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15 febbraio 2018
Elezioni 2018: la tutela della salute continuerà a non essere uguale per tutti

PROSEGUE IL FACT CHECKING DELL’OSSERVATORIO GIMBE SULLE PROPOSTE ELETTORALI RELATIVE ALLA SANITÀ: AL DI LÀ DI GENERICHE DICHIARAZIONI DI INTENTI NESSUN PARTITO HA UN PROGRAMMA CHIARO PER RIDURRE LE DISEGUAGLIANZE REGIONALI E LOCALI CHE OGGI LEGANO IL DIRITTO ALLA TUTELA DELLA SALUTE AL CAP DI RESIDENZA, COME DIMOSTRANO I NUMERI RIPORTATI DA GIMBE

Dal punto di vista etico, sociale ed economico è inaccettabile che il diritto costituzionale alla tutela della salute, affidato ad una leale quanto utopistica collaborazione tra Stato e Regioni, sia condizionato da politiche sanitarie regionali e decisioni locali che generano diseguaglianze nell’offerta di servizi e prestazioni sanitarie, alimentano sprechi e inefficienze ed influenzano gli esiti di salute della popolazione.

«Un variegato elenco di variabilità regionali –  afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – dimostra che l’universalismo, fondamento del nostro SSN, si sta inesorabilmente disgregando sotto gli occhi di tutti, anche di una politica miope che non intende restituire agli Italiani un diritto fondamentale sancito dalla Costituzione. Ecco perché il periodo pre-elettorale è il momento giusto per condividere con i cittadini alcuni numeri inquietanti, che testimoniano come il diritto alla tutela della salute sia ormai legata al CAP di residenza da cui dipendono anche forti differenze nei “prelievi” dalle tasche dei cittadini (ticket, addizionali IRPEF)».

  • Mortalità evitabile. Nel Rapporto “Mortalità Evitabile (con intelligenza)” 2018, il Trentino Alto Adige conquista la prima posizione tra le Regioni sia per uomini che donne, mentre la Campania resta inchiodata sul fondo di entrambe le classifiche con Napoli ultima tra le province: sia per gli uomini (30 giorni pro-capite perduti, rispetto ai 18,4 di Rimini in prima posizione) che per le donne (18 giorni pro-capite perduti, rispetto ai 10,4 di Treviso in prima posizione).
  • Adempimenti livelli essenziali di assistenza (LEA). L’ultimo report del Ministero della Salute, relativo al 2015, dimostra che il punteggio massimo della Toscana (212) è esattamente il doppio di quello minimo della Campania (106). Ciò significa che a parità di risorse assegnate dallo Stato l’esigibilità dei LEA da parte dei cittadini campani è pari al 50% di quelli toscani. 
  • Programma Nazionale Esiti (PNE). Le performance ospedaliere documentate dal PNE 2017 sono un variopinto patchwork di cui è possibile cogliere anche le sfumature, perché oltre alle variabilità tra Regioni rileva quelle tra singoli ospedali. Ad esempio, la percentuale di parto cesareo primario, a fronte di una media nazionale del 24,5%, varia dal 6% al 92%; quella di interventi chirurgici entro 48 ore nei pazienti ultrasessantacinquenni con frattura di femore varia dal 3% al 97% (media nazionale 58%); la mortalità a 30 giorni dal ricovero per infarto acuto del miocardio oscilla da 0% al 21% (media nazionale 8,6%); gli interventi di colecistectomia laparoscopica con degenza post-operatoria inferiore ai 3 giorni, a fronte di una media nazionale del 72,7%, hanno un range tra i vari ospedali che varia addirittura da 0% a 100%.
  • Mobilità sanitaria. Nel 2016 vale ben € 4,16 miliardi “spostati” prevalentemente da Sud a Nord. In pole position per mobilità attiva la Lombardia con € 937,8 milioni, fanalino di coda per mobilità passiva il Lazio con -€ 542,2 milioni. Il saldo della mobilità vede sempre la Lombardia in testa con un “utile” di € 597,6 milioni e fanalino di coda la Campania con un “passivo” di € 282,5 milioni.
  • Spesa farmaceutica. Secondo il Rapporto OSMED 2016, pubblicato dall’Agenzia Italiana del Farmaco, la spesa convenzionata lorda pro-capite per i farmaci rimborsati dal SSN oscilla da € 128,77 della PA di Bolzano ai € 219,18 della Campania (media nazionale € 175,25). Quella per i farmaci acquistati dalle strutture sanitarie pubbliche da € 145,32 della Valle D’Aosta a € 240,64 della Campania (media nazionale € 195,84). La percentuale della spesa per i farmaci equivalenti, tra quelli a brevetto scaduto, varia dal 10,2% della PA di Trento al 3,9% della Calabria (media nazionale 6,2%)
  • Ticket. Le regole applicate da ciascuna Regione hanno generato una giungla inestricabile, con differenze degli importi da corrispondere per farmaci e prestazioni e delle regole per le esenzioni. Dai ticket sanitari nel 2016 le Regioni hanno incassato € 2,86 miliardi, corrispondenti a una quota pro-capite di € 47 con notevoli variabilità regionali. Per i farmaci la quota oscilla da € 33,6 della Campania a € 15 del Friuli Venezia Giulia, a fronte di una media nazionale di € 24. Per le prestazioni sanitarie, di specialistica ambulatoriale e pronto soccorso, dai € 131 della Valle D’Aosta ai € 16,7 della Campania (media nazionale € 23).
  • Addizionali regionali IRPEF. Per l’anno 2017 quelle minime oscillano dallo 0,70% del Friuli Venezia Giulia al 2,03% della Campania, mentre le addizionali massime dal 1,23% di PA di Bolzano, PA di Trento, Sardegna, Valle d'Aosta, Veneto e Friuli Venezia Giulia al 3,33% di Lazio e Campania.

Dal monitoraggio dell’Osservatorio GIMBE emerge che numerosi programmi elettorali dichiarano la volontà di risolvere le diseguaglianze regionali, richiamando l’articolo 32 della Costituzione e i princìpi di universalismo ed equità; tuttavia, le proposte concrete per garantire un accesso uniforme ai LEA da parte di tutti i cittadini sono veramente irrisorie. Non mancano addirittura programmi che, al contrario, puntano su un “rafforzamento delle autonomie locali” e su “maggiori autonomie delle Regioni”. Incomprensibili, infine, le dichiarazioni pubbliche di voler rimettere mano al Titolo V, in assenza di esplicite proposte in tal senso nel programma elettorale.

«Il prossimo esecutivo – conclude Cartabellotta – senza necessariamente mettere in campo improbabili riforme costituzionali, ha il dovere etico di trovare soluzioni tecniche per potenziare le capacità di indirizzo e verifica dello Stato sui 21 sistemi sanitari regionali, nel pieno rispetto delle loro autonomie. Dal monitoraggio più analitico degli adempimenti LEA ad un ripensamento dei Piani di rientro, dal collegamento tra criteri di riparto e sistemi premianti alla diffusione delle best practice regionali, dalla idoneità della Conferenza Stato-Regioni come strumento di raccordo tra Stato ed enti territoriali alla gestione della “questione meridionale”».


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8 febbraio 2018
Elezioni 2018: per la sanità poche idee e ben confuse

DAL PRIMO FACT CHECKING DEI PROGRAMMI ELETTORALI CONDOTTO DALL’OSSERVATORIO GIMBE EMERGE UN QUADRO SCONFORTANTE, MA COERENTE CON L’ASSENZA DAL DIBATTITO PRE-ELETTORALE. NESSUNA FORZA POLITICA PREVEDE UN VERO PIANO DI SALVATAGGIO DELLA SANITÀ PUBBLICA. TROPPE PROPOSTE FRAMMENTATE A CACCIA DI CONSENSI E POCA ATTENZIONE ALLA SOSTENIBILITÀ ECONOMICA. NON MANCANO INTENZIONI NOCIVE E PROPOSTE GROTTESCHE PER LA SANITÀ PUBBLICA.

Gli evidenti segni di involuzione della sanità pubblica, confermate dalle stime del 2° Rapporto GIMBE sulla sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), lasciano intuire che la prossima legislatura sarà determinante per il destino del SSN. Per questo, in occasione delle imminenti consultazioni elettorali, tutte le forze politiche devono essere consapevoli che è indispensabile rimettere la sanità al centro dall’agenda di Governo perché il diritto costituzionale alla tutela della salute non può essere ostaggio di ideologie partitiche.

«A 5 anni dal lancio del programma #salviamoSSN – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – abbiamo esortato tutte le forze politiche a mettere nero su bianco proposte convergenti per la sanità pubblica ed avviato il monitoraggio comparativo dei programmi elettorali, nella ferma convinzione che se è vero che non esiste un piano occulto di smantellamento e privatizzazione del SSN, è altrettanto certo che continua a mancare un preciso programma politico per il suo salvataggio».

Dal monitoraggio iniziale da parte dell’Osservatorio GIMBE emergono i primi dati, tanto significativi quanto inquietanti:

  • Quasi tutte le forze politiche affermano che la salute è un diritto fondamentale da tutelare, ma poche prendono atto della crisi di sostenibilità del SSN, che continua ad essere semplicisticamente osannato come uno dei migliori al mondo.
  • Quasi nessuno si sbilancia sulla necessità di rilanciare il finanziamento pubblico della sanità.
  • Pochi programmi enfatizzano il concetto di salvaguardare la “salute in tutte le politiche”, in particolare quelle ambientali e alimentari.
  • La sostenibilità economica delle proposte è un optional, visto che solo in rarissimi casi vengono dettagliate le relative modalità di finanziamento.
  • Nella maggior parte dei programmi echeggia la volontà di risolvere le diseguaglianze regionali, ma emergono poche strategie concrete su come garantire l’accesso uniforme ai LEA da parte di tutti i cittadini.
  • Numerosissime proposte non tengono conto delle attuali distribuzioni di responsabilità e poteri tra Stato e Regioni, rischiando di rimanere così lettera morta.
  • Nessun programma fa esplicito riferimento alla sostenibilità dei nuovi LEA, né tanto meno alla necessità – visto l’imponente definanziamento pubblico del SSN –- di ridisegnarne il perimetro attraverso un consistente sfoltimento basato sulle evidenze scientifiche. Evidentemente annunciare la riduzione delle prestazioni rimane politicamente scomodo.
  • Alcuni programmi puntano, giustamente, a prevenire comportamenti opportunistici e conflitti di interesse che, tuttavia, non configurando reato o illecito amministrativo rimangono difficilmente “governabili”.
  • Poche le proposte concrete sull’assistenza socio-sanitaria e, soprattutto, sulla non autosufficienza.
  • La programmazione del fabbisogno di medici e altri professionisti della salute è, di fatto, presa in considerazione solo da due programmi elettorali.
  • Pochi programmi identificano la riduzione degli sprechi e il riordino normativo della sanità integrativa tra le azioni prioritarie per garantire la sostenibilità del SSN.
  • Tra le proposte più gettonate: compartecipazione alla spesa (eliminazione superticket, rimodulazione/eliminazione ticket), riduzione delle liste d’attesa, nuova governance del farmaco, informatizzazione, assunzione del personale, eliminazione del precariato. Inoltre, troppi programmi sono farciti di proposte di piccolo cabotaggio, facendo sorgere il ragionevole sospetto di puntare solo a raccogliere consensi.
  • Numerosi programmi contengono proposte potenzialmente “tossiche” che minano i princìpi di universalismo ed equità del SSN: dalla “incentivazione alla competizione pubblico-privato” alla “difesa dei piccoli presidi ospedalieri”, dal “rafforzamento delle autonomie locali” alle maggiori autonomie delle Regioni.
  • Non mancano infine proposte bizzarre che sconfinano nel grottesco: da chi promette “un milione di posti di lavoro in sanità e assistenza sociale e domiciliare” a chi il “raddoppio immediato dei fondi destinati alla sanità” o la “nazionalizzazione sotto controllo dei lavoratori dell’industria farmaceutica”; da chi invoca “l’abolizione di ogni finanziamento alla sanità privata” sino addirittura a “l’uscita del privato dalla sanità”.

Da questo primo carotaggio sui programmi elettorali emerge che nessun partito intende rimettere la sanità al centro dell’agenda politica, visto che non si intravede alcun “piano di salvataggio” del SSN coerente con le principali determinanti della crisi di sostenibilità: definanziamento, “paniere” LEA troppo ampio, sprechi e inefficienze, deregulation della sanità integrativa, diseguaglianze regionali e locali.

«Al di là delle dichiarazioni di intenti – conclude Cartabellotta – dalla nostra analisi emerge per l’elettore un amletico dubbio: coloro che aspirano a governare il nostro Paese hanno una conoscenza davvero così limitata dello “stato di salute” della sanità pubblica? Oppure ne hanno piena consapevolezza, ma preferiscono utilizzare armi di distrazioni di massa sperando che sia il futuro a prendersi cura del SSN?».


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29 gennaio 2018
Tutela della salute, stop alle contrapposizioni: alla sanità servono più stato e più regioni

UNA RINNOVATA GOVERNANCE DEL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE NON PUÒ CONTINUARE AD AVVITARSI SULLA CONTRAPPOSIZIONE TRA CENTRALISMO E REGIONALISMO SCARICANDO SUI CITTADINI IL CONFLITTO ISTITUZIONALE TRA POLI SEMPRE PIÙ INDEBOLITI. SERVE UN NUOVO PATTO TRA GOVERNO E REGIONI CHE ABBIA REALMENTE AL CENTRO LA SALUTE DELLE PERSONE.

La Winter School 2018 di Motore Sanità (Como, 24-26 gennaio) ha offerto il palcoscenico ad un costruttivo dibattito su un tema di estrema rilevanza sociale, etica, politica ed economica, ovvero la riorganizzazione del servizio sanitario nazionale tra centralismo e regionalismo, in un contesto caratterizzato da un cocktail potenzialmente letale per la sanità pubblica:  imponente definanziamento pubblico contestuale alla revisione “al rialzo” dei nuovi LEA, boom della spesa privata complice una sanità integrativa ipotrofica e poco regolamentata, sprechi e consumismo sanitario alimentato da aspettative irrealistiche di cittadini e pazienti scarsamente alfabetizzati.

«Dal un punto di vista etico, sociale ed economico ha affermato Nino Cartabellotta – Presidente della Fondazione GIMBE e coordinatore della sessione insieme ad Angelo Lino del Favero, Direttore Generale dell’Istituto Superiore di Sanità – è inaccettabile che il diritto costituzionale alla tutela della salute, affidato ad una leale quanto utopistica collaborazione tra Stato e Regioni, sia condizionato da politiche sanitarie regionali e decisioni locali che generano diseguaglianze nell’offerta di servizi e prestazioni sanitarie, alimentano sprechi e inefficienze e, soprattutto, influenzano gli esiti di salute della popolazione».

Cartabellotta ha snocciolato un inquietante elenco di variabilità regionali dimostrando che l’universalismo, pilastro fondante del nostro servizio sanitario nazionale, si sta inesorabilmente disgregando: dagli adempimenti dei livelli essenziali di assistenza alle performance ospedaliere secondo il programma nazionale esiti, dalla dimensione delle aziende sanitarie alla capacità di integrazione pubblico-privato, dal variegato contributo dei fondi sanitari integrativi a quello delle polizze assicurative, dalla disponibilità di farmaci innovativi all’uso di farmaci equivalenti, dalla governance della libera professione e delle liste di attesa alla giungla dei ticket, dalle eccellenze ospedaliere del Nord alla desertificazione dei servizi territoriali nel Sud, dalla mobilità sanitaria alle diseguaglianze sugli stili di vita, dai requisiti minimi di accreditamento delle strutture sanitarie allo sviluppo delle reti per patologia.

«Siamo di fronte a 21 sistemi sanitari regionali – ha puntualizzato il Presidente  – liberi di declinare in maniera eterogenea l’offerta di servizi e prestazioni davanti ad uno Stato che si limita ad assegnare le risorse e verifica l’adempimento dei LEA con una “griglia” capace di catturare solo macro-diseguaglianze. E i Piani di rientro per le Regioni inadempienti, guidati più da esigenze finanziarie che dalla necessità di riorganizzare i servizi, hanno scaricato sui cittadini servizi sanitari peggiori con nefaste conseguenze sull’aspettativa di vita, addizionali IRPEF più elevate per risanare i conti regionali  e necessità di curarsi altrove».

Nel 2016 la mobilità sanitaria ha spostato oltre 4,15 miliardi di euro, prevalentemente dal Sud al Nord: ma se le spese sono a carico del SSN, i costi che i cittadini devono sostenere per viaggi, disagi e quelli indiretti per il Paese sono enormemente più elevati. Senza contare che la mobilità sanitaria non traccia la mancata esigibilità dei LEA territoriali e soprattutto socio-sanitari, diritti che appartengono alla vita quotidiana e non alla occasionalità di un intervento chirurgico.

Il Prof. Renato Balduzzi – membro del Consiglio Superiore della Magistratura e già Ministro della Salute – nella sua lectio magistralis ha sapientemente smontato la teoria che vede le diseguaglianze regionali esclusivamente figlie della Riforma del Titolo V del 2001 , dichiarando con fermezza che oggi «il servizio sanitario nazionale ha bisogno di più Stato e di più Regioni». Dopo la bocciatura del referendum costituzionale, nessun passo in avanti è stato fatto per migliorare la governance di 21 differenti sistemi sanitari, anzi si sono moltiplicate le richieste di maggiore autonomia da parte delle Regioni che, a giudizio di Balduzzi «difficilmente potranno essere legittimate dalla Corte Costituzionale».

Dal palco numerosi direttori generali di aziende sanitarie, rappresentanti del mondo professionale e cittadini hanno convenuto sulla necessità di soluzioni politiche e organizzative per rendere più omogenea l’esigibilità dei livelli essenziali di assistenza su tutto il territorio nazionale, valorizzando le migliori esperienze regionali, in particolare le reti per patologie e i sistemi informativi in grado di valutare in tempo reale i bisogni di salute della popolazione.

«Una rinnovata governance del servizio sanitario nazionale – ha concluso Cartabellotta – non può continuare ad avvitarsi sulla contrapposizione tra centralismo e regionalismo scaricando sui cittadini il conflitto istituzionale tra poli sempre più indeboliti. Ecco perché il prossimo esecutivo, senza necessariamente passare attraverso riforme costituzionali, ha il dovere etico di trovare soluzioni tecniche per potenziare le capacità di indirizzo e verifica dello Stato sui 21 sistemi sanitari regionali, nel pieno rispetto delle loro autonomie: dal monitoraggio più analitico degli adempimenti LEA ad una riforma dei Piani di rientro, dalla revisione dei criteri di riparto collegati a sistemi premianti a cascata alla diffusione virtuosa delle best practice regionali, dalla idoneità della Conferenza Stato-Regioni come strumento di raccordo tra Stato ed enti territoriali alla gestione della “questione meridionale”».


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17 gennaio 2018
Ospedale, non sempre il posto migliore dove curarsi

CON L’EPIDEMIA INFLUENZALE TORNA ALLA RIBALTA LA SPINOSA QUESTIONE DEL SOVRAFFOLAMENTO DEL PRONTO SOCCORSO E DEI RICOVERI OSPEDALIERI INAPPROPRIATI. DAL POSITION STATEMENT DELLA FONDAZIONE GIMBE LE MIGLIORI EVIDENZE SCIENTIFICHE SULLE ALTERNATIVE PER GESTIRE MALATTIE ACUTE A BASSO RISCHIO FUORI DALL’OSPEDALE IN MANIERA EFFICACE, SICURA E A COSTI MINORI

In Italia, in particolare nelle Regioni del Centro-Sud, la mancanza di un’adeguata rete di servizi sul territorio e una cultura centrata sull’ospedale portano molti cittadini a recarsi in ospedale anche per condizioni acute non gravi, aumentando il numero di accessi inappropriati e contribuendo al collasso dei pronto soccorso, come sta accadendo proprio in questi giorni in occasione del picco dell’epidemia influenzale. La stessa riorganizzazione della rete ospedaliera, secondo le regole definite dal DM 70/2015, sta avvenendo in maniera molto disomogenea e frammentata, perché in alcune aree del paese esiste una vera e propria desertificazione nell’offerta di servizi territoriali: strutture intermedie, assistenza domiciliare, lungodegenza e riabilitazione, hospice.

«Una moderna assistenza sanitaria – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – dovrebbe essere riorganizzata secondo il principio dell’intensità di cura, offrendo una rete integrata di servizi costruita sui reali bisogni del paziente. In altre parole, per migliorare l’appropriatezza organizzativa, il paziente deve essere assistito “nel posto giusto” per risolvere in maniera efficace e sicura i suoi problemi di salute, ma al tempo stesso il sistema sanitario deve investire la “giusta” quantità di risorse economiche».

«Oggi numerose patologie acute a basso rischio – continua il Presidente – continuano ad essere gestite in ospedale, a dispetto dei progressi in ambito biotecnologico e di modelli innovativi di erogazione dell’assistenza che stanno modificando i percorsi diagnostico-terapeutici. Considerato che la letteratura sulle strategie alternative all’ospedalizzazione è molto frammentata e gli studi si limitano a singole patologie, abbiamo analizzato tutte le revisioni sistematiche rilevanti per fornire a decisori, professionisti e pazienti una mappa aggiornata delle evidenze scientifiche, riportando i risultati in termini di mortalità, morbilità, esperienza di pazienti e caregiver e costi».

Secondo le evidenze sintetizzate nel Position Statement GIMBE per varie patologie acute a basso rischio, convenzionalmente trattate in ospedale, l’assistenza può essere erogata in maniera altrettanto efficace e sicura in setting meno costosi con un impatto favorevole, o invariato, sulla soddisfazione dei pazienti. In particolare:

  • La gestione ambulatoriale, più o meno intensiva, dopo avvio del percorso in ospedale non presenta differenze statisticamente significative in termini di mortalità, morbilità e soddisfazione del paziente per embolia polmonare, trombosi venosa profonda, polmonite, pneumotorace, diverticolite, colica renale.
  • Per le unità di diagnosi rapida, finalizzate ad effettuare rapidamente la diagnosi di alcune malattie (es. neoplasie, anemia di origine sconosciuta) evidenze più limitate dimostrano una riduzione della mortalità e un’elevata soddisfazione dei pazienti.
  • Per l’ospedale a domicilio, in cui l’assistenza ospedaliera viene erogata a livello domiciliare, numerose condizioni acute (riacutizzazione di scompenso cardiaco e BPCO, polmonite, urosepsi, cellulite, embolia polmonare, fibrillazione atriale, asma) presentano mortalità, morbilità e soddisfazione di pazienti e caregiver migliori o uguali.
  • Nelle unità di osservazione breve intensiva (OBI), dove il paziente viene gestito in spazi dedicati generalmente all’interno del dipartimento di emergenza, nessuna differenza di mortalità per dolore toracico, asma, BPCO, pielonefrite, a fronte di una riduzione della durata della degenza e un’aumentata soddisfazione del paziente.
  • I dati relativi ai costi sono eterogenei ma, quando valutati, hanno rilevato un risparmio nella quasi totalità dei casi, per tutte le strategie alternative al ricovero ospedaliero.

«Auspichiamo – conclude Cartabellotta – che le politiche sanitarie tengano in considerazione le raccomandazioni del Position Statement GIMBE, sia per l’aggiornamento periodico degli elenchi dei DRG inappropriati in regime di ricovero ordinario, sia per guidare la riorganizzazione dei servizi sanitari regionali, sia per avviare studi finalizzati a monitorare efficacia e sicurezza delle strategie alternative al ricovero nelle patologie dove mancano robuste evidenze».

Il Position Statement “Modelli organizzativi alternativi al ricovero ospedaliero per i pazienti con malattie acute” è disponibile a: www.evidence.it/alternative-ricovero.


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9 gennaio 2018
Elezioni 2018: la salute delle persone al centro dei programmi politici

IL DIRITTO COSTITUZIONALE ALLA TUTELA DELLA SALUTE NON PUÒ ESSERE CONDIZIONATO DA IDEOLOGIE PARTITICHE, MA DEVE ESSERE GARANTITO A TUTTE LE PERSONE SIA PER IL LORO BENESSERE, SIA PER LA RIPRESA ECONOMICA DEL PAESE. TUTTI I PROGRAMMI DELLE FORZE POLITICHE PROTAGONISTE DELLE IMMINENTI CONSULTAZIONI ELETTORALI SOTTO LA LENTE DELL’OSSERVATORIO GIMBE PER UN’ANALISI DELLE PROPOSTE RELATIVE A SANITÀ, WELFARE E RICERCA. I RISULTATI SARANNO RESI PUBBLICI ALLA VIGILIA DELLE ELEZIONI IN OCCASIONE DELLA 13a CONFERENZA NAZIONALE GIMBE.

Lo scioglimento delle Camere da parte del Presidente Mattarella ha segnato la fine della XVII legislatura, che per la sanità è stata caratterizzata da un insolito paradosso. Da un lato, un’intensa attività legislativa e programmatoria ha posto numerose pietre miliari: dal decreto sui nuovi LEA alla legge sulla responsabilità professionale, dal decreto sull’obbligo vaccinale all’albo nazionale per i direttori generali, dal patto per la sanità digitale ai fondi per i farmaci innovativi, dal Piano Nazionale della Cronicità a quelli della Prevenzione e della Prevenzione vaccinale, dagli standard ospedalieri al decreto sui piani di rientro degli ospedali, dal biotestamento all’approvazione al fotofinish del DDL Lorenzin. Dall’altro, la legislatura è trascorsa sotto il segno di un imponente definanziamento che, oltre a determinare una progressiva retrocessione rispetto ad altri paesi Europei, sta mettendo seriamente a rischio l’erogazione dei livelli essenziali di assistenza, ma soprattutto testimonia uno scollamento tra le esigenze di finanza pubblica e la programmazione sanitaria. Inoltre, dopo la bocciatura del referendum costituzionale, nessun passo in avanti è stato fatto per migliorare la governance di 21 differenti sistemi sanitari, anzi si sono moltiplicate le richieste di maggiore autonomia da parte delle Regioni.

«L’entusiasmo per i numerosi traguardi raggiunti – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – rischia di appannare i sempre più evidenti segnali d’involuzione della sanità pubblica e del sistema di welfare, in particolare in alcune aree del Paese e per le fasce socio-economiche più deboli. Considerato che la prossima legislatura sarà determinante per il destino del servizio sanitario nazionale, tutte le forze politiche devono essere consapevoli che estromettere la sanità dall’agenda di Governo non compromette solo la salute, ma soprattutto la dignità e la capacità dei cittadini di realizzare ambizioni e obiettivi che la stessa politica dovrebbe identificare come il ritorno degli investimenti in sanità».

Ecco perché, a 5 anni dal lancio del programma #salviamoSSN, la Fondazione GIMBE esorta tutte le forze politiche impegnate nelle imminenti consultazioni elettorali a mettere nero su bianco proposte convergenti per la sanità pubblica «perché – precisa Cartabellotta – se è vero che non esiste un piano occulto di smantellamento e privatizzazione del SSN, è certo che non esiste un preciso programma politico per il suo salvataggio».

Dal Rapporto GIMBE sulla sostenibilità del SSN e dalla successiva consultazione pubblica, ecco alcune proposte utili a tutte le forze politiche perché, indipendentemente dall’esito delle consultazioni, il prossimo esecutivo  ha il dovere di avviare un concreto “piano di salvataggio” del SSN:

  • mettere sempre la salute al centro di tutte le decisioni politiche (health in all policies)
  • offrire ragionevoli certezze sulle risorse destinate alla sanità, mettendo fine alle periodiche revisioni al ribasso e rilanciando in maniera graduale e costante il finanziamento pubblico
  • rimodulare il perimetro dei LEA al fine di garantire a tutte le persone servizi e prestazioni sanitarie ad elevato value, destinare quelle dal basso value alla spesa privata e impedire l’erogazione di prestazioni dal value negativo
  • ridefinire i criteri di compartecipazione alla spesa sanitaria e gli oneri detraibili a fini IRPEF, tenendo conto del value delle prestazioni sanitarie
  • avviare un piano nazionale di prevenzione e riduzione degli sprechi, per disinvestire e riallocare almeno 1 dei 2 euro sprecati ogni 10 spesi
  • attuare un riordino legislativo della sanità integrativa
  • potenziare le capacità di indirizzo e verifica del Ministero della Salute sulle Regioni
  • rilanciare le politiche per il personale: rinnovi contrattuali, assunzioni, stabilizzazioni
  • destinare almeno l’1% del fondo sanitario nazionale alla ricerca comparativa indipendente

In assenza di un programma politico di tale portata, la progressiva e silente trasformazione (già in atto) di un servizio sanitario pubblico, equo e universalistico verso un sistema misto sarà inesorabile, consegnando alla storia la più grande conquista sociale dei cittadini italiani. «Ma se anche questo fosse il destino già segnato per il SSN – continua il Presidente – il prossimo esecutivo non potrà esimersi dall’avviare una rigorosa governance della fase di privatizzazione, al fine di proteggere le fasce più deboli della popolazione e ridurre le diseguaglianze».

«Come Fondazione GIMBE – conclude Cartabellotta – abbiamo il mandato etico di analizzare in maniera indipendente le criticità del servizio sanitario e di proporre soluzioni per la sua sostenibilità: ecco perché nell’ambito delle attività dell’Osservatorio GIMBE, i programmi elettorali di tutte le forze politiche saranno oggetto di analisi comparativa sulle proposte relative a sanità, welfare e ricerca, perché riteniamo che il nostro slogan “salute prima di tutto, sanità per tutti” sia condicio sine qua non, oltre che per il benessere delle persone, anche per la ripresa economica del Paese».

I risultati del monitoraggio saranno resi pubblici il 2 marzo 2018 a Bologna, in occasione della 13a Conferenza Nazionale GIMBE.


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18 dicembre 2017
Endometriosi: un rebus diagnostico dall’enorme impatto clinico, sociale ed economico

RITARDO NELLA DIAGNOSI, INFORMAZIONI TERAPEUTICHE NON SEMPRE ADEGUATE E ASSISTENZA FRAMMENTATA PER UNA MALATTIA SPESSO INVALIDANTE CHE INTERESSA IN ITALIA CIRCA 3 MILIONI DI DONNE E GENERA RILEVANTI COSTI SANITARI E SOCIALI. LA FONDAZIONE GIMBE PUBBLICA LA SINTESI ITALIANA DELLE LINEE GUIDA DEL NATIONAL INSTITUTE FOR HEALTH AND CARE EXCELLENCE PER GUIDARE LA PRATICA CLINICA, RIORGANIZZARE I PERCORSI DIAGNOSTICO-TERAPEUTICI-ASSISTENZIALI E INFORMARE CORRETTAMENTE LE DONNE

Anche se l’assenza di un registro nazionale per l’endometriosi non permette stime precise, in Italia le donne affette da questa patologia potrebbero raggiungere i 3 milioni, circa il 10% di quelle in età fertile. L’endometriosi si manifesta con dolore pelvico, mestruazioni molto dolorose, disturbi gastrointestinali o urinari durante il ciclo mestruale e riduzione della fertilità: infatti, circa il 30-40% di donne affette da endometriosi è sterile. L’assistenza alle donne con endometriosi è molto frammentata: in assenza di percorsi multidisciplinari standardizzati in grado di integrare cure primarie e assistenza specialistica, la variabilità degli approcci diagnostico-terapeutici non garantisce esiti ottimali e genera sprechi da sovra e sotto-utilizzo di test diagnostici e trattamenti.

Recentemente, i nuovi livelli essenziali di assistenza hanno inserito l’endometriosi nell’elenco delle patologie croniche e invalidanti: questo garantisce alle donne con gli stadi più avanzati di malattia l’esenzione per alcune prestazioni diagnostiche, mentre le terapie efficaci per ridurre la sintomatologia dolorosa (trattamenti ormonali, analgesici) rimangono a carico delle pazienti.

«Troppe donne – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – rimangono ancora senza diagnosi per molti anni, con peggioramento della qualità di vita, progressione della malattia e peregrinazioni tra consulti specialistici e indagini diagnostiche non sempre appropriate. Ecco perché la prima grande sfida è diagnosticare una malattia spesso non “sospettata”, identificando precocemente segni e sintomi sin dai primi consulti, in particolare nelle adolescenti».

Le linee guida del National Institute for Health and Care Excellence (NICE) – disponibili in italiano grazie alla traduzione della Fondazione GIMBE – forniscono raccomandazioni cliniche sia per la diagnosi, sia per il trattamento dell’endometriosi: dai segni e sintomi che generano il sospetto di malattia ai criteri di appropriatezza di test diagnostici (ecografia, risonanza magnetica, laparoscopia), dalle consulenze specialistiche ai trattamenti (analgesici, terapia ormonale, chirurgia).

L’endometriosi è una malattia dove i dati clinici sono molto più rilevanti e significativi dei risultati dei test diagnostici: ad esempio, anche la risonanza magnetica è spesso negativa ed è raccomandata solo per valutare l’estensione dell’endometriosi profonda dell’intestino; analogamente il marker CA-125 è poco accurato per i numerosi risultati falsi positivi e falsi negativi.

«Le donne con diagnosi di endometriosi – continua il Presidente – spesso non ricevono informazioni adeguate sulla loro malattia, mentre per loro è fondamentale conoscere l’impatto clinico, sessuale, psicologico e sociale della malattia, al fine di effettuare scelte terapeutiche informate. Di conseguenza, la seconda grande sfida per i medici è quella di fornire informazioni personalizzate sulla base di aspettative e preferenze individuali e flessibili al tempo stesso».

Le linee guida NICE definiscono anche precisi requisiti tecnologici e professionali per l’erogazione dei percorsi diagnostico-terapeutici, sottolineando la necessità di offrire cure integrate e coordinate sotto il segno dell’approccio multiprofessionale e multidisciplinare: dal medico di medicina generale ai consultori, dai servizi di ginecologia sino ai centri specializzati per l’endometriosi, in Italia purtroppo ancora un lontano miraggio.

«L’approccio diagnostico-terapeutico dell’endometriosi – conclude Cartabellotta – presenta ampi margini di miglioramento: in particolare, riconoscere la presentazione clinica ai fini di una diagnosi precoce, informare adeguatamente le donne sulle possibili opzioni terapeutiche e costruire una rete integrata di servizi rappresentano obiettivi irrinunciabili per migliorare gli esiti clinici e il benessere delle donne, oltre che per ridurre i costi diretti e indiretti della malattia».

Le “Linee guida per la diagnosi e il trattamento dell’endometriosi” sono disponibili a: www.evidence.it/endometriosi


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30 novembre 2017
Sanità pubblica sull'orlo del baratro: fuori le proposte politiche per salvare il SSN

DAL PALCO DEL FORUM RISK MANAGEMENT DI FIRENZE, LA FONDAZIONE GIMBE ANALIZZA L’IMPONENTE DEFINANZIAMENTO DEL LUSTRO 2014-2018, METTE IN FILA LE CRITICITÀ CHE STANNO AFFONDANDO LA SANITÀ PUBBLICA E RICHIAMA TUTTE LE FORZE POLITICHE A INSERIRE NEI PROGRAMMI ELETTORALI PROPOSTE CONCRETE SU SANITÀ, WELFARE E RICERCA PERCHÉ LA PROSSIMA LEGISLATURA È DAVVERO L’ULTIMA SPIAGGIA PER SALVARE IL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE

30 novembre 2017 - Fondazione GIMBE, Bologna

Nell’ambito della 12a edizione del Forum Risk Management, Nino Cartabellotta – Presidente della Fondazione GIMBE – ha aperto la sessione “Crisi dell’universalismo e sostenibilità del sistema sanitario nazionale: i cambiamenti e le riforme possibili”, insieme a Federico Spandonaro  (Università Tor Vergata) e Federico Lega (Università Bocconi).

Durissimi i toni sulla Legge di Bilancio 2018: «Nessuno si aspettava miracoli per la sanità, ma il rinnovo di contratti e convenzioni e l’eliminazione del superticket rappresentavano il segnale minimo che la sanità, seppur ai margini, ha ancora diritto di cittadinanza nell’agenda politica». Invece, l’ultimo atto prima dello scioglimento delle Camere chiude un annus horribilis, in cui la sanità ha collezionato solo “segni meno”: dal DEF che ha previsto una riduzione del rapporto tra spesa sanitaria e PIL dal 6,7% del 2017 al 6,4% nel 2019 al DM 5 giugno 2017 che ha ridotto il fabbisogno sanitario nazionale di € 423 milioni per il 2017 e di € 604 milioni per l’anno 2018 e successivi; dalla nota di aggiornamento al DEF che nel 2020 fa precipitare al 6,3% il rapporto tra spesa sanitaria e PIL alla Legge di Bilancio 2018 che il Governo ha varato senza alcuna misura rilevante per la sanità e, verosimilmente, con € 300 milioni in meno perché l’ennesimo contributo delle Regioni alla finanza pubblica finirà per gravare sulle spalle del SSN.

«Volge al termine l’era in cui il Ministro Lorenzin ha combattuto con grande entusiasmo per il SSN – ha sottolineato il Presidente – ma a dispetto della  sua determinazione i numeri documentano senza appello che per la sanità pubblica la legislatura ha portato con sé un definanziamento senza precedenti. Questo dimostra che l’impegno del Ministro della Salute non basta quando la programmazione sanitaria è subordinata a quella finanziaria e le Regioni non remano sempre in maniera sincrona». Ripercorrendo l’enorme mole di numeri di 5 anni di legislatura tra finanziamenti programmati dai DEF, fondi assegnati dalle Leggi di Bilancio, tagli e contributi alla finanza pubblica a carico delle Regioni, Cartabellotta ha ribadito poche inquietanti certezze per il futuro del SSN:

  • Il finanziamento pubblico formalmente è aumentato di quasi € 7 miliardi: dai 107,01 miliardi del 2013 ai 114 del 2018, ma quelli sopravvissuti sono  5,968 che rischiano di scendere a 5,668.
  • Nel periodo 2015-2018 l’attuazione degli obiettivi di finanza pubblica ha determinato, rispetto ai livelli programmati, una riduzione cumulativa del finanziamento del SSN di € 11,54 miliardi.
  • La spesa sanitaria dal 2010 al 2016 è diminuita in media dello 0,1% annuo.
  • L’anno 2018 è l’esempio perfetto per comprendere il concetto di definanziamento progressivo: la spesa sanitaria stimata per il 2018 dal DEF 2014 in € 121,3 miliardi precipita a € 117,7 miliardi nel DEF 2015 per poi essere ulteriormente ridotta a € 116,2 miliardi nel DEF 2016 e a € 115,1 miliardi nel DEF 2017; il finanziamento nominale per il 2018 dai € 115 miliardi fissati dall’Intesa 11 febbraio 2016 viene ridotto a € 114 miliardi dalla Legge di Bilancio 2017 ai € 113,39 miliardi dal DM 5 giugno 2017 e rischia di lasciare per strada altri € 300 milioni con la Legge di Bilancio 2018.
  • Le previsioni a medio termine non lasciano intravedere alcuna luce alla fine del tunnel: infatti, la nota di aggiornamento del DEF 2017, nonostante certifichi una crescita del PIL del 1,5% per gli anni 2017-2019, riduce progressivamente il rapporto tra spesa sanitaria e PIL dal 6,6% del 2017 al 6,5% del 2018, al 6,4% nel 2019, sino al 6,3% nel 2020.

«Considerato che la prossima legislatura è l’ultima spiaggia per salvare il SSN – ha precisato Cartabellotta – la Fondazione GIMBE esorta tutte le forze politiche a mettere nero su bianco proposte concrete per la sanità pubblica, perché se è vero che non esiste un piano esplicito di smantellamento e privatizzazione del SSN, è altrettanto certo che manca un piano esplicito per il suo salvataggio». Come già riportato nel 2° Rapporto GIMBE sulla sostenibilità del SSN, questo piano deve prevedere alcune azioni fondamentali:

  • offrire ragionevoli certezze sulle risorse destinate alla sanità, mettendo fine alle annuali revisioni al ribasso rispetto alle previsioni e soprattutto con un graduale rilancio del finanziamento pubblico;
  • rimodulare i LEA sotto il segno del value, per garantire a tutti i cittadini servizi e prestazioni sanitarie ad elevato value, destinando quelle dal basso value alla spesa privata e impedendo l’erogazione di prestazioni dal value negativo;
  • ridefinire i criteri di compartecipazione alla spesa sanitaria e gli oneri detraibili a fini IRPEF, tenendo conto anche del value delle prestazioni sanitarie;
  • attuare un riordino legislativo della sanità integrativa;
  • avviare un piano nazionale di prevenzione e riduzione degli sprechi, al fine di disinvestire e riallocare almeno 1 dei 2 euro sprecati ogni 10 spesi;
  • mettere sempre la salute al centro di tutte le decisioni (health in all policies).

«Se la Fondazione GIMBE – conclude Cartabellotta – ha il mandato istituzionale ed etico di analizzare le criticità del SSN e proporre soluzioni per la sua sostenibilità, deve necessariamente passare al setaccio posizioni e intenzioni di tutte le forze politiche. Ecco perché nell’ambito delle attività dell’Osservatorio GIMBE per la sostenibilità del SSN, tutti i programmi elettorali saranno oggetto di analisi scrupolosa rispetto alle proposte relative a sanità, welfare e ricerca, perché, indipendentemente dalle ideologie partitiche, il diritto costituzionale alla tutela della salute deve essere garantito a tutti cittadini ed è condicio sine-qua-non, oltre che per il benessere delle persone, anche per la ripresa economica del Paese».


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20 novembre 2017
Cannabis per il dolore cronico: tante speranze, poche evidenze

CON IL DDL S.2947 IN DIRITTURA DI ARRIVO, LA FONDAZIONE GIMBE RACCOGLIE E SINTETIZZA LE EVIDENZE SCIENTIFICHE SU BENEFICI E RISCHI DELLA CANNABIS, IDENTIFICA LE AREE PER LA RICERCA FUTURA E INVITA A NON ALIMENTARE IN MANIERA IRREALISTICA LE ASPETTATIVE DEI PAZIENTI. OGGI SOLO LIMITATE EVIDENZE DIMOSTRANO CHE LA CANNABIS RIDUCE IL DOLORE NEUROPATICO, MA SU ALTRI TIPI DI DOLORE PROVE DI EFFICACIA INSUFFICIENTI. POCHE CERTEZZE ANCHE SUI RISCHI: VEROSIMILE AUMENTO DI EFFETTI AVVERSI SU FUNZIONI COGNITIVE, SALUTE MENTALE E RISCHIO DI INCIDENTI, MA EVIDENZE INSUFFICIENTI SUL RISCHIO CARDIOVASCOLARE E DI TUMORI.

Dal 14 dicembre 2016 è disponibile in Italia, per la prescrizione di preparazioni magistrali, la cannabis FM2 prodotta dallo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze e contenente tetraidrocannabinolo (THC) e cannabidiolo (CBD). Lo scorso 22 febbraio il Ministero della Salute ha emanato una circolare con le informazioni necessarie a medici e farmacisti per la preparazione e l’utilizzo della cannabis FM2. Tra le indicazioni, “l’analgesia in patologie che implicano spasticità associata a dolore (sclerosi multipla, lesioni del midollo spinale) resistente alle terapie convenzionali” e “l’analgesia nel dolore cronico (con particolare riferimento al dolore neurogeno) in cui il trattamento con antinfiammatori non steroidei o con farmaci cortisonici o oppioidi si sia rivelato inefficace”. La circolare sottolinea che “la cannabis […] è un trattamento sintomatico di supporto a quelli standard, quando questi non hanno prodotto gli effetti desiderati o hanno provocato effetti secondari non tollerabili o necessitano di incrementi posologici che potrebbero determinare effetti collaterali”.

«Diverse motivazioni – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – ci hanno indotto a realizzare il Position Statement “Uso terapeutico della cannabis nel dolore cronico: efficacia ed effetti avversi”. Innanzitutto, il dolore cronico è l’indicazione che dal punto di vista epidemiologico ha il maggior impatto sulle necessità terapeutiche e, di conseguenza, sulla produzione di cannabis; in secondo luogo, i medici saranno sempre più spesso chiamati a discutere di benefici e rischi della cannabis con i loro pazienti, tenuti a rilasciare un consenso informato scritto; infine, le evidenze scientifiche sono estremamente frammentate e non disponiamo di una mappa delle conoscenze per guidare decisioni dei medici e scelte dei pazienti, orientare la conduzione di ulteriori studi e fornire alle Istituzioni elementi oggettivi per stimare il fabbisogno nazionale di cannabis».

A seguito di un rigoroso processo di ricerca e selezione della letteratura, che ha incluso 13 revisioni sistematiche e 62 studi, il Position Statement GIMBE ha concluso che negli adulti con dolore cronico le evidenze sui potenziali benefici e rischi della cannabis terapeutica sono ancora esigue.

«Limitate evidenze scientifiche – puntualizza il Presidente – dimostrano che i preparati a base di cannabis con contenuto standardizzato di THC-CBD possono alleviare il dolore neuropatico, ma le prove di efficacia sono insufficienti nei pazienti con altri tipi di dolore. Peraltro, la maggior parte degli studi sono di piccole dimensioni, spesso con rilevanti limiti metodologici e non conosciamo gli effetti a lungo termine perché la durata del follow-up è limitata».

Rispetto ai rischi, nei pazienti con dolore cronico la cannabis si associa al rischio di eventi avversi a breve termine: sia frequenti e lievi (es. vertigini, senso di stordimento), sia rari e severi (es. tentato suicidio, paranoia, agitazione). Tuttavia, le evidenze sui rischi della cannabis derivano soprattutto da studi condotti nella popolazione generale. Nei giovani adulti il fumo occasionale di cannabis non influenza negativamente la funzionalità polmonare sino a 20 anni di follow-up ma le evidenze sono insufficienti sul rischio di eventi cardiovascolari e di tumori. Meglio documentati, invece, i rischi per la salute mentale: l’uso di cannabis si associa allo sviluppo di sintomi psicotici e di esacerbazioni di sintomi maniacali nel disturbo bipolare; l’intossicazione acuta aumenta il rischio di incidenti con veicoli a motore e  l’utilizzo a lungo termine influenza negativamente le funzioni cognitive e si associa con una grave forma di vomito ciclico.  

«È una grande conquista sociale – conclude Cartabellotta – che l’iter del DdL S.2947 sia in dirittura di arrivo con l’obiettivo di disciplinare l’utilizzo della cannabis per uso terapeutico. Tuttavia, considerato che gli oneri della cannabis ad uso terapeutico saranno a carico del Servizio Sanitario Nazionale, non si può ignorare che nei pazienti con dolore cronico non esistono dati definitivi sulla sua efficacia  e che le informazioni sui potenziali rischi sono ancora limitate. Ecco perché, al fine di utilizzare meglio il denaro pubblico, è indispensabile sia non alimentare aspettative irrealistiche nei pazienti, sia condurre ulteriori studi nelle aree suggerite dal Position Statement GIMBE».

Il Position Statement GIMBE “Uso terapeutico della cannabis nel dolore cronico: efficacia ed effetti avversi” è disponibile a: www.evidence.it/cannabis.


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8 novembre 2017
Niente risorse alla Sanità nella Legge di Bilancio 2018: al Parlamento l’ultima occasione per rilanciare il Servizio Sanitario

IN OCCASIONE DELL’AUDIZIONE PRESSO LA 12A COMMISSIONE IGIENE E SANITÀ DEL SENATO, LA FONDAZIONE GIMBE HA IMPIETOSAMENTE SNOCCIOLATO I NUMERI DEL DEFINANZIAMENTO DELLA SANITÀ PUBBLICA, FATTO LUCE SU RESPONSABILITÀ DI GOVERNO E REGIONI PER I RINNOVI DI CONTRATTI E CONVENZIONI, FORMULATO UNA CORAGGIOSA PROPOSTA PER L’ELIMINAZIONE DEL SUPERTICKET E “LASCIATO UNA TRACCIA” PER IL RIORDINO NORMATIVO DELLA SANITÀ INTEGRATIVA.

8 novembre 2017 - Fondazione GIMBE, Bologna

Si è svolta ieri l’audizione della Fondazione GIMBE presso la 12a Commissione Igiene e Sanità del Senato della Repubblica, in vista dell’esame del Disegno di Legge di Bilancio 2018. Tenendo conto che il testo inviato al Parlamento - ad eccezione di € 21,5 milioni “assegnati” dall’art. 18 - non prevede alcuna misura per la sanità, il Presidente Nino Cartabellotta è intervenuto per rilevare l’inaccettabile entità del definanziamento pubblico, fare chiarezza sugli impegni di Stato e Regioni sulle risorse destinate ai rinnovi di contratti e convenzioni del personale sanitario, proporre l’eliminazione del superticket attraverso la rimodulazione delle detrazioni IRPEF per le spese mediche e “lasciare una traccia” per il prossimo esecutivo sull’inderogabile necessità di un riordino normativo della sanità integrativa.

Definanziamento. I dati riportati dal Presidente hanno documentato che nel periodo 2015-2018 l’attuazione degli obiettivi di finanza pubblica ha determinato una riduzione cumulativa del finanziamento del SSN di € 11,537 miliardi rispetto ai livelli programmati dai Documenti di Economia e Finanza (DEF). Cartabellotta ha riportato l’esempio paradigmatico del 2018, per il quale la spesa sanitaria stimata dal DEF 2014 in € 121,3 miliardi è precipitata a € 117,7 miliardi nel DEF 2015 per poi essere ulteriormente ridotta a € 116,2 miliardi nel DEF 2016 e a € 115,1 nel DEF 2017. Il finanziamento nominale per il 2018, invece, dai € 115 miliardi fissati dell’Intesa 11 febbraio 2016, è stato ridotto a € 114 dalla Legge di Bilancio 2017 ai € 113,39 dal DM 5 giugno 2017 sulla rideterminazione del fabbisogno del SSN e rischia di lasciare per strada altri 300 milioni con la Legge di Bilancio 2018. «Peraltro– ha precisato Cartabellotta – le previsioni a medio termine non lasciano intravedere alcun rilancio del finanziamento pubblico: infatti, se la nota di aggiornamento del DEF 2017 da un lato certifica la crescita del PIL del 1,5% per gli anni 2017-2019, dall’altro riduce progressivamente il rapporto tra spesa sanitaria e PIL dal 6,6% del 2017 al 6,5% del 2018, al 6,4% nel 2019 e addirittura al 6,3% nel 2020».

Rinnovo contratti e convenzioni. Il Presidente ha fatto chiarezza su posizioni e responsabilità di Governo e Regioni che hanno infiammato le legittime richieste sindacali in un momento storico per il rinnovo di contratti e convenzioni. Vero è che la Legge di Bilancio 2017 ha formalmente vincolato (comma 412) le somme per i rinnovi di contratti e convenzioni, ma oltre a non averle quantificate, non le ha nemmeno incluse nel comma 393 che ha vincolato un miliardo di euro a farmaci oncologici innovativi, farmaci innovativi, vaccini, assunzioni e stabilizzazioni. «Purtroppo – ha spiegato Cartabellotta – solo alcune Regioni hanno effettuato l’accantonamento previsto e oggi, di fatto, mancano all’appello sia le risorse assegnate dalla Legge di Bilancio 2017 per i rinnovi contrattuali relativi agli anni 2016 e 2017, sia quelle che la nuova Legge di Bilancio dovrebbe destinare alla quota 2018, sostanzialmente erose dal contributo di cui si sono fatte carico le Regioni a statuto ordinario: € 423 milioni nel 2017 e € 604 nel 2018». Secondo le stime riportate dal Presidente, sono necessari € 802 milioni per il rinnovo del contratto del personale dipendente relativo al triennio 2016-2018, oltre ai fondi necessari per il rinnovo del personale in regime di convenzione, il cui metodo di calcolo non è riportato dal DPCM 27 febbraio 2017.

Eliminazione superticket. Cartabellotta ha illustrato i dettagli della proposta già annunciata dalla Fondazione GIMBE per eliminare l’iniquo balzello tramite una rimodulazione delle detrazioni IRPEF per le spese mediche. «La proposta GIMBE – ha precisato Cartabellotta –  permetterebbe di recuperare circa un miliardo di euro, garantendo al tempo stesso maggiore equità sociale grazie ad una redistribuzione delle agevolazioni fiscali in relazione al reddito, trasformando la frammentata governance regionale di superticket mal disegnati in minori agevolazioni fiscali gestite a livello nazionale e favorendo l’emersione del sommerso».

Riordino sanità integrativa. In presenza di un definanziamento pubblico di tale portata, per arginare il continuo aumento della spesa out-of-pocket, che oggi ha raggiunto il 90% della spesa privata e contenere l’espansione selvaggia del mercato assicurativo, il Presidente ha suggerito due azioni integrate: ridefinire il perimetro dei LEA attraverso quel delisting programmato e mai attuato e destinare le risorse della sanità integrativa esclusivamente a prestazioni extra-LEA. Tuttavia, per non compromettere il modello universalistico, Cartabellotta ha indicato come indifferibile un riordino della normativa, oggi estremamente frammentata e iniqua. «Con la presente audizione – ha precisato Cartabellotta – intendiamo lasciare una “traccia ufficiale” per la prossima legislatura sulla necessità di un testo unico per tutte le forme di sanità integrativa al fine di pervenire a un impianto regolatorio capace di assicurare una governance nazionale, di garantire a tutti gli operatori del settore le condizioni per una sana competizione, ma soprattutto di tutelare i cittadini, evitando derive consumistiche e di privatizzazione».

«Nel 2013 – conclude Cartabellotta – la Fondazione GIMBE ha lanciato la campagna #salviamoSSN nella consapevolezza che il servizio sanitario nazionale rappresenta la più grande conquista sociale dei cittadini italiani. Constatare in questo scorcio di fine legislatura che sanità e welfare non rappresentano  una priorità politica è motivo di grande delusione, ma al tempo stesso un grande stimolo per continuare la nostra battaglia perché la salute sia al centro di tutte le politiche e si possano degnamente festeggiare i 40 anni del servizio sanitario nazionale».


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Pagina aggiornata il 18/02/2014