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Comunicati stampa

17 2019
Riconoscere la vera scienza con l’Evidence-based Practice: il nuovo curriculum per tutti i professionisti sanitari

DALLA FONDAZIONE GIMBE LA VERSIONE ITALIANA DEL NUOVO SET INTERNAZIONALE DI COMPETENZE CORE PER L’EVIDENCE-BASED PRACTICE AL FINE DI GUIDARE L’ELABORAZIONE DI CURRICULA UNIVERSITARI E SPECIALISTICI E PROGRAMMI DI FORMAZIONE CONTINUA. OGGI L’ECCESSO D’INFORMAZIONI SCIENTIFICHE RENDE INDISPENSABILI TALI COMPETENZE PER RICERCARE, VALUTARE CRITICAMENTE E INTEGRARE LE MIGLIORI EVIDENZE NELLE DECISIONI PROFESSIONALI, PERCHÉ MIGLIORANO LA QUALITÀ DELL’ASSISTENZA, RIDUCONO GLI SPRECHI CONSEGUENTI AL SOVRA- E SOTTO-UTILIZZO DI FARMACI, TEST DIAGNOSTICI E ALTRI INTERVENTI SANITARI E FACILITANO LA COMUNICAZIONE CON I PAZIENTI.

Ogni anno in oltre 20.000 riviste vengono pubblicati più di 2 milioni di articoli, di cui solo il 7-8% possono essere definiti “evidenze scientifiche”, ovvero studi condotti con metodi rigorosi che producono risultati rilevanti per la salute delle persone e per la sanità pubblica. Le evidenze scientifiche rispondono ai criteri di qualità definiti dall’Evidence-based Medicine, termine coniato nel 1991, che oggi ha lasciato il posto a quello di Evidence-based Practice (EBP), visto che la metodologia si è progressivamente estesa a tutte le professioni sanitarie.

«Negli ultimi vent’anni – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – l’EBP è stata integrata come componente del curriculum di base per medici e altri professionisti sanitari, dei programmi specialistici e di quelli di formazione continua. Tuttavia, in assenza di set di competenze definiti in maniera sistematica, esiste una estrema variabilità di qualità e contenuti dei programmi di insegnamento dell’EBP». In Italia, uno studio condotto dalla Fondazione GIMBE, in collaborazione con il Segretariato Italiano degli Studenti in Medicina, ha dimostrato che nonostante l’EBM sia formalmente prevista dal core curriculum della Conferenza Permanente dei Presidenti dei Corsi di Laurea in Medicina e Chirurgia, gli insegnamenti e i programmi sono estremamente variabili.

Al fine di raggiungere il consenso sulle competenze core da includere nei programmi formativi di EBP per studenti e professionisti sanitari è stata recentemente pubblicata una consensus internazionale che, attraverso un processo metodologico estremamente rigoroso, ha definito un set di 68 competenze core relative ai principali step dell’EBP: aspetti generali (n. 5), formulazione dei quesiti (n. 3), ricerca delle evidenze (n. 4), valutazione critica e interpretazione delle evidenze (n. 9), applicazione delle evidenze (n. 4), valutazione delle proprie performance (n. 2). Il set include la descrizione e il livello di approfondimento di ciascuna competenza: menzionata (M), spiegata in dettaglio (S), praticata con esercitazioni (P).

«Rispetto al Sicily Statement on Evidence-based Practice – spiega il Presidente – le principali novità riguardano gli strumenti di accesso alla letteratura biomedica, in particolare le risorse “pre-valutate”, la necessità di esaminare fonti di finanziamento e conflitti di interesse nella valutazione critica della letteratura, le modalità per valutare le performance individuali e soprattutto il processo decisionale condiviso, una innovativa modalità di comunicazione con il paziente che, informato sui rischi e benefici degli interventi sanitari, sceglie consapevolmente la migliore opzione in relazione alle sue preferenze, valori e aspettative»

«Considerato che le competenze core per l’EBP – conclude Cartabellotta – migliorano la qualità dell’assistenza, riducono gli sprechi conseguenti al sovra- e sotto-utilizzo di farmaci, test diagnostici e altri interventi sanitari e facilitano la comunicazione con i pazienti, la Fondazione GIMBE oltre alla versione italiana dello statement ha realizzato un pratico handbook sia per rendere consapevoli tutti i professionisti sanitari delle irrinunciabili competenze da acquisire, sia per guidare l’elaborazione dei curricula universitari e specialistici e dei programmi di formazione continua».

L’handbook “Competenze core per l’Evidence-based Practice” è disponibile a: www.gimbe.org/EBP


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2 2019
Sanità, per la salute delle persone servono risorse certe: le proposte GIMBE nella mozione M5S-Lega per blindare il finanziamento pubblico

LE PROPOSTE DEL 4° RAPPORTO GIMBE PER METTERE IN SICUREZZA LE RISORSE PER LA SANITÀ PUBBLICA, GIÀ ACCOLTE DAL MINISTRO GRILLO, IN UNA MOZIONE DEGLI ESPONENTI DI MAGGIORANZA DELLA CAMERA DEI DEPUTATI. L’OBIETTIVO È IMPEGNARE IL GOVERNO A GARANTIRE LA CERTEZZA DELLE RISORSE E RECUPERARE PROGRESSIVAMENTE QUELLE SOTTRATTE NELL'ULTIMO DECENNIO. LA FONDAZIONE GIMBE AUSPICA LA CONVERGENZA DI TUTTE LE FORZE POLITICHE PERCHÉ IL RILANCIO DELLA SANITÀ PUBBLICA NON PUÒ ESSERE CONDIZIONATO DA IDEOLOGIE PARTITICHE, NÉ DALLA SCADENZA DEI MANDATI ELETTORALI.

Il 4° Rapporto GIMBE sulla sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), ampiamente divulgato dagli organi di stampa e dalle principali rappresentanze professionali (ENPAM, FNOMCeO, FIMMG, FIMP, FNOPI, FNOPO, FNOVI), ha indicato nel definanziamento pubblico una delle maggiori determinanti della crisi di sostenibilità. In particolare, il Rapporto GIMBE ha documentato che nel periodo 2010-2019 tra tagli e definanziamenti sono stati sottratti al SSN circa € 37 miliardi, mentre l’aumento nominale del fabbisogno sanitario nazionale (FSN) è stato di soli € 8,8 miliardi, con un incremento medio annuo dello 0,9%, inferiore a quello dell’inflazione (+ 1,07%). Guardando al futuro, il DEF 2019 riduce progressivamente il rapporto spesa sanitaria/PIL dal 6,6% nel 2019-2020 al 6,5% nel 2021 e al 6,4% nel 2022.

«D’altro canto – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – in linea con il Contratto per il Governo del Cambiamento, la Legge di Bilancio ha previsto per il triennio 2019-2021 un consistente rilancio del finanziamento pubblico. Si tratta complessivamente di € 8,5 miliardi, seppur subordinati ad ardite, e già smentite, previsioni di crescita economica e alla stipula del Patto per la Salute 2019-2021 che si configura tutta in salita». Infatti, la bozza del Patto in esame ha riacceso il conflitto istituzionale Governo-Regioni perché, se da un lato conferma le risorse assegnate dalla Legge di Bilancio 2019 (€ 116,4 miliardi per il 2020 e € 117,9 miliardi per il 2021), dall’altro contiene la clausola di salvaguardia (“salvo eventuali modifiche che si rendessero necessarie in relazione al conseguimento degli obiettivi di finanza pubblico e a variazione del quadro macroeconomico”) che rischia di vanificare la disponibilità di tali risorse, come già accaduto al Patto 2014-2016.

«Il vulnus principale della spesa sanitaria – precisa Cartabellotta – consegue al fatto che rappresenta il capitolo di spesa pubblica più facilmente aggredibile, rispetto ad esempio alle pensioni o al debito pubblico. Infatti, i dati dimostrano che dal 2010 tutti i Governi hanno sempre trovato nella spesa sanitaria le risorse per fronteggiare ogni emergenza finanziaria, certi che il nostro SSN possa fornire sempre e comunque buoni risultati in termini di salute e consapevoli che spetterà a qualcun altro più avanti raccogliere i cocci». Per tale ragione, al fine di non vanificare ogni tentativo di rilancio del finanziamento pubblico, il Rapporto GIMBE ha proposto di “sanare” questo vulnus per evitare le periodiche revisioni al ribasso. Ovvero, considerato che il livello di definanziamento della sanità ha ormai raggiunto un tale livello di allarme, è necessario “mettere in sicurezza” le risorse tramite la definizione di:

  • una soglia minima del rapporto spesa sanitaria/PIL;
  • un incremento percentuale annuo del FSN in termini assoluti, pari almeno al doppio dell'inflazione.

«Tale azione – puntualizza il Presidente – dimostrerebbe sia il reale impegno della politica a programmare, stabilizzandolo, il rilancio il finanziamento pubblico per la sanità, sia di poter contare su risorse certe nella Legge di Bilancio, indipendentemente dal colore dei Governi che verranno».

Dopo che la Ministra Giulia Grillo ha pubblicamente manifestato il suo interesse per le proposte della Fondazione GIMBE e il suo impegno a “blindare” le risorse per la sanità, i parlamentari di maggioranza hanno firmato la mozione 1-00195, un atto politicamente rilevante che richiede l'impegno al Governo ad adottare iniziative per “mettere in sicurezza” le risorse per la sanità pubblica. La mozione, presentata il 13 giugno scorso dall'On. Marialucia Lorefice, è già stata firmata dai deputati di M5S e Lega della Commissione Affari Sociali.

«La mozione – spiega Cartabellotta –  riprende dati e proposte del Rapporto GIMBE e sottolinea la necessità di recuperare integralmente tutte le risorse economiche sottratte in questi anni per garantire la reale sostenibilità dei livelli essenziali di assistenza attraverso il rifinanziamento del fondo sanitario nazionale». I firmatari della mozione chiedono inoltre al Governo di “adottare le opportune iniziative affinché, da un lato, sia definita una soglia minima del rapporto spesa sanitaria/prodotto interno lordo, dall’altro sia previsto un incremento percentuale annuo del FSN (pari almeno al doppio dell’inflazione), al fine di garantire le esigenze di pianificazione e organizzazione degli interventi necessari in sanità nel rispetto dei princìpi di equità, solidarietà e universalismo che da 40 anni caratterizzano il SSN”.

«La Fondazione GIMBE – conclude Cartabellotta – ringrazia la Ministra Grillo, tutti i parlamentari che hanno elaborato e firmato la mozione, oltre che le organizzazioni e i media che hanno diffuso analisi e proposte del nostro Rapporto. L’Osservatorio GIMBE effettuerà monitorerà gli esiti della mozione, auspicando la convergenza di tutte le forze politiche, perché il rilancio della sanità pubblica non può essere condizionato da ideologie partitiche, né dalla scadenza dei mandati elettorali».

La versione integrale della mozione 1-00195 è disponibile a: https://aic.camera.it/aic/scheda.html?numero=1-00195&ramo=C&leg=18


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25 giugno 2019
Verso la privatizzazione della sanità: oltre 4 miliardi di agevolazioni fiscali per fondi integrativi e welfare aziendale

UN FIUME DI DENARO PUBBLICO SOTTO FORMA DI INCENTIVI FISCALI ALIMENTA PROFITTI PRIVATI SENZA INTEGRARE REALMENTE L’OFFERTA DEI LIVELLI ESSENZIALI DI ASSISTENZA, PERMETTENDO L’ESPANSIONE DI UN SERVIZIO SANITARIO “PARALLELO” CHE AUMENTA LE DISEGUAGLIANZE, NON RIDUCE LA SPESA DELLE FAMIGLIE E ALIMENTA IL CONSUMISMO SANITARIO. LA CRISI DI SOSTENIBILITÀ DEL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE E LA GRAVE CARENZA DI PERSONALE IMPONGONO ALLA POLITICA DI SPEZZARE QUESTO CIRCOLO VIZIOSO INDIRIZZANDO QUESTE RISORSE AL RILANCIO DELLA SANITÀ PUBBLICA, EVITANDO DI RENDERSI COMPLICE DELLA SUA PRIVATIZZAZIONE.

Nel gennaio 2019, con il report sulla sanità integrativa e con l’audizione parlamentare nell’ambito della “Indagine conoscitiva in materia di fondi integrativi del Servizio Sanitario Nazionale”, la Fondazione GIMBE ha invocato un riordino legislativo per restituire alla sanità integrativa il suo ruolo originale, ovvero rimborsare esclusivamente prestazioni non incluse nei LEA, evitando che il denaro pubblico, sotto forma di incentivi fiscali, alimenti i profitti dell’intermediazione finanziaria e assicurativa. Con il 4° Rapporto GIMBE sulla sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale la Fondazione ha confermato che l’espansione incontrollata del cosiddetto “secondo pilastro” rientra tra le determinanti della crisi di sostenibilità del SSN.

«In un momento di gravissima difficoltà della sanità pubblica – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – pesantemente segnata dalla carenza e dalla demotivazione del personale, non è accettabile che le agevolazioni fiscali destinate a fondi integrativi e welfare aziendale favoriscano la privatizzazione del SSN. I dati documentano infatti che siamo di fronte alla progressiva espansione di un servizio sanitario “parallelo” che sottrae denaro pubblico per alimentare anche profitti privati, senza alcuna connotazione di reale “integrazione” rispetto a quanto già offerto dai livelli essenziali di assistenza». Ma al di là della tipologia di prestazioni offerte, chi paga oggi la sanità integrativa, continuamente sbandierata come win-win solution e proposta come àncora di salvataggio per il SSN?

«Finalmente da quest’anno – spiega il Presidente – sono disponibili i dati ufficiali dell’Anagrafe dei Fondi Sanitari Integrativi mantenuta dal Ministero della Salute e soprattutto gli importi relativi alle detrazioni e deduzioni di imposta presentati dall’Agenzia delle Entrate nel corso di un’audizione parlamentare e ripresi dal Rapporto della Corte dei Conti 2019 sul coordinamento della finanza pubblica». Le analisi effettuate dalla Fondazione GIMBE su varie fonti documentano per l’anno 2017:

  • 322 fondi sanitari integrativi attestati dal Ministero della Salute
  • 10.616.847 di iscritti ai fondi di cui il 73% lavoratori, il 22,3% familiari e il 4,7% pensionati
  • 85% dei fondi sanitari riassicurati e/o gestiti da compagnie assicurative
  • 40% dei contributi versati erosi da costi amministrativi, oneri di riassicurazione e utili delle assicurazioni
  • € 2.329 milioni le risorse utilizzate per rimborsare prestazioni agli iscritti
  • 32% la percentuale di risorse destinate a prestazioni integrative quali odontoiatria e long term care
  • € 11.164 milioni l’ammontare dei contributi versati ai fondi portati in deduzione da persone fisiche per una spesa fiscale complessiva di € 3.361 milioni, considerando un’aliquota IRPEF media del 30%
  • € 2.053 milioni l’ammontare dei contributi versati da datori di lavoro/società di capitali, per una spesa fiscale complessiva di € 493 milioni, considerando l’aliquota IRES del 24%

Ai € 3.854 milioni di spesa fiscale per fondi sanitari bisogna aggiungere il mancato gettito fiscale per i premi di risultato previsti dal welfare aziendale. Su questo, in assenza di dati ufficiali dall’Agenzia delle Entrate, la Fondazione GIMBE ha stimato per il 2017 un importo di circa € 311 milioni sulla base dei seguenti dati:

  • 2.038.647 lavoratori hanno percepito premi di risultato
  • € 1.270 stima del premio di risultato individuale medio
  • 40% dei servizi di welfare aziendale riguardano forme di sanità integrativa
  • € 1.036 milioni il totale dei premi di risultato, per una spesa fiscale complessiva di € 311 milioni, considerando un’aliquota IRPEF media del 30%

Le analisi della Fondazione GIMBE confermano che una normativa frammentata e incompleta ha favorito l’involuzione dei fondi sanitari ri-assicurati in strumento di privatizzazione del SSN in quanto:

  • I contributi versati ai fondi sanitari integrativi iscritti all’anagrafe del Ministero della Salute sono deducibili, da parte dell’iscritto e/o dell’impresa, sino a € 3.615,20.
  • Per l’iscrizione all’anagrafe ministeriale il fondo deve solo autocertificare che “impegna” almeno il 20% delle risorse in prestazioni extra-LEA, ovvero sino all’80% delle risorse possono essere destinate a prestazioni già offerte dal SSN pur mantenendo le agevolazioni fiscali.
  • Le compagnie assicurative, oltre a riassicurare i fondi, svolgono sempre più il ruolo di gestori “propositivi”: offrono una rete capillare di erogatori privati accreditati e propongono “pacchetti” di prestazioni che alimentano il consumismo sanitario, facendo leva sulle inefficienze del SSN (tempi di attesa) e su un concetto distorto di prevenzione (più esami = più salute).
  • Le imprese stipulano polizze collettive con le compagnie assicurative che selezionano un fondo sanitario iscritto all’anagrafe; il fondo, dal canto suo, assume la gestione del contratto ai fini fiscali e contributivi e riversa alla compagnia assicurativa i contributi dei dipendenti sotto forma di premio.
  • La normativa sul welfare aziendale ha ridotto ulteriormente il gettito fiscale con il benestare dei sindacati che hanno barattato una quota di salario e TFR con agevolazioni minime per i lavoratori.

«Alla Commissione Affari Sociali della Camera – spiega Cartabellotta – va riconosciuto il merito di aver riportato al centro del dibattito politico il ruolo dei fondi sanitari con l’avvio dell’indagine parlamentare. Tuttavia, con il Decreto crescita il Governo del Cambiamento ha riconosciuto la natura non commerciale dei fondi sanitari nonostante oltre 4/5 dei fondi sanitari siano gestiti da compagnie assicurative, permettendo così alle agevolazioni fiscali concesse ad enti non commerciali di alimentare i profitti di imprese commerciali».

«Come organizzazione indipendente impegnata da anni nella tutela di un servizio sanitario pubblico, equo e universalistico – conclude il Presidente – abbiamo il dovere morale di informare politica, sindacati, professionisti sanitari, lavoratori e cittadini che, a legislazione vigente, fondi sanitari integrativi e welfare aziendale costituiscono un sofisticato strumento di privatizzazione che erode sempre più risorse alla finanza pubblica, le redistribuisce in maniera iniqua, aumenta la spesa sanitaria totale senza ridurre quella delle famiglie ed alimenta il consumismo sanitario aumentando i rischi per la salute delle persone legati a fenomeni di sovra-diagnosi e sovra-trattamento».


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Pagina aggiornata il 18/02/2014