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ONLINE LA DATAROOM GIMBE SULL'EMERGENZA COVID-19 A DISPOSIZIONE DI ISTITUZIONI E MEZZI DI INFORMAZIONE

9 2020
Coronavirus: stabile il trend dei nuovi casi ma nelle ultime 2 settimane nessuna regione a contagio zero

NEL PERIODO 25 GIUGNO – 7 LUGLIO 2.546 NUOVI CASI IN ITALIA, DI CUI OLTRE LA METÀ IN LOMBARDIA CHE HA LA PERCENTUALE PIÙ ELEVATA DI TAMPONI DIAGNOSTICI POSITIVI (2,16%). CONTINUANO A CALARE I RICOVERI, MA NON IL TREND DEI CONTAGI: PURTROPPO LA LIMITATA DISPONIBILITÀ DI DATI NON PERMETTE DI STABILIRE SE SIANO IMPUTABILI ALL’INSORGENZA DI FOCOLAI O ALLA DIFFUSA CIRCOLAZIONE DEL VIRUS. FONDAMENTALE MANTENERE COMPORTAMENTI INDIVIDUALI RESPONSABILI E GARANTIRE UN RIGOROSO MONITORAGGIO EPIDEMIOLOGICO

«Anche nella settimana 1-7 luglio – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – il nostro monitoraggio indipendente conferma rispetto alla settimana precedente la costante riduzione del carico su ospedali e terapie intensive, con una sostanziale stabilità nell’incremento dei casi totali e dei decessi». In sintesi:

  • Casi totali: +1.378 (+0,6%)
  • Decessi: +132 (+0,4%)
  • Ricoverati con sintomi: -150 (-13,8%)
  • Terapia intensiva: -23 (-24,7%)
  • Tamponi totali: -22.720 (-6,8%)
  • Tamponi diagnostici: -12.323 (-6,7%)

Considerato che il numero di casi settimanali totali è relativamente contenuto, la Fondazione GIMBE ha condotto un’analisi su un periodo più esteso (25 giugno – 7 luglio), durante il quale si sono registrati 2.546 nuovi casi: il 51,8% in Lombardia (1.319), seguita da Emilia-Romagna (402), Lazio (171), Piemonte (158) e Campania (102). Tutte le altre Regioni si attestano sotto i 100 nuovi casi con un range che va dagli 88 del Veneto ad un unico nuovo caso in Molise. La percentuale di tamponi diagnostici positivi (figura 1), esclusi dunque quelli eseguiti per confermare la guarigione virologica o per necessità di ripetere il test, è superiore alla media nazionale (0,89%) solo in Lombardia (2,16%) e in Emilia-Romagna (1,25%). Nelle altre Regioni il range varia dallo 0,87% di Liguria e Piemonte allo 0,04% della Puglia.

Per lo stesso periodo (25 giugno – 7 luglio) sono stati messi in relazione due indicatori parametrati alla popolazione residente: l’incidenza di nuovi casi e il numero di tamponi diagnostici che stima la maggiore o minore propensione al testing delle Regioni (figura 2).

  • Incidenza di nuovi casi per 100.000 abitanti. Rispetto alla media nazionale (4,2), l’incidenza è superiore in Lombardia (13,1), Emilia-Romagna (9) e Provincia Autonoma di Trento (4,4). Nelle altre Regioni il l’incidenza varia dai 4,1 nuovi casi per 100.000 abitanti della Liguria allo 0,1 della Puglia.
  • Tamponi diagnostici per 100.000 abitanti. Rispetto alla media nazionale (475), svetta la Provincia Autonoma di Trento (986), seguita da Emilia-Romagna (724), Molise (715), Provincia Autonoma di Bolzano (665) e Lombardia (608), Umbria (586), Veneto (572), Friuli-Venezia Giulia (519) e Sardegna (480). Le restanti 12 Regioni si collocano in un range che varia dai 475 tamponi per 100.000 abitanti della Basilicata ai 246 della Campania. La propensione all’esecuzione di tamponi diagnostici rimane significativamente sopra la media nazionale sia in Emilia-Romagna (724) che in Lombardia (608), le prime due Regioni per incidenza di nuovi casi.

«L’interpretazione di questi dati – commenta Cartabellotta – risulta difficoltosa anche per la mancata disponibilità pubblica di tutti gli indicatori del Decreto del Ministero della Salute 30 aprile 2020 che, tra l’altro, prevedono di riportare separatamente i casi dovuti a focolai da quelli conseguenti alla circolazione diffusa del virus».

«In questa fase di convivenza con il virus – conclude Cartabellotta – è indispensabile da un lato non abbassare la guardia mantenendo comportamenti individuali responsabili, applicando rigorosamente le norme igieniche e le misure di distanziamento sociale, indossando le mascherine in luoghi chiusi o ove non è possibile rispettare le distanze ed evitando rigorosamente ogni forma di assembramento. Dall’altro le Regioni devono continuare a garantire una stretta sorveglianza epidemiologica finalizzata sia ad identificare tempestivamente i focolai, circoscrivendoli, sia ad una continua attività di testing per le categorie a rischio».


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2 2020
Coronavirus: 29.476 operatori sanitari contagiati. Quasi 7.600 negli ultimi due mesi, ma scarseggiano i dati

DAL MONITORAGGIO SETTIMANALE DELLA FONDAZIONE GIMBE NESSUNA VARIAZIONE SIGNIFICATIVA AL QUADRO EPIDEMIOLOGICO NAZIONALE. ATTENZIONE PUNTATA SUI CONTAGI DEGLI OPERATORI SANITARI: 29.476 DA INIZIO EMERGENZA (12,3% DEL TOTALE DEI POSITIVI) E 7.596 DAL 4 MAGGIO AL 30 GIUGNO (26,5% DEL TOTALE). MA I DATI ANALITICI PER REGIONE, CONTESTO ASSISTENZIALE E RUOLO PROFESSIONALE RISALGONO AL MESE DI APRILE: ENNESIMO “BUCO NERO” SU UNA DELLE PRINCIPALI DETERMINANTI DEI CONTAGI NEL NOSTRO PAESE.

Nella settimana 24-30 giugno il monitoraggio indipendente della Fondazione GIMBE conferma, rispetto alla settimana precedente, la costante riduzione dei pazienti ricoverati con sintomi e in terapia intensiva e l’ulteriore rallentamento sul fronte dei decessi. Relativamente ai casi totali, si rileva un incremento medio giornaliero dello 0,1%, a fronte di un’ulteriore riduzione dei tamponi diagnostici. In sintesi:

  • Casi totali: +1.745 (+0,7%)
  • Decessi: + 92 (+0,3%)
  • Ricoverati con sintomi: -763 (-41,2%)
  • Terapia intensiva: -22 (-19,1%)
  • Tamponi totali: -21.837 (-6,1%)
  • Tamponi diagnostici: -6.433 (-3,4%)

«In un contesto di generale stabilità del quadro epidemiologico nazionale – afferma il Presidente Nino Cartabellotta – abbiamo approfondito un tema trascurato negli ultimi tempi, ovvero il contagio degli operatori sanitari che durante questi mesi hanno pagato un prezzo molto alto condizionando anche l’evoluzione dell’epidemia. Infatti, oltre alla riduzione della “forza lavoro”, gli operatori sanitari contagiati sono divenuti inconsapevoli veicoli di infezione, in particolare dei pazienti più fragili».

FONTI DEI DATI. I dati sui contagi degli operatori sanitari sono resi disponibili dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS) tramite un’infografica, evoluta in una dashboard web dal 25 giugno, e il bollettino epidemiologico. La disponibilità di dati da fonti regionali non consente analisi sistematiche in quanto parziale e/o occasionale.  In ogni caso, se il numero totale di contagi e decessi viene costantemente aggiornato dall’ISS, i dati di dettaglio risalgono tutti al mese di aprile. In dettaglio:

  • Il numero totale degli operatori sanitari contagiati è disponibile dal 9 marzo al 30 giugno, insieme alla distribuzione di contagi e decessi per fascia d’età, oltre che al tasso di letalità.
  • La distribuzione dei contagi per Regione è disponibile nell’appendice del bollettino epidemiologico sino al 2 aprile.
  • Il 9 aprile l’ISS ha condotto un’indagine tra le Regioni per raccogliere informazioni più dettagliate, riportando i dati nel bollettino come “focus sugli operatori sanitari”:
    • 17 aprile: contagiati per “Contesto assistenziale” (dati disponibili per 11.738/16.991 casi);
    • 30 aprile: contagiati per “Ruolo/qualifica professionale” (dati disponibili per 20.593/20.831 casi).

RISULTATI

  • Al 30 giugno risultano contagiati 29.476 operatori sanitari (figura) il 12,3% dei 240.578 contagi totali nazionali.
  • Al 23 giugno risultano 87 operatori sanitari deceduti per COVID-19, per un tasso di letalità dello 0,3%. Stride la discrepanza con il numero dei 171 medici deceduti resi noti dalla Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici e Odontoiatri.
  • Al 28 aprile su 20.593 operatori sanitari contagiati il 47,4% sono infermieri e ostetrici, il 22% medici prevalentemente ospedalieri, il 14,6% operatori sociosanitari e il 16% altre professioni sanitarie.
  • Al 16 aprile quasi il 90% degli 11.738 contagiati si concentra tra setting ospedaliero (70,9%) e territoriale (18,5%), mentre il restante 10,6% si divide tra case di riposo, residenze per anziani e altri setting di assistenza residenziale o ambulatoriale.
  • Al 2 aprile quasi l’81% degli operatori sanitari contagiati si concentravano in tre Regioni: Lombardia (61,6%), Emilia-Romagna (10,8%) e Veneto (8,4%).

Rispetto alla continua crescita dei contagi tra operatori sanitari, un dato di particolare rilievo che dal 4 maggio al 30 giugno sono stati identificati 7.596 operatori sanitari positivi, che corrispondono al 26,5% dei 28.640 nuovi positivi in Italia per lo stesso periodo. «Davanti a questi dati – precisa Cartabellotta – il dubbio sorge spontaneo: è possibile che mesi dopo l’inizio dell’epidemia non siamo ancora in grado di garantire agli operatori sanitari il massimo livello di protezione con adeguati dispositivi di protezione individuale e protocolli di sicurezza?  O questi numeri devono essere piuttosto interpretati alla luce della massiccia attività di testing condotta su questa categoria professionale, che ha permesso di identificare un numero molto più elevato di positivi rispetto alla popolazione generale?».

«La Fondazione GIMBE – conclude Cartabellotta – ritiene inaccettabile la mancata disponibilità di dati analitici relativi alla distribuzione regionale, al contesto assistenziale e al ruolo/qualifica professionale degli operatori sanitari contagiati che consentirebbero di comprendere meglio il fenomeno e mettere in atto le opportune strategie preventive a tutela degli operatori e dei cittadini. L’ennesimo “buco nero” su una delle principali determinanti della diffusione dell’epidemia nel nostro Paese».


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25 giugno 2020
Casi in riduzione, ma tamponi in netto calo. Nuovi focolai attestano ampia circolazione coronavirus

CONTINUA IL CALO COSTANTE DEI PAZIENTI RICOVERATI CON SINTOMI E IN TERAPIA INTENSIVA CHE NON DEVE TUTTAVIA ESSERE CONFUSO CON L’ASSENZA DI NUOVI RICOVERI PER COVID-19. RISPETTO ALLA SETTIMANA PRECEDENTE SI RIDUCE L’INCREMENTO DEI NUOVI CASI (+0,6%), INEVITABILMENTE CONDIZIONATO DAL NETTO CALO DEI TAMPONI DIAGNOSTICI (-26.876). UNA DECINA DI FOCOLAI SEGNALATI NELL’ULTIMA SETTIMANA DIMOSTRANO CHE IL VIRUS CONTINUA A CIRCOLARE OVUNQUE E NON BISOGNA ABBASSARE LA GUARDIA: COMPORTAMENTI INDIVIDUALI, SORVEGLIANZA EPIDEMIOLOGICA E POTENZIAMENTO DELL’ATTIVITÀ DI TESTING RIMANGONO ARMI INDISPENSABILI PER UNA “TRANQUILLA” CONVIVENZA COL VIRUS.

Nella settimana 17-23 giugno il monitoraggio indipendente della Fondazione GIMBE conferma, rispetto alla settimana precedente, la costante riduzione dei pazienti ricoverati con sintomi e in terapia intensiva e l’ulteriore frenata nell’incremento dei nuovi casi, condizionata tuttavia dal netto calo dei tamponi diagnostici, ovvero quelli finalizzati a identificare nuovi casi e non eseguiti per confermare le guarigioni o per altre necessità di ripetere il test (cd. tamponi di controllo). In sintesi:

  • Decessi: +270 (+0,8%)
  • Terapia intensiva: -62 (-35%)
  • Ricoverati con sintomi: -1.448 (-43,9%)
  • Casi totali: +1.133 (+0,6%)
  • Tamponi diagnostici -26.876 (-12,4%)
  • Tamponi totali: -18.937 (-5%)

«I dati – afferma Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE – confermano che il numero dei pazienti attualmente ospedalizzati è in discesa costante e progressiva dai primi di aprile, quando si contavano oltre 4.000 pazienti in terapia intensiva e più di 29.000 ricoverati con sintomi. Tuttavia, il progressivo decongestionamento degli ospedali non implica, come impropriamente si sente spesso affermare, l’azzeramento dei ricoveri». Infatti, i dati ufficiali relativi alle ospedalizzazioni per COVID-19 si riferiscono all’occupazione dei posti letto, utili per valutare i segnali di sovraccarico ospedaliero, ma che al di là del “saldo” in progressiva riduzione non permettono di conoscere il reale numero di pazienti quotidianamente entrano ed escono dalle statistiche ospedaliere (nuovi ricoveri, dimissioni, decessi).

Sul ridotto incremento dei casi totali (+0,6%) è evidente l’impatto della riduzione dei tamponi diagnostici, oltre 26.000 in meno rispetto alla settimana precedente, comunque superiore a quello dei tamponi di controllo (quasi 19.000 in meno).

«Considerato il numero di casi sempre più esiguo – spiega Cartabellotta – la nostra analisi settimanale si concentra sulle variazioni provinciali, dove gli incrementi sono conseguenti all’identificazione di focolai immediatamente circoscritti». L’analisi esclude le province della Sicilia, oggetto di consistenti ricalcoli. Complessivamente nella settimana 17-23 giugno, rispetto alla precedente, in 36 province si rileva un incremento complessivo di 186 casi, di cui si riportano i dati relativi a 13 province che registrano aumenti di almeno 5 casi, per un totale di 135 casi distribuiti in 9 Regioni (tabella): Calabria, Campania, Emilia Romagna, Liguria, Lombardia, P.A. Bolzano, P.A. Trento, Piemonte, Toscana. Tali incrementi sono in parte riconducibili a focolai identificati nell’ultima settimana, di seguito riportati con i relativi casi segnalati da fonti locali.

  • Mondragone (Caserta): quarantena per i residenti dei Palazzi ex Cirio (30 positivi)
  • Palmi (Reggio Calabria): “zona rossa” istituita nei quartieri Pietrenere-Tonnara-Scinà (8 positivi)
  • Bologna: in un’azienda (14 positivi) e in un’attività commerciale (12 positivi)
  • Montecchio (Reggio Emilia): focolaio in due famiglie con legami parentali (7 positivi)
  • Bolzano: focolaio familiare (11 positivi)
  • Como: casa di accoglienza per persone bisognose (7 positivi)
  • Province di Prato e Pistoia (19 positivi)
  • Porto Empedocle (Agrigento) focolaio nella nave dei migranti portati dalla Sea Watch (28 positivi)
  • Alessandria: casa di riposo (13 positivi)
  • Roma: istituto religioso (4 positivi), oltre ai ben noti focolai della Garbatella e dell’ospedale San Raffaele Pisana relativi alle settimane precedenti

 

«Tutte queste segnalazioni – precisa il Presidente – confermano, oltre ogni ragionevole dubbio, che il virus è sempre presente e rialza la testa ogni qualvolta le condizioni ambientali favoriscono una ripresa del contagio. In particolare, accanto alle ben note residenze per anziani, sembrano a rischio sia contesti familiari sia aree sociali disagiate, oltre gli inevitabili “casi di rientro” dall’estero. Di conseguenza, è indispensabile mantenere i comportamenti individuali raccomandati e continuare con una stretta sorveglianza epidemiologica, potenziando contestualmente l’attività di testing e tracciamento, di fatto in netta riduzione».

«Evidenze scientifiche e dati dal real world – conclude Cartabellotta – invitano a diffidare dal senso di falsa sicurezza che traspare da improvvide dichiarazioni prive di basi scientifiche e che rischia di alimentare pericolosi comportamenti individuali. Il peggio è indubbiamente passato, ma resta cruciale disinnescare ogni cortocircuito cognitivo-comportamentale che ci porta, complice anche la bella stagione, a mettere da parte ogni preoccupazione (legittimo), ma soprattutto ogni precauzione (inaccettabile)».

Tabella. Province con un incremento di almeno 5 casi nella settimana 17-23 giugno
rispetto a quella precedente

Regione*

Provincia

N° casi totali
10-16 giugno

N° casi totali
17-23 giugno

Incremento
casi

Focolai
segnalati

Calabria

Reggio di Calabria

1

12

+11

Campania

Caserta

2

13

+11

Emilia Romagna

Bologna

55

72

+17

Forlì-Cesena

4

10

+6

-

Reggio nell'Emilia

7

19

+12

Liguria

Genova

33

41

+8

-

Savona

3

9

+6

-

Lombardia

Bergamo

248

268

+20

-

Monza e Brianza

72

77

+5

-

P.A. Bolzano

Bolzano

7

22

+15

P.A. Trento

Trento

9

17

+8

-

Piemonte

Novara

18

29

+11

-

Toscana

Prato

1

6

+5

-

*Le province della Sicilia sono state escluse in quanto oggetto di ricalcoli rilevanti

 

 


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22 giugno 2020
Coronavirus: il disaccordo pubblico tra esperti disorienta la popolazione e genera pericolose fake news

SPOSTARE IL DIBATTITO SUI RISULTATI DELLA RICERCA DI BASE E DI STUDI CLINICI PRELIMINARI SPESSO NEMMENO PUBBLICATI OPPURE GENERALIZZARE LE PROPRIE ESPERIENZE SUL CAMPO DEFORMA IL PUZZLE DELLE EVIDENZE SCIENTIFICHE SULLA PANDEMIA, SOSTITUENDO LA LOGICA DELL’IPSE DIXIT AL RIGORE METODOLOGICO DELLA RICERCA. DALLA FONDAZIONE GIMBE UNA SINTESI PER IL GRANDE PUBBLICO DELLE RAGIONEVOLI (IN)CERTEZZE DELLA SCIENZA.

Nelle ultime settimane l’attenzione dei media sull’epidemia di coronavirus si è spostata dai numeri del contagio, sempre meno “sensazionali”, alle svariate dichiarazioni di esperti che disegnano scenari estremi, generando fazioni opposte. Per alcuni la pandemia è finita ed è tempo di tornare alla vita normale senza troppe preoccupazioni; altri invece, in linea con le raccomandazioni del Ministero della Salute e dell’Istituto Superiore di Sanità, ritengono che non bisogna abbassare la guardia perché il virus continua a circolare, in particolare in alcune Regioni.

«In questa fase dell’epidemia – afferma il Presidente Nino Cartabellotta – ricercatori, medici e scienziati che comunicano al grande pubblico hanno enormi responsabilità: ora che il pericolo non è più tangibile e la grande paura via via svanisce, il rischio di disorientare i cittadini è molto elevato. In particolare, affermazioni sostenute da studi preliminari o esperienze individuali alimentano un senso di falsa sicurezza che facilità comportamenti irresponsabili».

Occorre ricordare che la ricerca su COVID-19 è molto frammentata ed eterogenea: gli studi sono stati condotti in una situazione di emergenza; la disponibilità in poco tempo di moltissimi dati su scala mondiale ha fatto lievitare vertiginosamente il numero di pubblicazioni; la grande attenzione delle riviste scientifiche per il tema ha allentato il rigore dei criteri di valutazione, come dimostrano anche le clamorose ritrattazioni sulle riviste di grande prestigio: The Lancet, New England Journal of Medicine, Annals of Internal Medicine. «Questo scenario – spiega Cartabellotta – ostacola la produzione di revisioni sistematiche, sintesi affidabili per informare pratica clinica e politiche sanitarie: ogni singolo studio, infatti, per quanto ineccepibile, rimane solo una tessera nel puzzle delle conoscenze».

La Fondazione GIMBE, nel ribadire che la scienza convive con l’incertezza e con la continua evoluzione del sapere, riporta una sintesi destinata al grande pubblico sulle attuali ragionevoli (in)certezze della scienza.

  • Virus
    • Mutazioni. Le sequenze genetiche depositate nelle banche dati internazionali non dimostrano mutazioni del SARS-CoV-2 associate a diminuzioni di infettività, virulenza o altre caratteristiche epidemiologiche rilevanti per la sanità pubblica. Ovvero, allo stato attuale delle conoscenze il virus non è “meno aggressivo”.
    • Sensibilità alle elevate temperature. Non esistono robuste evidenze scientifiche sulla sensibilità di SARS-Cov-2 alle elevate temperature ma, come per tutti i virus a trasmissione respiratoria, è realistico presumere una sua ridotta circolazione nella stagione estiva, in ragione del maggior tempo trascorso all’aperto dalle persone oltre che della più rapida evaporazione delle droplets.
    • Ridotta contagiosità, minore carica virale, adattamento all’ospite. Numerosi studi preliminari condotti in laboratorio non permettono di trarre conclusioni definitive su queste avvincenti ipotesi. In generale, si tratta di studi che, prima di essere ampiamente replicati e validati, dovrebbero essere condivisi solo tra ricercatori, evitando di incendiare il dibattito pubblico.
  • Distanziamento: insieme alle misure di igiene personale, rimane l’unica strategia di provata efficacia per ridurre la probabilità di contagio. Peraltro va rilevato che la distanza di sicurezza raccomandata in Italia di 1 metro è quella minima efficace.
  • Mascherine. Le evidenze scientifiche le indicano come efficaci sia nei luoghi pubblici al chiuso, sia all’aperto in tutte le situazioni in cui non è possibile mantenere la distanza di sicurezza.
  • Vaccino. Auspicando il successo della ricerca, ipotizzando procedure di autorizzazione rapide e tenendo conto dei tempi di produzione, il vaccino sarà disponibile su larga scala solo per la stagione influenzale 2021-2022.
  • Terapie. Le prove di efficacia sui trattamenti di COVID-19 sono frammentate, eterogenee e spesso di qualità metodologica inadeguata. Ad oggi non è possibile raccomandare alcuna terapia specifica sulla base di robuste evidenze scientifiche. Tuttavia sembrano promettenti:
    • Dexametazone: lo studio RECOVERY – non ancora pubblicato in esteso – sembra aver dimostrato la sua efficacia nel ridurre la mortalità nei pazienti sottoposti a ventilazione e, in misura minore, in quelli che richiedono solo ossigeno.
    • Remdesevir: nei pazienti con malattia severa riduce i tempi di guarigione; approvato dalla FDA negli USA è ancora in valutazione dell’EMA.

In questo contesto di incertezza scientifica finiscono per prendere il sopravvento dichiarazioni di esperti che, indipendentemente dal loro prestigio professionale, posizione accademica o produzione scientifica, sono potenzialmente esposte al cosiddetto “bias del cappello bianco”. «Ovvero – spiega il Presidente – le opinioni di medici e scienziati possono riflettere inconsapevolmente distorsioni condizionate dai propri ambiti di ricerca o dalla propria esperienza clinica “sul campo”, oppure essere influenzate da interessi in conflitto di varia natura, non necessariamente finanziari».

«In un contesto di limitate evidenze scientifiche – conclude Cartabellotta – le decisioni di sanità pubblica devono essere prese nell’incertezza: durante la fase di convivenza con il virus, questo impone di affidarsi al principio di precauzione. Ecco perché dichiarazioni basate sulla propria esperienza clinica o su risultati di studi preliminari, spesso nemmeno pubblicati, aumentano il disaccordo tra esperti, disorientano la popolazione e rischiano di generare pericolose fake news».


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18 giugno 2020
Coronavirus: aumentano i casi nell’ultima settimana. Rendere pubblici tutti i dati per comprendere il fenomeno

NEGLI ULTIMI 7 GIORNI IL MONITORAGGIO INDIPENDENTE DELLA FONDAZIONE GIMBE RILEVA UN INCREMENTO DI 2.294 NUOVI CASI, RISPETTO AI 1.927 DELLA SETTIMANA PRECEDENTE. I 461 NUOVI CASI SONO RIPORTATI IN 11 REGIONI, DI CUI L’83% IN LOMBARDIA, DOVE SI ATTESTA UN MODESTO POTENZIAMENTO DELL’ATTIVITÀ DI TESTING. LA FONDAZIONE GIMBE RILEVA ALTRESÌ CHE DEI 21 INDICATORI DEFINITI DAL DECRETO DEL MINISTERO DELLA SALUTE DEL 30 APRILE 2020 PER IL MONITORAGGIO DELL’EPIDEMIA SONO NOTI SOLO 3 DEI 9 INDICATORI DI ESITO E NESSUNO DEI 12 INDICATORI DI PROCESSO.

«Nella settimana 11-17 giugno il monitoraggio indipendente della Fondazione GIMBE – afferma il Presidente Nino Cartabellotta – conferma rispetto alla settimana precedente la costante riduzione dei pazienti ricoverati con sintomi e in terapia intensiva e l’ulteriore rallentamento sul fronte dei decessi. Relativamente ai casi totali, si rileva un lieve incremento percentuale rispetto alla settimana precedente». In sintesi:

  • Casi totali: +2.065 (+0,9%)
  • Decessi: + 334 (+1,0%)
  • Ricoverati con sintomi: -1.207 (-27,9%)
  • Terapia intensiva -86 (-34,5%)

«Considerato il maggior incremento dei casi totali negli ultimi 7 giorni rispetto alla settimana precedente – spiega Cartabellotta – la nostra analisi si è concentrata su due aspetti: la variazione regionale dei nuovi casi e dei tamponi diagnostici, ovvero i cosiddetti “casi testati” secondo la denominazione utilizzata dalla Protezione Civile».

Variazione dei nuovi casi. Negli ultimi 7 giorni si registra un incremento di 2.294 nuovi casi, rispetto ai 1.927 della settimana precedente. 11 Regioni hanno un incremento complessivo di 461 casi di cui 384 (83%) in Lombardia; a seguire Piemonte (33), Toscana (18), Emilia Romagna (13), Prov. Aut. di Trento (4), Friuli Venezia Giulia (3), Calabria (2), Prov. Aut. di Bolzano (1), Abruzzo (1), Sardegna (1), Veneto (1). Le altre 10 Regioni fanno registrare complessivamente 94 nuovi casi in meno rispetto alla settimana precedente con minime variazioni negative, ad eccezione della Liguria (-61 casi). Le variazioni dei nuovi casi per 100.000 abitanti oscillano da +3,8 della Lombardia a -3,9 della Liguria (figura 1).

Relazione n° tamponi diagnostici e incidenza nuovi casi. Nell’ultima settimana, rispetto alla precedente, i tamponi per diagnosticare nuovi casi (cd. “casi testati”) sono aumentati solo in Emilia Romagna (+7.819), Lombardia (+1.821), Lazio (+1.389), Campania (+1.087), Prov. Aut. di Trento (+834) e Valle D’Aosta (+76). Nelle rimanenti Regioni sono invece diminuiti, auspicabilmente per la situazione epidemiologica e per l’utilizzo sempre più esteso di test sierologici di screening (figura 2).

«Considerato che in questa fase dell’epidemia – continua il Presidente – è indispensabile uno stretto monitoraggio la Fondazione GIMBE ha verificato la disponibilità pubblica dei 21 indicatori che le Regioni dovrebbero trasmettere secondo quanto previsto dal Decreto del Ministero della Salute 30 aprile 2020». Nessuno dei 12 indicatori di processo (6 relativi alla capacità di monitoraggio, 6 a quella di accertamento diagnostico, indagine e di gestione dei contatti) è pubblicamente disponibile per cittadini e ricercatori. Dei 9 indicatori di esito solo 3 vengono pubblicati (tabella).

Indicatore di esito

Disponibilità pubblica

3.1. Numero di casi riportati alla Protezione Civile negli ultimi 14 giorni

Sì: bollettino sorveglianza integrata ISS, dati Protezione Civile

3.2. Rt calcolato sulla base della sorveglianza integrata ISS

Sì: bollettino sorveglianza integrata ISS*

3.3. Numero di casi riportati alla sorveglianza sentinella COVID-net per settimana (opzionale)       

No

3.4. Numero di casi per data diagnosi e per data inizio sintomi riportati alla sorveglianza integrata COVID-19 per giorno

Sì: bollettino sorveglianza integrata ISS* (appendice con dettagli regionali)

3.5. Numero di nuovi focolai di trasmissione (2 o più casi epidemiologicamente collegati tra loro o un aumento inatteso nel numero di casi in un tempo e luogo definito)

No

3.6. Numero di nuovi casi di infezione confermata da SARS-CoV-2 per Regione non associati a catene di trasmissione note

No

3.7. Numero di accessi al PS con classificazione ICD-9 compatibile con quadri sindromici riconducibili a COVID-19 (opzionale)

No

3.8. Tasso di occupazione dei posti letto totali in Terapia Intensiva (codice 49) per pazienti COVID-19

No (riportata nel comunicato stampa  “assenza di segnali di sovraccarico dei servizi assistenziali”)

3.9. Tasso di occupazione dei posti letto totali di Area Medica per pazienti COVID-19

* Nel report del 9 giugno non disponibili per tutte le Regioni

«I dati forniti dalla Protezione Civile – conclude Cartabellotta – documentano un lieve incremento dei casi nell’ultima settimana rispetto alla precedente, ma non permettono alcun monitoraggio accurato in questa fase dell’epidemia. Considerato che le fonti ufficiali riportano solo 3 dei 21 indicatori previsti dal sistema di monitoraggio nazionale, la Fondazione GIMBE invita le Regioni a trasmettere tutti i dati richiesti e chiede al Ministero della Salute di renderli pubblici, sia in formato open per i ricercatori, sia in un formato di facile comprensione per i cittadini».


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11 giugno 2020
Coronavirus: tamponi, indietro tutta

IL MONITORAGGIO INDIPENDENTE DELLA FONDAZIONE GIMBE CONFERMA L’ULTERIORE E COSTANTE ALLEGGERIMENTO DI OSPEDALI E TERAPIE INTENSIVE. TUTTAVIA SUL FRONTE DEI TAMPONI DIAGNOSTICI, CHE CONDIZIONANO IL NUMERO DI NUOVI CASI, DOPO IL VERTIGINOSO CROLLO DELLA SETTIMANA SCORSA, 9 REGIONI ARRETRANO ULTERIORMENTE: LA STRATEGIA DI TESTING PER LA FASE 2 CONTINUA A NON ESSERE ADEGUATA.  

11 giugno 2020 - Fondazione GIMBE, Bologna

«Nella settimana 4-10 giugno, il monitoraggio indipendente della Fondazione GIMBE – afferma il Presidente Nino Cartabellotta – conferma sia la costante riduzione del carico su ospedali e terapie intensive, sia l’ulteriore rallentamento dei contagi e, in misura minore, dei decessi». In sintesi:

  • Casi totali: +1.927 (+0,8%)
  • Decessi: +513 (+1,5%)
  • Ricoverati con sintomi: -1.422 (-24,8%)
  • Terapia intensiva: -104 (-29,5%)

Nel rimarcare l’affidabilità e le tempestività dei dati che provengono dagli ospedali, legati a flussi standard trasmessi dalle Regioni al Ministero della Salute, la Fondazione GIMBE rileva che:

  • il numero dei deceduti rimane ancora elevato per due ragioni: innanzitutto, il decesso può essere relativo a contagi non recenti; in secondo luogo, come dimostrato anche dal recente report ISTAT-ISS, la sottostima dei decessi è un fenomeno che si è progressivamente ridotto sino, verosimilmente, ad azzerarsi;
  • il numero dei nuovi casi rimane un indicatore dipendente dal numero di tamponi diagnostici eseguiti.

 

«Rispetto a quest’ultimo punto – spiega Cartabellotta – abbiamo valutato il trend dei tamponi totali e di quelli diagnostici effettuati a partire dal 23 aprile, ed esaminato l’attitudine delle Regioni all’esecuzione dei tamponi diagnostici nelle ultime due settimane».

Trend tamponi (figura 1). Esaminando il periodo 23 aprile-10 giugno, il trend dei tamponi totali risulta in picchiata libera nelle ultime 2 settimane (complessivamente -12,6%). Il trend dei tamponi diagnostici è crollato del 20,7% in prossimità delle riaperture del 4 maggio, per poi risalire e precipitare nuovamente del 18,1% in vista delle riaperture del 3 giugno. Nell’ultima settimana si assiste a un lieve rialzo (+4,6%).

Trend regionali tamponi diagnostici. L’incremento complessivo del 4,6% (+9.431) nella settimana 4-10 giugno, rispetto a quella precedente, non è il risultato di comportamenti omogenei su tutto il territorio nazionale: infatti, mentre 12 Regioni e Province Autonome fanno registrare un incremento assoluto dei tamponi diagnostici, nelle rimanenti 9 si attesta una ulteriore riduzione (figura 2).

Da queste analisi emergono tre ragionevoli certezze: innanzitutto il numero dei tamponi diagnostici, finalizzati all’identificazione di nuovi casi, è calato drasticamente alla vigilia delle due riaperture del Paese del 4 maggio e del 3 giugno; in secondo luogo, dopo il crollo nella settimana 28 maggio-3 giugno, complice la doppia festività, nell’ultima settimana poco più della metà delle Regioni hanno aumentato il numero dei tamponi diagnostici rispetto alla precedente; infine, proprio le Regioni con una circolazione del virus ancora sostenuta nell’ultima settimana hanno ulteriormente ridotto i tamponi diagnostici invece di potenziarli.

«L’attività di testing – conclude Cartabellotta – finalizzata all’identificazione dei nuovi casi, alla tracciatura dei contatti e a loro isolamento continua a non essere una priorità per molte Regioni: purtroppo, nella gestione di questa fase dell’epidemia, in particolare dove la diffusione del virus non sembra dare tregua, la strategia delle 3T non è adeguata».


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10 giugno 2020
Coronavirus: gli asintomatici trasmettono il virus. E sono almeno il 40-45% delle persone infette

LE SPIAZZANTI DICHIARAZIONI DELL’OMS, IN PARTE RETTIFICATE, SUL RISCHIO DI CONTAGIO DA PERSONE ASINTOMATICHE SI SCONTRANO CON I RISULTATI DELLA SCIENZA. LE EVIDENZE PARLANO CHIARO: GLI ASINTOMATICI POSSONO TRASMETTERE IL VIRUS ANCHE PER UN PERIODO MAGGIORE DI 14 GIORNI E HANNO UNA CARICA VIRALE SIMILE A QUELLA DEI SINTOMATICI.

10 giugno 2020 - Fondazione GIMBE, Bologna

La dottoressa Maria Van Kerkhove, capo del team tecnico anti-Covid-19 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), lo scorso 8 giugno ha rilasciato una dichiarazione decisamente forte: “È molto raro che una persona asintomatica possa trasmettere il coronavirus”, per poi rettificarla ieri sostenendo di essersi riferita “a un set di dati limitato”.

«Ancora una volta – afferma il Presidente Nino Cartabellotta – è l’ipse dixit a condizionare l’informazione pubblica sul coronavirus. Questa volta non da parte di opinion leader nazionali, ma di una rappresentante della massima autorità sanitaria internazionale. E in questa fase molto delicata della pandemia, sarebbe opportuno conoscere i risultati della ricerca già disponibili, prima di lanciarsi in dichiarazioni tanto ardite quanto pericolose, rischiando di condizionare le politiche sanitarie dell’intero pianeta».

Ma cosa dicono oggi le evidenze scientifiche raccolte in maniera sistematica su questo tema di grande rilevanza per la sanità pubblica? Lo scorso 3 giugno Daniele Horan ed Eric Topol hanno pubblicato sugli Annals of Internal Medicine una revisione che sintetizza le migliori evidenze disponibili sull'infezione asintomatica da SARS-CoV-2. Dall’analisi dei dati di 16 coorti, tra cui quella italiana di Vo’, emergono le seguenti conclusioni:

  • Circa il 40-45% delle persone infette da SARS-CoV-2 risultano senza sintomi, suggerendo un elevato potenziale del virus di diffondersi nella popolazione in maniera silenziosa ed estesa. Considerato che nelle varie coorti non è sempre possibile distinguere gli asintomatici dai pre-sintomatici, i ricercatori riportano in maniera conservativa che gli infetti che non sviluppano alcun sintomo sono almeno il 30%.
  • I soggetti asintomatici possono trasmettere il virus per un periodo prolungato, verosimilmente anche maggiore di 14 giorni.
  • Diversi studi, tra cui uno condotto in Lombardia, dimostrano che soggetti asintomatici e sintomatici hanno una carica virale simile che non coincide con la trasmissibilità del virus, ancora non adeguatamente studiata.
  • L'assenza di sintomi non equivale ad assenza di lesioni: infatti, nelle 2 coorti  che hanno sottoposto alla TAC i soggetti inclusi (Diamond Princess, Corea del Sud), sono state rilevate negli asintomatici anomalie polmonari subcliniche di incerto significato che richiedono ulteriori studi.
  • A causa dell’elevato rischio di diffusione silente da parte di soggetti asintomatici, è indispensabile estendere le strategie di testing alle persone senza sintomi.

«Le evidenze ad oggi disponibili­ – conclude Cartabellotta – dimostrano che la prevalenza dei soggetti asintomatici è un fattore rilevante nella diffusione del contagio da Sars-Cov-2. Di conseguenza in questa fase della pandemia le misure di sanità pubblica devono essere orientate sia a identificare, tracciare e isolare i soggetti asintomatici, sia a fare rispettare il distanziamento sociale e utilizzare la mascherina quando non è possibile mantenere la distanza di sicurezza».


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4 giugno 2020
Coronavirus, fase 3: ridurre al minimo rischio seconda ondata. Il Paese non reggerebbe nuovi lockdown

LA FONDAZIONE GIMBE CONFERMA IL CONSISTENTE ALLEGGERIMENTO DI OSPEDALI E TERAPIE INTENSIVE QUALE EFFETTO DEL LOCKDOWN, MA ESCLUDE UNA MINORE GRAVITÀ DELLA COVID-19. TUTTAVIA INVITA A NON ABBASSARE LA GUARDIA, SIA PERCHÉ LE IMPROROGABILI RIAPERTURE SI BASANO SU DATI RELATIVI A 2-3 SETTIMANE FA, SIA PERCHÉ CONTINUA A MANCARE UN SISTEMA DI MONITORAGGIO UNIVOCO TRA LE REGIONI. STRATEGIA DELLE 3T E COMPORTAMENTI INDIVIDUALI SONO ARMI FONDAMENTALI PER RIDURRE IL RISCHIO DI UNA SECONDA ONDATA

Nella conferenza stampa di ieri, il Premier Conte ha ribadito che “I dati sono incoraggianti, l'Italia può ripartire, ma serve ancora prudenza perché il virus non è scomparso”, confermando le parole del Ministro Speranza dello scorso 29 maggio: “I dati del monitoraggio sono incoraggianti. I sacrifici importanti del lockdown hanno prodotto questi risultati. Dobbiamo continuare sulla strada intrapresa con gradualità e cautela”. Dichiarazioni basate sui dati dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS), secondo cui “Al momento in Italia non vengono riportate situazioni critiche relative all’epidemia di Covid-19 secondo quanto emerge dal monitoraggio degli indicatori relativi alla settimana tra il 18 e il 24 maggio”.

«Il monitoraggio indipendente della Fondazione GIMBE – afferma il Presidente Nino Cartabellotta – conferma nella settimana 28 maggio-3 giugno sia la costante riduzione del carico su ospedali e terapie intensive, sia l’ulteriore rallentamento di contagi e decessi». In sintesi:

  • Casi totali: +2.697 (+1,2%)
  • Decessi: +529 (+1,6%)
  • Ricoverati con sintomi: -1.987 (-25,7%)
  • Terapia intensiva: -152 (-30,1%)

«In occasione dell’avvio della fase 3 – continua il Presidente – abbiamo effettuato un’analisi complessiva su dati ufficiali, strumenti di monitoraggio e livello di rischio per valutare se le azioni messe in campo da Governo e Regioni sono adeguati a fronteggiare i rischi di un’eventuale risalita del contagio».

DATI UFFICIALI

  • Dati ufficiali. Sono disponibili quelli relativi al monitoraggio delle singole Regioni e i valori di Rt contenuti nell’ultimo bollettino epidemiologico dell’ISS. Non sono invece pubblici i dati relativi ai 21 indicatori previsti dal Decreto 30 aprile 2020 del Ministero della Salute, né l’aggiornamento del “Quadro sintetico complessivo” sul monitoraggio regionale.
  • Finestra temporale. Nel report del 26 maggio l’ISS riporta che il valore di Rt è calcolato al 10 maggio, ribadendo che il consolidamento dei dati richiede 2 settimane e che gli altri indicatori sono relativi al periodo 11-24 maggio. In altre parole, l’impatto delle riaperture del 18 maggio sulla curva dei contagi non può ancora essere verificato e quello delle riaperture del 3 giugno sarà valutabile non prima di 2 settimane.

STRATEGIE DI MONITORAGGIO

  • 3T: testing, tracing, treating. Nel report ISS si legge che “Nel Paese continuano ad essere rafforzate a livello regionale politiche di testing e screening in modo da identificare il maggior numero di casi”. Le nostre analisi dimostrano tuttavia che, nelle ultime 2 settimane, la percentuale dei tamponi diagnostici non solo non è stata potenziata, ma si è ridotta mediamente del 6%, seppur in misura variabile tra le Regioni. Questo dato è influenzato dall’avvio in alcune Regioni dello screening con test sierologici, di cui tuttavia non esiste alcun monitoraggio nazionale, né una policy univoca tra le Regioni.
  • App Immuni. Utile solo se impiegata da almeno il 60-70% della popolazione e, soprattutto, se sostenuta da un potenziamento dell’attività di testing in tutte le Regioni. Altrimenti rimarrà una “scatola vuota”.
  • Indagine sieroepidemiologica. Considerato il notevole ritardo nell’avvio, non sono ancora disponibili i risultati che avrebbero potuto offrire un ulteriore elemento di valutazione sulla circolazione del virus.  

LIVELLO DI RISCHIO

  • Nuovi casi. I dati relativi al periodo 18 maggio-3 giugno (figura 1) dimostrano che la percentuale dei tamponi diagnostici positivi, seppur in riduzione, rispetto alla media nazionale (1,48%) è ancora elevata in Liguria (4,3%), Lombardia (3,83%) e Piemonte (2,69%). 3 Regioni riportano un’incidenza di nuovi casi per 100.000 abitanti nettamente superiore alla media nazionale (13): Lombardia (44), Liguria (36), Piemonte (26), ma la propensione all’esecuzione di tamponi diagnostici è sopra della media nazionale (891) in Lombardia (1.149) e Piemonte (952), mentre in Liguria (840) rimane poco al di sotto (figura 2).
  • Riapertura dei confini internazionali. A fronte del dibattito sulla mobilità interregionale, non è nota alcuna valutazione del rischio da persone provenienti dai Paesi dell’area Schengen e del Regno Unito, da ieri non più sottoposte all’obbligo di quarantena nel nostro Paese.
  • Comunicazione istituzionale. Con l’interruzione della conferenza stampa della Protezione Civile, l’unico appuntamento istituzionale, più per addetti ai lavori, rimane quella settimanale dell’ISS. Peraltro i dati completi del monitoraggio non sono pubblicamente disponibili a cittadini e ricercatori.

«Dai dati disponibili – spiega Cartabellotta – emergono tre ragionevoli certezze: innanzitutto, il via libera del 3 giugno è stato deciso sulla base del monitoraggio relativo a 2-3 settimane prima; in secondo luogo l’attitudine alla strategia delle 3T è molto variabile tra le Regioni e non esistono dati sistematici sugli screening sierologici; infine, rispetto al battage mediatico della fase 1, la comunicazione istituzionale si è notevolmente indebolita, alimentando un senso di falsa sicurezza che può influenzare negativamente i comportamenti delle persone».

«La Fondazione GIMBE – conclude Cartabellotta – ribadisce la necessità di non abbassare la guardia perché il Paese non può permettersi nuovi lockdown: il rischio di una seconda ondata dipende, oltre che da imprevedibili fattori legati al virus, dalle strategie di tracciamento e isolamento dei casi attuate dalle Regioni e dai comportamenti individuali. Se tuttavia l’improrogabile scelta di riaprire per rilanciare l’economia si è basata solo sull’andamento dei ricoveri e delle terapie intensive, è giusto dichiararlo apertamente ai cittadini con un gesto di grande onestà e responsabilità politica».


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28 maggio 2020
Coronavirus: Lombardia, Liguria e Piemonte non sono pronte alla riapertura. Stop ai regionalismi, serve unitĂ  nazionale

LE ANALISI POST LOCKDOWN DELLA FONDAZIONE GIMBE DIMOSTRANO CHE IN QUESTE TRE REGIONI SI RILEVANO LA PERCENTUALE PIÙ ELEVATA DI TAMPONI DIAGNOSTICI POSITIVI E IL MAGGIOR INCREMENTO DI NUOVI CASI, A FRONTE DI UNA LIMITATA ATTITUDINE ALL’ESECUZIONE DI TAMPONI DIAGNOSTICI. CON I DATI CHE RIFLETTONO LE RIAPERTURE DEL 4 MAGGIO, MA NON ANCORA QUELLE MOLTO PIÙ AMPIE DEL 18, LA SCADENZA DEL 3 GIUGNO METTE IL GOVERNO DAVANTI A UNA DECISIONE CHE, OLTRE AD ESSERE GUIDATA DAI DATI, DEVE AVVENIRE SOTTO IL SEGNO DELLA SOLIDARIETÀ TRA REGIONI E DELL’UNITÀ NAZIONALE.

Secondo quanto previsto dal DL 33/2020, dal 3 giugno saranno nuovamente autorizzati i movimenti di persone tra le Regioni italiane. Non tutte, però, potrebbero avere il via libera o le stesse modalità: domani il Ministro della Salute Speranza valuterà il monitoraggio dei dati del contagio da parte dell’Istituto Superiore di Sanità, i cui risultati saranno decisivi per formalizzare la decisione sulla ripresa della mobilità interregionale.

Tra le istituzioni, le forze di maggioranza e sindaci e governatori (in particolare del Sud) sembra prevalere un senso comune di massima cautela, nonostante il trend positivo dei dati. «Anche nella settimana 21-27 maggio, infatti – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – il nostro monitoraggio indipendente conferma sia la costante riduzione del carico su ospedali e terapie intensive, sia il rallentamento di contagi e decessi». In sintesi:

  • Casi totali: +3.375 (+1,7%)
  • Decessi: +742 (+2,3%)
  • Ricoverati con sintomi: -1.895 (-19,7%)
  • Terapia intensiva: -171 (-25,3%)

Tenendo conto delle notevoli eterogeneità regionali nell’esecuzione dei tamponi, della limitata affidabilità dell’indice Rt, per informare la possibile riapertura dei confini regionali la Fondazione GIMBE ha condotto un’analisi indipendente relativa alla fase 2 nelle varie Regioni utilizzando due indicatori parametrati alla popolazione residente: l’incidenza di nuovi casi e il numero di tamponi “diagnostici”, escludendo quelli eseguiti per confermare la guarigione virologica o per necessità di ripetere il test.

Questi in sintesi i risultati dell’analisi sul periodo post lockdown (4-27 maggio 2020) (figure 1 e 2):

  • Percentuale di tamponi diagnostici positivi. Risulta superiore alla media nazionale (2,4%) in 5 Regioni: in maniera rilevante in Lombardia (6%) e Liguria (5,8%) e in misura minore in Piemonte (3,8%) Puglia (3,7%) ed Emilia-Romagna (2,7%).
  • Tamponi diagnostici per 100.000 abitanti Rispetto alla media nazionale (1.343), svettano solo Valle d’Aosta (4.076) e Provincia Autonoma di Trento (4.038). Nelle tre Regioni ad elevata incidenza dei nuovi casi, la propensione all’esecuzione di tamponi rimane poco al di sopra della media nazionale sia in Piemonte (1.675) che in Lombardia (1.608), mentre in Liguria (1.319) si attesta poco al di sotto.
  • Incidenza di nuovi casi per 100.000 abitanti: rispetto alla media nazionale (32), l’incidenza è nettamente superiore in Lombardia (96), Liguria (76) e Piemonte (63). Se il dato del Molise (44) non desta preoccupazioni perché legato a un recente focolaio già identificato e circoscritto, quello dell’Emilia-Romagna (33) potrebbe essere sottostimato dal numero di tamponi diagnostici (1.202 per 100.000 abitanti) ben al di sotto della media nazionale (1.343)

 

Si sottolinea che i dati analizzati riflettono quasi interamente le riaperture del 4 maggio, ma non quelle molto più ampie del 18 maggio che potranno essere valutate nel periodo 1-14 giugno, tenendo conto di una media di 5 giorni di incubazione del virus e di 9-10 giorni per ottenere i risultati del tampone. A 23 giorni dall’allentamento del lockdown, dunque, la Fondazione GIMBE dimostra che la curva del contagio non è adeguatamente sotto controllo in Lombardia, Liguria e Piemonte: in queste Regioni si rileva la percentuale più elevata di tamponi diagnostici positivi, il maggior incremento di nuovi casi, a fronte di una limitata attitudine all’esecuzione di tamponi diagnostici. In Emilia-Romagna, una propensione ancora minore potrebbe distorcere al ribasso il numero dei nuovi casi.

«Il Governo – commenta Cartabellotta – a seguito delle valutazioni del Comitato Tecnico-Scientifico si troverà di fronte a tre possibili scenari: il primo, più rischioso, di riaprire la mobilità su tutto il territorio nazionale, accettando l’eventuale decisione delle Regioni del sud di attivare la quarantena per chi arriva da aree a maggior contagio; il secondo, un ragionevole compromesso, di mantenere le limitazioni solo nelle 3 Regioni più a rischio, con l’opzione di consentire la mobilità tra di esse; il terzo, più prudente, di prolungare il blocco totale della mobilità interregionale, fatte salve le debite eccezioni attualmente in vigore».

«In questa difficile decisione – conclude Cartabellotta – occorre accantonare ogni forma di egoismo regionalistico perché la riapertura della mobilità deve avvenire con un livello di rischio accettabile e in piena sintonia tra le Regioni. Una decisione sotto il segno dell’unità nazionale darebbe al Paese un segnale molto più rassicurante di una riapertura differenziata, guidata più da inevitabili compromessi politici che dalla solidarietà tra le Regioni, oggi più che mai necessaria per superare l’inaccettabile frammentazione del diritto costituzionale alla tutela della salute».


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Pagina aggiornata il 10/03/2020