta – fondi e assicurazioni rischiano di diventare una corsia preferenziale per chi dispone di una copertura. Servono regole, trasparenza e vigilanza affinché la sanità integrativa completi le tutele del SSN, senza sostituirle né ampliare le diseguaglianze».


Accessibilità alle cure e protezione finanziaria: 5,8 milioni di persone rinunciano a visite ed esami. Nel 2024 oltre 5,8 milioni di persone, pari al 9,9% della popolazione, hanno dichiarato di aver rinunciato a una o più visite o esami, rispetto al 7,6% del 2023: circa 4 milioni hanno rinunciato per i lunghi tempi d’attesa e 3,1 milioni per motivi economici, potendo indicare entrambe le cause. «Quando tempi d’attesa, disponibilità economiche e luogo di residenza condizionano l’accesso alle prestazioni sanitarie – afferma Cartabellotta – è in gioco la tenuta del patto sociale. Una prestazione garantita sulla carta, ma inaccessibile nella realtà, lascia il cittadino da solo di fronte al proprio bisogno di salute».
La spesa out-of-pocket non è un indicatore affidabile delle mancate tutele pubbliche. Da un lato, non intercetta le prestazioni a cui le persone rinunciano per indisponibilità economica; dall’altro, include spese per prestazioni extra-LEA e per beni e servizi a basso valore. «In questo contesto – sottolinea Cartabellotta – il SSN deve garantire cure accessibili e proteggere le famiglie dalle conseguenze economiche della malattia. Le rinunce a visite ed esami restano fuori dal conto della spesa, ma alimentano bisogni di salute insoddisfatti: è un “debito sanitario” che genera “interessi” di salute, economici e sociali».
LEA: più Regioni “promosse”, ma i divari restano. Nel 2024 18 Regioni e Province autonome su 21 risultano adempienti ai LEA, contro le 13 del 2023 (tabella 4). Tuttavia, 6 delle 18 Regioni “promosse” presentano almeno una macro-area con un punteggio compreso tra 60 e 69 (tabella 5) e, nello stesso anno, aumenta la quota di popolazione che rinuncia a visite o esami (figura 6). «La pagella ministeriale migliora – sottolinea Cartabellotta – ma non misura l’effettiva esigibilità dei LEA. Una Regione può così risultare formalmente adempiente, mentre una parte dei cittadini incontra difficoltà nell’accesso alle cure. Per questo bisogna misurare anche chi resta fuori, riceve risposte tardive o incomplete oppure rinuncia alle prestazioni». Le diseguaglianze territoriali sono confermate anche dalla mobilità sanitaria interregionale, che nel 2023 ha raggiunto € 5,15 miliardi, il valore più elevato dal 2010 (figura 7). «Finalmente – commenta Cartabellotta – dal 30 ottobre 2026 saranno in vigore i LEA aggiornati, dopo un’attesa di quasi 10 anni. Tuttavia, inserire una nuova prestazione nei LEA non equivale a renderla accessibile a tutti: bisogna garantire che le Regioni siano effettivamente in grado di erogarla in modo tempestivo e uniforme».




Spesa per il personale sanitario: in 13 anni € 36,8 miliardi in meno rispetto al 2012. Nel 2025 la spesa per il personale dipendente e convenzionato ammonta a € 52,2 miliardi, ma la sua incidenza sulla spesa sanitaria pubblica è scesa dal 39,7% del 2012 al 36,9% (figura 8). Se questa quota negli anni fosse rimasta invariata, nel periodo 2012-2025 sarebbero stati destinati al personale € 36,8 miliardi in più, di cui € 23,9 miliardi nel periodo 2020-2025 (figura 9). Non si tratta di un taglio nominale, ma della differenza cumulativa rispetto a uno scenario ipotetico. «Il capitale umano è indispensabile per trasformare le risorse in assistenza – spiega Cartabellotta – ma il SSN ha perso attrattività: i professionisti non si trattengono con gli appelli. Servono retribuzioni competitive, condizioni di lavoro compatibili con la vita privata e prospettive di carriera».


Personale sanitario: molti medici, pochi infermieri e un SSN sempre meno attrattivo. Secondo l’OCSE, l’Italia dispone di 5,8 medici per 1.000 abitanti (media OCSE: 4,0) e si colloca al 2° posto tra i 34 Paesi che forniscono il dato (figura 10). Tuttavia, dei 339.256 medici censiti dall’OCSE, almeno 88.258 (26,1%) non lavorano nel SSN né frequentano percorsi formativi post-laurea. «Se oltre 1 medico su 4 – afferma Cartabellotta – non lavora nel SSN né è inserito in percorsi formativi post-laurea, è evidente che il servizio pubblico fatica sempre più ad attrarre e trattenere i medici. Aumentare i posti nei Corsi di Laurea di Medicina non garantisce quindi più medici al SSN, in particolare nelle specialità e nei territori dove servono». Secondo i dati della Ragioneria Generale dello Stato (RGS), nel 2024 i medici dipendenti del SSN sono 108.243, pari a 1,84 medici per 1.000 abitanti, con valori compresi tra 1,35 del Molise e 2,56 della Sardegna (figura 11). Le carenze si concentrano in alcune specializzazioni e nell’assistenza primaria: al 1° gennaio 2025 la Fondazione GIMBE stima un deficit di 5.716 medici di medicina generale (MMG), assumendo come riferimento il rapporto ottimale di un medico ogni 1.200 assistiti (figura 12), e di 497 pediatri di libera scelta (PLS), il 78,7% dei quali concentrato in Lombardia, Piemonte e Veneto (figura 13).




Per gli infermieri il problema è innanzitutto quantitativo: l’Italia ne conta 6,9 ogni 1.000 abitanti contro 9,7 della media OCSE, una dotazione inferiore del 29% (figura 14). Tuttavia, dei 407.750 infermieri censiti dall’OCSE, almeno 79.926 (19,6%) non lavorano nel SSN. «Alla grave carenza di personale infermieristico – spiega il Presidente – si aggiunge il fatto che 1 infermiere su 5 non lavora nel SSN: un ulteriore segnale delle difficoltà del servizio pubblico ad attrarre e trattenere questi professionisti». Secondo i dati della RGS, nel 2024 gli infermieri dipendenti del SSN sono 279.990, pari a 4,75 per 1.000 abitanti, con valori compresi tra 3,75 della Lombardia e 6,78 della Liguria (figura 15). Anche formazione e retribuzioni restano indietro: 19,5 laureati in infermieristica ogni 100 mila abitanti contro 43,6 della media OCSE (figura 16) e retribuzioni degli infermieri ospedalieri inferiori del 27% a parità di potere d’acquisto (figura 17). Il risultato è uno squilibrio strutturale tra le due professioni: 1,2 infermieri per medico, la metà della media OCSE (2,4), con l’Italia al 30° posto su 33 Paesi (figura 18, tabella 6).






Il fenomeno dei “gettonisti”. Nel biennio 2024-2025 il valore dei contratti per servizi di fornitura di personale ha raggiunto € 1,06 miliardi; nel 2025 la spesa è cresciuta del 15% e il valore dei contratti specificamente riferiti al personale medico è aumentato del 62% rispetto al 2024 (tabella 7). «Lo stop normativo ai “gettonisti” – osserva Cartabellotta – non riporta automaticamente medici e infermieri nei reparti: deve essere accompagnato da misure capaci di reclutare e trattenere i professionisti nel SSN, altrimenti si rischia di lasciare scoperti servizi essenziali».

Privato in sanità: distinguere gli erogatori accreditati dal “privato puro”. Nel 2023, delle 29.386 strutture sanitarie censite dal Ministero della Salute, il 58% (n. 17.042) sono private accreditate e il 42% pubbliche (n. 12.344) (tabella 8). Il peso del privato accreditato è particolarmente rilevante nell’assistenza residenziale (85,1%), riabilitativa (78,4%), semi-residenziale (72,8%) e specialistica ambulatoriale (59,7%) (figura 19). Nel 2025 la spesa sanitaria pubblica destinata al privato convenzionato ha raggiunto € 29,4 miliardi, con un aumento del 25,9% rispetto al 2012. Tuttavia, nel 2025 la sua incidenza sulla spesa sanitaria pubblica è scesa al 20,8%, il valore più basso del periodo 2012-2025 (figura 20). «Il privato convenzionato – spiega Cartabellotta – è parte integrante del SSN, ma bisogna rafforzare la governance pubblica per allineare accreditamento, volumi e remunerazione ai bisogni di salute e alla qualità dell’assistenza». Diversa è la dinamica del “privato puro”: la spesa out-of-pocket tracciata dal Sistema Tessera Sanitaria presso le strutture non accreditate è aumentata del 169%, passando da € 3,05 miliardi nel 2016 a € 8,2 miliardi nel 2024. Nello stesso periodo quella presso le strutture accreditate ha raggiunto anch’essa € 8,2 miliardi. «Numeri che documentano la progressiva espansione di un “secondo binario” dell’offerta sanitaria – precisa Cartabellotta – riservato a chi può pagare o dispone di un fondo sanitario o di una polizza assicurativa».



PNRR Salute: obiettivi rendicontati, ora verificare l’impatto sulle cure. Il 29 settembre 2026 il Governo ha trasmesso alla Commissione europea la decima e ultima richiesta di pagamento del PNRR, che per la Missione 6 Salute include nove target e una milestone, ora in attesa della validazione europea. Il monitoraggio indipendente GIMBE sulle evidenze pubblicamente disponibili (tabella 9) mostra che il raggiungimento degli obiettivi non è integralmente verificabile: per 3 di essi è verificabile il rispetto dei requisiti previsti, mentre per gli altri 7 mancano evidenze pubbliche sufficientemente dettagliate. Ciò non implica il mancato raggiungimento dei target, ma non consente di verificarne integralmente il conseguimento in maniera indipendente. «In ogni caso – precisa Cartabellotta – la validazione europea di tutti i target non potrà dimostrare, da sola, che il PNRR abbia migliorato l’assistenza sanitaria. Dal 2027 bisognerà verificare se i servizi sono realmente operativi, se dispongono di personale adeguato e quale impatto producono su accesso, esperienza dei pazienti, esiti di salute ed efficienza del SSN». Conclusa la rendicontazione amministrativa, la Fondazione GIMBE invita le Istituzioni a garantire un monitoraggio pubblico continuo dell’impatto della Missione 6 Salute, con pubblicazione almeno semestrale di dati in formato aperto.

Il Piano di Rilancio del Servizio Sanitario Nazionale. Il Rapporto aggiorna il Piano di Rilancio del SSN della Fondazione GIMBE: 16 linee di intervento per orientare e monitorare le politiche di Governo e Regioni. Serve una strategia organica che integri un finanziamento pubblico adeguato ai bisogni di salute, una governance Stato-Regioni capace di ridurre i divari, l’aggiornamento continuo e l’uniforme esigibilità dei LEA, il rilancio delle politiche sul personale sanitario, il potenziamento del territorio e l’integrazione con ospedale e servizi sociali, la riduzione di sprechi e inefficienze, la governance del rapporto pubblico-privato, il riordino della sanità integrativa e gli investimenti in prevenzione, ricerca e digitalizzazione. Il Piano rafforza inoltre l’attenzione alla sicurezza e alla manutenzione del patrimonio edilizio e tecnologico, ai dati aperti e alla partecipazione dei cittadini. «Nel 2027 – spiega il Presidente – il Piano di Rilancio sarà il nostro riferimento per analizzare i programmi sulla sanità di tutte le forze politiche alle prossime elezioni. Perché i cittadini hanno il diritto di conoscere azioni e omissioni della politica nella tutela della loro salute».
«A quasi 48 anni dall’istituzione del SSN – conclude Cartabellotta – il diritto alla tutela della salute rimane fondamentale sulla Carta, ma è sempre meno esigibile nella vita reale. Un’involuzione che indebolisce i princìpi di universalità ed equità: disponibilità economiche e luogo di residenza condizionano l’accesso alle cure, ampliando il divario tra chi può pagare e chi è costretto ad attendere o a rinunciare. Il SSN continua formalmente a funzionare, ma perde progressivamente la capacità di garantire cure accessibili a tutti, mettendo a rischio il patto sociale tra cittadini e istituzioni. La crisi del SSN non è più solo un problema sanitario, ma ha ricadute sulla tenuta economica e sociale del Paese. La politica deve quindi chiarire quale modello di sanità intende lasciare alle future generazioni e con quali risorse e riforme renderlo concreto. Per la Fondazione GIMBE, rilanciare il SSN è un imperativo etico: significa preservare uno strumento di democrazia e coesione sociale e una leva per lo sviluppo economico del Paese. È attraverso il SSN che la Repubblica rende concreto il principio di uguaglianza tra le persone: la salute non è un privilegio riservato a chi può permetterselo, ma un diritto costituzionale che deve essere garantito a tutti».
Versione integrale del 9° Rapporto GIMBE: www.salviamo-ssn.it/9-rapporto
Piano di Rilancio del SSN: www.salviamo-ssn.it/salviamo-ssn/piano-di-rilancio
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23 settembre 2026
Cure Essenziali 2024: quasi tutte le Regioni “promosse”, 18 su 21 superano la soglia minima. Ma nello stesso anno le rinunce a visite o esami salgono dal 7,6% al 9,9%. GIMBE: «l’asticella è troppo bassa e la “pagella” ignora le persone a cui viene negato il diritto alla salute»
Nel 2024 quasi tutte le Regioni e Province autonome superano la “pagella” ministeriale sui Livelli Essenziali di Assistenza (LEA): 18 su 21. Nello stesso anno, però, quasi 5,8 milioni di persone hanno rinunciato ad almeno una visita o un accertamento diagnostico prescritti dal medico.
«Sono due fotografie solo apparentemente contraddittorie. Se nel 2024 quasi tutte le Regioni – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – vengono “promosse” mentre aumentano la spesa privata e le rinunce alle prestazioni sanitarie, non possiamo concludere che la sanità sia improvvisamente migliorata. Significa piuttosto che la “pagella” ministeriale ha una capacità molto limitata nel misurare l’effettiva esigibilità dei LEA da parte dei cittadini».
Dal 2020 la verifica dell’erogazione dei LEA utilizza il Nuovo Sistema di Garanzia (NSG), articolato in 88 indicatori. La “pagella” 2024 si basa su un sottoinsieme di 27 indicatori CORE. Per ciascuna delle tre macro-aree – prevenzione collettiva e sanità pubblica, assistenza distrettuale e assistenza ospedaliera – ogni Regione ottiene un punteggio da 0 a 100, calcolato come media ponderata degli indicatori di ciascuna area. Per essere considerata adempiente deve raggiungere almeno 60 punti in tutte e tre le macro-aree.
Lo scorso 10 luglio il Ministero della Salute ha pubblicato la sintesi del “Monitoraggio dei LEA attraverso gli indicatori CORE del Nuovo Sistema di Garanzia – anno 2024”. «Come ogni anno – spiega Cartabellotta – la Fondazione GIMBE ha condotto un’analisi indipendente per misurare le differenze regionali e verificare che cosa la “pagella” riesce realmente a documentare». Per ciascuna Regione sono stati analizzati lo stato di adempimento, i punteggi nelle tre macro-aree, la posizione nella classifica GIMBE e le variazioni rispetto al 2023. «Proprio la paradossale dicotomia tra le numerose “promozioni” e le crescenti difficoltà di accesso alle prestazioni – aggiunge il Presidente – impone di guardare oltre i punteggi e di analizzare i limiti della “pagella”».
Adempimenti LEA 2024. Nel 2024 risultano inadempienti solo tre Regioni: la Calabria nell’area distrettuale, la Provincia autonoma di Bolzano e la Sicilia nell’area della prevenzione (tabella 1). Nel 2023 le Regioni inadempienti erano otto. «Limitandosi alla distinzione tra Regioni adempienti e inadempienti – commenta il Presidente – il divario Nord-Sud risulta apparentemente ridotto, perché nel Mezzogiorno restano inadempienti solo Calabria e Sicilia. Ma, fatta eccezione per la Puglia, tutte le altre Regioni meridionali si collocano nella parte inferiore della classifica o presentano almeno un’area di poco superiore alla sufficienza. Aumentano dunque le “promozioni” formali, ma la frattura territoriale rimane ben visibile».

Classifica GIMBE. Poiché il Ministero della Salute non calcola un punteggio complessivo, la Fondazione GIMBE ha sommato i punteggi delle tre macro-aree e suddiviso i risultati in quartili (tabella 2 e figura 1). «La classifica – sottolinea Cartabellotta – restituisce una fotografia del divario Nord-Sud molto più nitida di quella offerta dalla semplice distinzione tra Regioni adempienti e inadempienti. Nelle prime dieci posizioni si collocano sette Regioni del Nord, due del Centro e una sola del Sud, la Puglia. Nelle ultime sette, fatta eccezione per la Provincia autonoma di Bolzano, si trovano esclusivamente Regioni del Mezzogiorno».


Classifica per macro-area. I punteggi ottenuti nelle tre macro-aree restituiscono classifiche differenti, che permettono di individuare i punti di forza e le criticità di ciascuna Regione e Provincia autonoma (tabella 3). Alcune Regioni occupano posizioni simili nelle tre aree, documentando una relativa uniformità delle performance, sia su livelli elevati (es. Emilia-Romagna, Piemonte, Toscana e Veneto) sia su livelli più bassi (es. Molise e Basilicata). Altre mostrano invece una marcata variabilità tra le tre macro-aree, in particolare la Calabria, la Valle d’Aosta, la Liguria e la Provincia autonoma di Bolzano. «Queste differenze – spiega il Presidente – confermano che in una Regione adempiente possono convivere performance molto diverse nelle tre macro-aree. E un Servizio Sanitario Regionale che funziona bene in un’area e arranca nelle altre non può certo considerarsi equilibrato».

Variazioni 2023-2024. Rispetto al 2023, quindici Regioni migliorano il punteggio complessivo, cinque peggiorano e il Veneto rimane stabile. Gli incrementi maggiori si registrano in Valle d’Aosta (+48 punti) e Abruzzo (+47); le riduzioni vanno da -1 punto del Molise a -11 delle Marche (tabella 4). «Il recupero delle Regioni in maggiore difficoltà è indubbiamente un segnale positivo – osserva Cartabellotta – anche se il cittadino potrebbe non percepire subito un corrispondente miglioramento dell’accesso alle cure e della qualità dell’assistenza».

Il paradosso delle Regioni promosse. Rispetto al 2023, nel 2024 le Regioni adempienti aumentano da 13 a 18, ma nello stesso periodo la quota di popolazione che ha rinunciato a prestazioni sanitarie è salita dal 7,6% al 9,9%, raggiungendo quasi 5,8 milioni di persone (dati ISTAT). Pur non misurando esclusivamente l’accesso al SSN, questo indicatore rappresenta un segnale rilevante di domanda sanitaria rimasta insoddisfatta. «Il paradosso è evidente: mentre aumentano le Regioni promosse – afferma Cartabellotta – cresce anche il numero di persone che rinunciano a visite ed esami. La “promozione” formale, dunque, non coincide con la garanzia per i cittadini di ottenere le prestazioni di cui hanno bisogno».
Soglia di “promozione” troppo bassa. Nel 2024 sei delle diciotto Regioni adempienti presentano almeno una macro-area con un punteggio compreso tra 60 e 69. A titolo esemplificativo, innalzando la soglia minima a 70 punti, le Regioni adempienti scenderebbero da 18 a 12; con una soglia di 80 punti, a cinque. «Sessanta punti – precisa Cartabellotta – non significano matematicamente né che una Regione eroghi il 60% dei LEA né che li garantisca al 60% dei cittadini. Ma l’esercizio sulle soglie mostra quanto l’asticella sia bassa: 60 punti in ciascuna macro-area sono sufficienti alle Regioni per risultare adempienti. Una soglia decisamente troppo bassa per valutare la garanzia di un diritto che la Costituzione riconosce a tutti».
Che cosa non vede la “pagella”. I 27 indicatori CORE sono indicatori sentinella: forniscono informazioni utili, ma non misurano in modo esaustivo l’effettiva esigibilità dei LEA. Tempi di attesa, agende chiuse, difficoltà di prenotazione, distanza dai servizi, continuità assistenziale e completezza dei percorsi non vengono rilevati in modo sistematico. Inoltre, i punteggi medi possono nascondere criticità nei singoli indicatori e differenze rilevanti tra Aziende sanitarie e Distretti, aree urbane e interne e diverse fasce socio-economiche. «La “pagella” – spiega Cartabellotta – fotografa soprattutto le prestazioni erogate a chi riesce ad accedere ai servizi, ma lascia in ombra chi resta fuori, chi riceve risposte tardive o incomplete e chi rinuncia alle cure. E i dati medi regionali appiattiscono diseguaglianze anche profonde all’interno della stessa Regione».
Una “pagella” che non incentiva il miglioramento. La classificazione tra Regioni adempienti e inadempienti si limita a verificare il superamento della soglia minima: ai fini dell’adempimento non considera né i progressi oltre tale soglia né la distanza dalle Regioni con le performance migliori. «Una volta raggiunti 60 punti in tutte le aree – osserva Cartabellotta – la Regione è promossa e il gioco finisce lì: che abbia totalizzato 60 o 100 punti non cambia il giudizio finale. In questo modo la “pagella” non incentiva il miglioramento e la riduzione dei divari regionali».
«Il monitoraggio LEA 2024 – conclude Cartabellotta – conferma che la tutela della salute continua a dipendere in misura rilevante dalla Regione di residenza e che la frattura Nord-Sud rimane profonda. La “pagella” con cui lo Stato verifica l’adempimento delle Regioni certifica solo il superamento di una soglia amministrativa minima. Non misura però la qualità dell’assistenza né l’equità di accesso ai LEA, né documenta le diseguaglianze interne alle Regioni. Per questo la Fondazione GIMBE chiede al Ministero della Salute e alle Regioni di rivedere le regole della “pagella”, affinché diventi uno strumento di rendicontazione pubblica e di miglioramento continuo: più indicatori, soglie più elevate, dati tempestivi e misure capaci di rilevare l’accesso reale alle prestazioni, le liste d’attesa, le rinunce, gli esiti e le diseguaglianze territoriali, oltre a meccanismi che valorizzino i progressi e la riduzione dei divari.
Per garantire i LEA a tutte le persone, ovunque vivano, bisogna conoscere anche i bisogni di salute rimasti senza risposta, i servizi non disponibili, le prestazioni non erogate e gli ostacoli incontrati dai cittadini. Altrimenti, il “60 politico” rischia di promuovere tutte le Regioni, ignorando le persone alle quali viene negato il diritto alla tutela della salute».
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2 settembre 2026
Spesa sanitaria pubblica: nel 2025 l’Italia al 6,2% del PIL, contro il 7,1% della media OCSE ed europea. 15a in Europa per spesa pro-capite: divario di € 36 miliardi rispetto alla media europea. Ultima nel G7. Il SSN perde sempre più terreno: da Bruxelles l’allarme sulle ricadute economiche e sociali. Cartabellotta: «basta con il solito copione pre-manovra: servono risorse e riforme»
Nel 2025, per spesa sanitaria pubblica pro-capite, l’Italia si colloca al 15° posto tra i 27 Paesi europei dell’area OCSE e in ultima posizione tra quelli del G7. La spesa sanitaria pubblica si attesta al 6,2% del PIL, in calo rispetto al 6,3% del 2024 e nettamente inferiore sia alla media OCSE sia a quella dei Paesi europei, entrambe pari al 7,1%. Sul fronte della spesa pro-capite a parità di potere di acquisto, il divario rispetto alla media dei Paesi europei ha superato € 36 miliardi.
«Il sottofinanziamento pubblico della sanità – dichiara Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – non è più una questione contabile per addetti ai lavori, ma una criticità strutturale che ha indebolito il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) e compromesso l’esigibilità di un diritto fondamentale. Alimenta tensioni politiche e mette in difficoltà tutte le Regioni, strette tra l’obbligo di garantire i Livelli Essenziali di Assistenza e quello di mantenere i conti in ordine. Ma il prezzo più alto lo pagano i cittadini: liste d’attesa fuori controllo, pronto soccorso al collasso, carenza di medici di famiglia, disuguaglianze territoriali e sociali sempre più marcate e crescente ricorso alla spesa privata. Il risultato? Impoverimento e indebitamento delle famiglie, fino alla rinuncia a esami diagnostici e visite specialistiche: un fenomeno che nel 2024 ha riguardato 5,8 milioni di persone, quasi una su dieci».
In vista dell’avvio del confronto sulla Legge di Bilancio 2027, la Fondazione GIMBE ha analizzato i dati relativi alla spesa sanitaria pubblica 2025 nei Paesi OCSE, con l’obiettivo di offrire elementi oggettivi al confronto politico e al dibattito pubblico, sottraendo il tema a letture strumentali.
La fonte utilizzata è il dataset OECD Health Statistics, aggiornato al 17 luglio 2026. I confronti con i Paesi OCSE e con quelli europei riguardano la spesa sanitaria pubblica, espressa sia in percentuale del PIL sia in dollari pro-capite a prezzi correnti e a parità di potere d’acquisto (PPP). Nell’interpretazione dei dati va considerato che la spesa sanitaria pubblica di ciascun Paese comprende diversi schemi di finanziamento, di cui generalmente uno prevalente: fiscalità generale (es. Italia, Regno Unito), assicurazione sociale obbligatoria (es. Germania, Francia), assicurazione privata obbligatoria (es. USA, Svizzera).
Spesa sanitaria pubblica in percentuale del PIL. Nel 2025 in Italia la spesa sanitaria pubblica è pari al 6,2% del PIL, in calo di 0,1 punti percentuali rispetto al 2024 e nettamente inferiore sia alla media OCSE sia a quella europea, entrambe al 7,1%. Sono 14 i Paesi europei dell’area OCSE che destinano alla sanità pubblica una quota di PIL superiore a quella dell’Italia: il differenziale varia dai +4,8 punti percentuali della Germania (11% del PIL) ai +0,2 della Repubblica Slovacca (6,4% del PIL) (figura 1).

Spesa sanitaria pubblica pro-capite. Nel 2025 la spesa sanitaria pubblica pro-capite in Italia è pari a $ 3.952: $ 909 in meno rispetto alla media OCSE ($ 4.861) e $ 1.013 in meno rispetto alla media dei Paesi europei ($ 4.965). Tra gli Stati membri dell’Unione Europea, 14 investono più dell’Italia: dai $ 47 in più della Spagna ($ 3.999) ai $ 4.774 in più della Germania ($ 8.726) (figura 2). «Nel confronto europeo – commenta il Presidente – l’Italia viaggia ormai stabilmente nelle retrovie: davanti a noi ci sono anche Repubblica Ceca, Slovenia, Polonia e Spagna, mentre alle nostre spalle restano solo alcuni Paesi dell’Europa dell’Est e meridionale».


Sino al 2011 la spesa sanitaria pubblica pro-capite in Italia era sostanzialmente allineata alla media dei Paesi europei. Da allora, tuttavia, il divario si è progressivamente ampliato per effetto di tagli e definanziamenti, raggiungendo $ 424 pro-capite nel 2019. È cresciuto ulteriormente negli anni della pandemia, quando gli altri Paesi hanno investito molto più dell’Italia; poi nel 2023-2024, quando l’incremento italiano è stato inferiore a quello medio europeo; e ancora nel 2025, quando la spesa sanitaria pubblica italiana è rimasta sostanzialmente stabile (figura 3). Nel 2025 il divario rispetto alla media dei Paesi europei dell’area OCSE raggiunge i $ 1.013 per abitante a prezzi correnti e a parità di potere d'acquisto (PPP), corrispondenti – sulla base dei parametri OCSE – a € 612,4 pro-capite. «Rapportato ai quasi 59 milioni di residenti rilevati dall’ISTAT al 1° gennaio 2026 – commenta Cartabellotta – il gap complessivo sfiora € 36,1 miliardi. È questa la voragine scavata da 15 anni di progressiva erosione delle risorse pubbliche, protratta sotto Governi di ogni colore, che ha lasciato il SSN sempre più a corto di ossigeno rispetto al resto d’Europa, soprattutto dopo la pandemia».
Spesa sanitaria pubblica pro-capite: confronto con i paesi del G7. «Il trend della spesa sanitaria pubblica pro-capite dal 2008 al 2025 – spiega il Presidente – restituisce una fotografia impietosa: l’Italia è sempre stata fanalino di coda nel G7. Ma quello che nel 2008 era un distacco contenuto oggi si è trasformato in un abisso» (figura 4): nel 2025 l’Italia si conferma ultima nel G7 con $ 3.952 pro-capite, meno della metà della Germania ($ 8.726). Emblematico il Regno Unito, che condivide con l’Italia il modello Beveridge: partito nel 2008 poco sopra il nostro Paese e rimasto su un trend di crescita contenuto sino al 2019, dal 2020 ha aumentato in maniera consistente le risorse pubbliche destinate alla sanità, superando Canada e Giappone e collocandosi poco al di sotto della Francia. «Questi dati – commenta Cartabellotta – confermano che il finanziamento della sanità non può ridursi ogni anno al consueto teatrino pre-Manovra: una trattativa su quanti miliardi il Ministro della Salute riuscirà a strappare al MEF per il 2027. Il Ministro Schillaci ne ha già chiesti almeno cinque, ma la questione non è quanti riuscirà a portarne a casa quest’anno: bisogna interrompere questa liturgia annuale. Serve un patto tra tutte le forze politiche che, al riparo dagli avvicendamenti di Governo, fissi un impegno non negoziabile: rifinanziare progressivamente la sanità pubblica e accompagnare le risorse con riforme strutturali del SSN, sostenute nel tempo da continuità e volontà politica».

In questo contesto di progressivo definanziamento della sanità pubblica, le recenti valutazioni di OCSE, Commissione europea e OMS Europa convergono su una lettura apparentemente paradossale: il SSN continua a garantire buoni esiti di salute, in particolare un’elevata aspettativa di vita e una bassa mortalità evitabile, ma si sta progressivamente deteriorando la sua capacità di erogare prestazioni tempestive, eque e finanziariamente accessibili, in particolare per le fasce socio-economiche più fragili. «Il campanello d’allarme – chiosa il Presidente – questa volta suona direttamente da Bruxelles. Nel Country Report 2026 della Commissione europea, per la prima volta, le criticità del SSN non vengono più lette solo come un problema di tutela della salute, ma vengono esplicitamente collegate anche all’equità sociale e alla produttività del Paese. Non a caso, lo scorso 10 luglio il Consiglio dell’UE ha adottato una raccomandazione formale affinché l’Italia garantisca un accesso più tempestivo a cure economicamente accessibili e affronti le carenze di personale nelle professioni chiave. Il messaggio è inequivocabile: il deterioramento del SSN non è più solo un problema sanitario, ma ha ricadute sulla tenuta economica e sociale del Paese».
In questo quadro diventa ancora più urgente conoscere gli esiti della riforma dell’assistenza territoriale finanziata dal PNRR: al 1° settembre, a due mesi dalla scadenza del 30 giugno 2026, non è ancora disponibile una rendicontazione pubblica documentata sulla piena operatività di almeno 1.038 Case della Comunità e 307 Ospedali di Comunità. Lo stesso Ministero della Salute precisa che sono ancora in corso le verifiche e l’acquisizione delle evidenze necessarie alla rendicontazione dei due target. «Senza dati aggiornati su servizi effettivamente erogati e personale disponibile – commenta Cartabellotta – rimane concreto il rischio, più volte denunciato dalla Fondazione GIMBE, che le nuove strutture restino delle “scatole vuote”: target europei centrati, rate incassate ed edifici realizzati, ma incapaci di garantire quella presa in carico territoriale per cui ci siamo indebitati».
«Con l’avvio dei lavori sulla Legge di Bilancio 2027 – conclude Cartabellotta – la Fondazione GIMBE chiede a Governo e Parlamento di non ignorare né la raccomandazione del Consiglio dell’UE né l’impietoso confronto internazionale sulla spesa sanitaria pubblica. In 15 anni l’Italia ha accumulato un divario strutturale con i Paesi europei e del G7, frutto di scelte e omissioni di tutti i Governi, che hanno sistematicamente trascurato un principio basilare: la tutela della salute non è solo un diritto fondamentale, ma anche una leva di sviluppo economico e uno strumento di coesione sociale. Eppure, ogni anno va in scena lo stesso copione: il dibattito sul (de)finanziamento della sanità si accende alla vigilia della Manovra, si consuma nella trattativa su qualche miliardo e si spegne subito dopo. È ora di cambiare rotta: servono risorse adeguate ai bisogni di salute e riforme capaci di tradurle in servizi realmente accessibili, investendo anzitutto sul personale sanitario e sull’erogazione uniforme dei LEA. Altrimenti il diritto alla tutela della salute resterà universale solo sulla Carta, ma sempre meno tangibile nella vita reale: chi può paga, chi non può aspetta o rinuncia alle cure. Non è più universalismo, ma selezione dei diritti per reddito. Ovvero, la negazione dell’art. 32 della Costituzione».
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Pagina aggiornata il 03/02/2026




