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3 maggio 2017
Bufale di stato: inaccettabile e pericolosa disinformazione sulla diagnosi precoce dei tumori

MENTRE LA PRESIDENTE DELLA CAMERA BOLDRINI SOSTIENE UNA CAMPAGNA ISTITUZIONALE CONTRO LE BUFALE SUL WEB, LA TELEVISIONE DI STATO ANNUNCIA FALSI MIRACOLI: LA POSSIBILITÀ DI DIAGNOSTICARE I TUMORI CON UN SEMPLICE PRELIEVO DI SANGUE. LA FONDAZIONE GIMBE SMENTISCE CATEGORICAMENTE LA NOTIZIA E CHIEDE ALLE ISTITUZIONI UNA RIGOROSA GOVERNANCE DELLE INFORMAZIONI SULLA SALUTE TRASMESSE DAL SERVIZIO PUBBLICO

Milioni di Italiani in questi giorni si stanno chiedendo dove effettuare il tanto semplice quanto miracoloso esame del sangue che permette di sapere se il nostro corpo sta per essere (o è già stato) invaso dalla malattia più temuta, il cancro. Dopo l’ampio spazio su vari quotidiani, anche il (dis)servizio pubblico di Porta a Porta ha permesso alla dottoressa Patrizia Paterlini-Bréchot – docente di biologia cellulare e molecolare all'Università di Paris-Descartes – di presentare il suo libro “Uccidere il cancro”: il cavallo di battaglia (o forse la gallina dalle uova d’oro?) della ricercatrice tanto al centro dell’attenzione mediatica è il cosiddetto test ISET®, che sarebbe in grado di diagnosticare il tumore con diversi anni di anticipo, alla modica cifra di 486 euro, ovviamente (e giustamente!) non rimborsati dal servizio sanitario nazionale.

«E’ inaccettabile – accusa Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – che la televisione di Stato permetta a ricercatori in palese conflitto di interessi di diffondere informazioni sulla salute delle persone non ancora validate dalla comunità scientifica e che al momento non hanno nessuna applicazione reale nella pratica clinica e nella sanità pubblica».

Il livello di validazione del test ISET® – già brevettato dalla dott.ssa Paterlini e altri ricercatori e di proprietà della società Rarecells – dal punto di vista scientifico è infatti assolutamente preliminare, come dimostra anche l’ultimo studio pubblicato a gennaio (Plos ONE 2017;12: e0169427). In altri termini, come ha già rilevato ieri Carmine Pinto – Presidente dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) – non conosciamo affatto la capacità del test ISET® di predire i tumori, semplicemente perché non è ancora stato valutato in rigorosi studi clinici sull’uomo.

«Tutte le scoperte scientifiche – precisa Cartabellotta – siano esse diagnostiche o terapeutiche devono attraversare un lungo cammino di validazione attraverso diverse tipologie di studi: dalla ricerca di base in vitro e sugli animali a quella preliminare sull’uomo, sino a rigorose sperimentazioni cliniche che devono essere replicate in diverse popolazioni prima di legittimare l’accuratezza di un test diagnostico o l’efficacia di un trattamento».

Il sito web dell’azienda Rarecells riporta che “la tecnologia ISET® è stata validata da oltre 50 studi scientifici indipendenti realizzati su oltre 2.000 pazienti affetti da differenti tipologie di tumore (cancro ai polmoni, cancro del seno, cancro della prostata, cancro del fegato, cancro del rene, melanoma cutaneo ed uveale, cancro del pancreas, sarcomi, etc…) e più di 600 soggetti sani”. Tuttavia, i suddetti studi - disponibili a www.rarecells.com/iset-publication.html - sono sì sostenuti da avvincenti ipotesi scientifiche e promettenti risultati preliminari, ma non legittimano alcuna raccomandazione per la pratica clinica, né tantomeno informazioni da diffondere alla popolazione, a dispetto di quanto affermato in maniera molto convincente sul sito web www.isetbyrarecells.com/it. A riprova di questo, il test ISET® non è citato, né tantomeno raccomandato, da nessuna linea guida nazionale o internazionale sulla diagnosi di alcun tumore.

«Oggi le aspettative della popolazione nei confronti di una medicina mitica e una sanità infallibile – precisa Cartabellotta – hanno raggiunto livelli inaccettabili e pericolosi in conseguenza di vari fattori: facilità di accesso tramite internet a informazioni scientificamente non validate, assenza di un programma istituzionale di informazione sanitaria per cittadini e pazienti, progressiva medicalizzazione della società».

Se anche la televisione di Stato, sostenuta dai contribuenti, alimenta la disinformazione scientifica illudendo cittadini e pazienti, le Istituzioni preposte a vigilare sulla salute delle persone devono intervenire in maniera sistematica e senza indugi! Il servizio pubblico di informazione non deve e non può in nessun modo alimentare false aspettative: la scienza non può essere oggetto di falsi proclami, né di legittimazioni di pratiche e test non validati, perché rischiano di danneggiare la salute delle persone e compromettere la sostenibilità del servizio sanitario nazionale.

«La battaglia contro il cancro – conclude Cartabellotta – si vince gradualmente grazie al lavoro di tanti ricercatori che ogni giorno fanno un passo in avanti, legittimando e confermando le loro scoperte secondo le regole della comunità scientifica. Enfatizzare risultati preliminari della ricerca attraverso il sensazionalismo offerto dal cortocircuito mediatico non è etico e non è scientifico, né per i ricercatori, né per i giornalisti».


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19 aprile 2017
DEF 2017: Profondo rosso per la sanità pubblica

IL DOCUMENTO DI ECONOMIA E FINANZA 2017 CONFERMA IL PROGRESSIVO DEFINANZIAMENTO DEL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE: NEL 2019 IL NOSTRO PAESE DESTINERÀ ALLA SANITÀ SOLO IL 6,4% DEL PIL, SFORANDO LA SOGLIA DI ALLARME FISSATA DALL’ORGANIZZAZIONE MONDIALE DELLA SANITÀ. IL RISCHIO CONCRETO È DI RIDURRE, OLTRE LA QUALITÀ DELL’ASSISTENZA E L’ACCESSO ALLE CURE, ANCHE L’ASPETTATIVA DI VITA DELLE PERSONE.

19 aprile 2016 - Fondazione GIMBE, Bologna

Prende oggi il via in Commissione Igiene e Sanità del Senato l'esame del Documento di Economia e Finanza (DEF) 2017, secondo il quale nel triennio 2018-2020 il PIL nominale dovrebbe crescere in media del 2,9% per anno, mentre l’incremento della spesa sanitaria dovrebbe attestarsi su tasso medio annuo dell’1,3%. In termini finanziari per la sanità pubblica significherebbe passare dai € 114,138 miliardi stimati per il 2017 a € 115,068 miliardi nel 2018, a € 116,105 nel 2019 e € 118,570 nel 2020.

«Sulle cifre assolute – puntualizza Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – è meglio non farsi troppe illusioni, perché negli ultimi anni la sanità ha sempre ricevuto molto meno di quanto previsto dal DEF. Clamoroso l’esempio del 2016: i € 117,6 miliardi stimati dal DEF 2013 si sono ridotti a € 116,1 con il DEF 2014, quindi a € 113,4 con il DEF 2015, per arrivare con la Legge di Stabilità 2016 a un finanziamento reale di € 111 miliardi, comprensivi di € 800 milioni da destinare ai nuovi LEA».

Se le stime del DEF 2017 su aumento del PIL e spesa sanitaria fossero corrette - al di là delle rassicurazioni dall’inconfondibile sapore pre-elettorale - esiste una sola chiave di lettura: crescendo meno del PIL nominale, la spesa sanitaria non coprirà nemmeno l'aumento dei prezzi. In altre parole, nel prossimo triennio la sanità pubblica potrà disporre delle stesse risorse in termini di potere di acquisto solo se la ripresa economica del Paese sarà in linea con previsioni più che ottimistiche, visto che la crescita stimata del PIL è del 2,2% nel 2017 e del 2,9% nel 2018 e nel 2019.

«Il dato più preoccupante per la salute delle persone – continua il Presidente – è che secondo il DEF 2017 il rapporto tra spesa sanitaria e PIL diminuirà dal 6,7% del 2017 al 6,5% nel 2018 per precipitare al 6,4% dal 2019, una percentuale mai raggiunta in passato. Varcheremo dunque la temuta soglia di allarme fissata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, secondo cui sotto il 6,5%, oltre la qualità dell’assistenza e l’accesso alle cure, si riduce anche l’aspettativa di vita delle persone».

Peraltro nel confronto con gli altri Paesi, i dati OCSE 2016 dimostrano che in Italia la sanità continua inesorabilmente a perdere terreno: la spesa totale pro-capite è inferiore alla media OCSE (3.272 vs 3.814 dollari), in Europa siamo primi solo tra i paesi (poveri) che spendono meno (Spagna, Slovenia, Portogallo, Repubblica Ceca, Grecia, Slovacchia, Ungheria, Estonia e Lettonia), mentre tra i paesi (ricchi) del G7 siamo fanalino di coda per spesa totale e per spesa pubblica, ma secondi per spesa a carico dei cittadini.

«Anche per questo dato – precisa Cartabellotta –la chiave di lettura non può che essere univoca: negli ultimi 10 anni la politica si è progressivamente sbarazzata di una consistente quota della spesa pubblica destinata alla sanità senza essere capace di rinforzare la spesa privata intermediata, con la conseguenza che la spesa a carico dei cittadini nel 2016 ha sfiorato i € 35 miliardi».

«Il DEF 2017 – conclude Cartabellotta – conferma ulteriormente le perplessità già espresse dalla Fondazione GIMBE sulla sostenibilità dei nuovi LEA, che da grande traguardo politico rischiano di trasformarsi in illusione collettiva con gravi effetti collaterali: allungamento delle liste d’attesa, aumento della spesa out-of-pocket, sino alla rinuncia alle cure. Infatti, la necessità di estendere oltre ogni limite il consenso ha generato un inaccettabile paradosso figlio di contraddizioni politiche e di una programmazione sanitaria sganciata da quella finanziaria: sulla carta oggi i cittadini dispongono del “paniere LEA” più ricco d’Europa, ma al tempo stesso il DEF 2017 conferma che la sanità italiana è agli ultimi posti per la spesa pubblica».


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11 aprile 2017
Diagnosi precoce dei tumori: tempestività prima di tutto

IL POSITION STATEMENT DELLA FONDAZIONE GIMBE PROPONE UN MODELLO ORGANIZZATIVO TEMPO-DIPENDENTE PER LA DIAGNOSI PRECOCE DEI TUMORI E FORNISCE RACCOMANDAZIONI CLINICHE BASATE SULLE EVIDENZE PER AUMENTARE NEI PAZIENTI LA CONSAPEVOLEZZA DEI SINTOMI, PER MIGLIORARE LE CAPACITÀ DIAGNOSTICHE DEI MEDICI E PER DEFINIRE CRITERI DI APPROPRIATEZZA E TEMPISTICHE PER INDAGINI DIAGNOSTICHE E CONSULTI SPECIALISTICI

L’impatto delle neoplasie sui sistemi sanitari è enorme: ogni anno nel mondo i tumori causano 8,8 milioni di morti, ovvero 1 decesso su 6 consegue a patologie neoplastiche. In Italia nel 2016 sono stati diagnosticati oltre 365.000 nuovi casi di tumori maligni e i pazienti oncologici in vita erano oltre 3,1 milioni. I dati ISTAT indicano che, dopo le malattie cardiovascolari (36,8%), i tumori sono la seconda causa di morte (29,6%), con oltre 177.000 decessi su quasi 600.000 del 2014.

Dal punto di vista delle politiche sanitarie e della conseguente organizzazione dei servizi, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità il gold standard è rappresentato da una strategia di comprehensive cancer control, costituita da vari interventi sanitari: prevenzione primaria, screening e diagnosi precoce, trattamento, cure palliative e assistenza ai sopravviventi.

«Sfortunatamente, anche nei paesi con sistemi sanitari all’avanguardia – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – la diagnosi di tumore è spesso tardiva e l’impossibilità di fornire trattamenti adeguati condanna molte persone a inutili sofferenze e a morte prematura. Tuttavia, per una diagnosi precoce non serve sottoporsi periodicamente a check-up indifferenziati o prescrivere in maniera indiscriminata test diagnostici alla ricerca di tutti i tumori: al contrario le scelte devono essere sempre guidate da sintomi e segni di cui il paziente deve essere consapevole e che il medico deve riconoscere tempestivamente».

«Anche se spesso utilizzati come sinonimi – puntualizza il Presidente – screening e diagnosi precoce sono due strategie del tutto differenti: lo screening mira infatti ad identificare tumori o lesioni pre-cancerose nella popolazione asintomatica per ridurre la mortalità tumore-specifica, e la sua efficacia è strettamente correlata all’aderenza della popolazione target ai programmi di screening organizzato per il tumore della mammella, della cervice uterina e del colon-retto, inclusi nei livelli essenziali di assistenza. La diagnosi precoce, invece, consiste nell’identificazione tempestiva di una neoplasia in persone che presentano già segni o sintomi al fine di iniziare la terapia prima possibile, aumentando la sopravvivenza e migliorando la qualità di vita».

Considerato che ridurre i ritardi nel percorso diagnostico-terapeutico determina un significativo miglioramento degli esiti e che esiste un’estrema variabilità nella richiesta di test e consulti specialistici, la Fondazione GIMBE ha elaborato il position statement “La diagnosi precoce dei tumori” destinato non solo a medici e organizzazioni sanitarie, ma anche a cittadini e pazienti. Tra le linee guida disponibili in letteratura, sono state tradotte e adattate le raccomandazioni cliniche del National Institute for Health and Care Excellence (NICE): oltre che per il rigore metodologico e il recente aggiornamento, la linea guida è stata selezionata perché è l’unica che utilizza evidenze prodotte nei setting di cure primarie, dove generalmente inizia il processo di diagnosi dei tumori visto che le persone fanno riferimento in prima istanza al medico di famiglia.

Il position statement GIMBE ha tre obiettivi sinergici: innanzitutto, fornire ai medici raccomandazioni basate sulle evidenze finalizzate alla diagnosi precoce dei tumori maligni; in secondo luogo, definire i criteri di appropriatezza per test diagnostici e consulti specialistici; infine, aumentare nei pazienti la consapevolezza dei sintomi, aiutandoli a riconoscere quelli suggestivi di neoplasia.

«Per massimizzare l’efficacia delle terapie ed evitare di perdere pazienti al follow-up – conclude Cartabellotta – dal riconoscimento dei sintomi all’inizio della terapia non dovrebbero trascorrere più di 90 giorni. Anche se questo target temporale può variare nei diversi setting regionali e locali e tra differenti tipi di neoplasie, la diagnosi precoce dei tumori è un processo tempo-dipendente e il successo dei modelli organizzativi dipende dalla consapevolezza dei pazienti sui sintomi, dalla capacità del medico di riconoscere le presentazioni cliniche e da tempi di attesa garantiti per test diagnostici e consulti specialistici».

Il position statement GIMBE “La diagnosi precoce dei tumori” è disponibile a: www.evidence.it/diagnosi-precoce-tumori


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3 aprile 2017
Nuovi LEA: ai pazienti servono tempi certi per la reale fruibilità delle prestazioni

Dall’analisi del DPCM e dei relativi allegati l’Osservatorio GIMBE rileva numerose falle che dilatano i tempi di accesso alle principali novità introdotte dai nuovi LEA: i nomenclatori della specialistica e della protesica sono sprovvisti di tariffari, reti e registri regionali delle malattie rare non sono ancora disponibili, per la definizione di criteri uniformi per l’erogazione delle prestazioni si dovranno attendere specifiche Intese Stato-Regioni, manca del tutto un metodo esplicito per l’aggiornamento delle prestazioni

Il Ministro Lorenzin ha definito il 18 marzo 2017 una data “storica per la sanità italiana”, salutando la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del DPCM sui nuovi livelli essenziali di assistenza (LEA) come l’occasione concreta di “creare un servizio sanitario nazionale sempre al passo con le innovazioni tecnologiche e scientifiche e con le esigenze dei cittadini”.

«La pubblicazione dei nuovi LEA in Gazzetta Ufficiale – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – conclude un iter atteso da quasi 10 anni: grande merito al Ministro Lorenzin per aver raggiunto un successo politico mancato dai suoi predecessori Turco e Balduzzi. Tuttavia, sfumata l’onda di entusiasmo mediatico, è doveroso rilevare che l’accessibilità alla maggior parte delle prestazioni incluse nei nuovi LEA è ancora un lontano miraggio per cittadini e pazienti, senza necessariamente voler entrare nel merito della copertura finanziaria».

Nell’ambito delle attività dell’Osservatorio per la sostenibilità del SSN, la Fondazione GIMBE ha effettuato un’analisi scrupolosa del DPCM e dei relativi allegati: in particolare i commi 1-5 dell’articolo 64 (Norme finali e transitorie) fanno emergere un DPCM “orfano” di indispensabili documentazioni tecniche che rimanda ad ulteriori atti legislativi dalle tempistiche in parte ignote e imprevedibili, in parte note ma difficilmente applicabili in tutte le Regioni secondo le scadenze previste.

  • Nomenclatori specialistica ambulatoriale e protesica. Il cavallo di battaglia dei nuovi LEA risulta visibilmente “azzoppato” perché i nomenclatori sono stati pubblicati in Gazzetta Ufficiale senza le corrispondenti tariffe. Infatti, a ragion veduta, il DPCM non utilizza mai il termine “nomenclatori tariffari” e i commi 2 e 3 dell’art. 64 precisano che l'entrata in vigore dei nomenclatori dell'assistenza specialistica e protesica è subordinata all'operatività dei provvedimenti che fisseranno le tariffe massime delle prestazioni, ovvero un “decreto del Ministro della Salute di concerto con il Ministro dell’Economia e delle Finanze, sentita l’Agenzia per i servizi sanitari regionali, previa intesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome”. La pubblicazione in Gazzetta Ufficiale dei nomenclatori “orfani di tariffe” configura un paradosso normativo ratificato dal comma 5 dell’art. 64: infatti, se vero è che il DPCM sui nuovi LEA sostituisce integralmente il precedente DPCM 29 novembre 2001,di fatto i nomenclatori tariffari in vigore saranno abrogati solo quando sarà pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto di cui sopra. «Considerato che sono ancora in atto le consultazioni con varie categorie di stakeholder per la definizione delle tariffe delle prestazioni – precisa Cartabellotta – i tempi necessari per l’entrata in vigore dei nuovi nomenclatori della specialistica ambulatoriale e della protesica sono totalmente imprevedibili».
  • Malattie rare. Il DPCM ha ampliato l’elenco inserendo oltre 110 nuove entità tra singole malattie rare e gruppi di malattie; tuttavia il comma 4 dell’art. 64, precisa che le disposizioni in merito entreranno in vigore 180 giorni dopo la data di pubblicazione del DPCM. «A Regioni e Provincie autonome –chiede il Presidente – basteranno sei mesi per adeguare le reti regionali per le malattie rare con l’individuazione dei relativi presidi e registri regionali? Ma soprattutto, quali azioni sono previste per tutelare i pazienti con malattie rare nelle regioni inadempienti?».
  • Modalità di erogazione delle prestazioni. La definizione di criteri uniformi per l’individuazione di limiti e modalità di erogazione delle prestazioni è rinviata a successivi accordi sanciti dalla Conferenza permanente per i rapporti tra Stato, Regioni e Province autonome, su proposta del Ministro della Salute. «Traducendo l’ineccepibile politichese con cui è redatto il comma 1 dell’art. 64 – sottolinea Cartabellotta – la standardizzazione su tutto il territorio nazionale dei criteri di erogazione delle prestazioni dei nuovi LEA (dispositivi monouso, assistenza protesica, assistenza ambulatoriale, percorsi assistenziali integrati, etc.) viene ancora una volta rimandata ad atti successivi le cui tempistiche non sono definite dal DPCM».
  • Commissione nazionale per l’aggiornamento dei LEA e la promozione dell’appropriatezza nel Servizio sanitario nazionale. Insediata l'11 ottobre 2016 con il compito di garantire il costante aggiornamento dei LEA attraverso una procedura semplificata e rapida, la Commissione avrebbe dovuto formulare, entro il 28 febbraio 2017, una prima proposta di revisione da formalizzare entro il 15 marzo: entrambe le scadenze non sono state rispettate. «Abbiamo ripetutamente rilevato – precisa Cartabellotta – anche in sedi istituzionali che l’assenza di una metodologia esplicita per l’inserimento/esclusione delle prestazioni dei LEA rappresenta il tallone d’Achille del DPCM: infatti, tale carenza rende estremamente complesso effettuare l’aggiornamento annuale delle prestazioni in un contesto caratterizzato da risorse limitate, continuo turnover tecnologico e necessità di mantenere ampio consenso professionale e sociale ».

«Considerato lo straordinario traguardo politico ottenuto con la pubblicazione dei nuovi LEA – conclude Cartabellotta – la Fondazione GIMBE chiede a Governo e Regioni di definire una precisa tabella di marcia per fornire certezze a cittadini e pazienti sulla reale fruibilità dei nuovi LEA in maniera uniforme su tutto il territorio nazionale. Infatti, rimandando ad atti successivi numerosi aspetti applicativi, il DPCM li affida ad una tanto leale quanto utopistica collaborazione Stato-Regioni: secondo la storia recente, infatti, quando si entra nel merito delle risorse in sanità, assistiamo impotenti ad un acceso conflitto istituzionale che si ripercuote, oltre che su aziende e professionisti sanitari, su cittadini, pazienti e famiglie, soprattutto sulle categorie economicamente e socialmente più deboli».


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21 marzo 2017
Trial clinici: GIMBE alleva le nuove generazioni di ricercatori

COMUNICATO STAMPA

TRIAL CLINICI: GIMBE ALLEVA LE NUOVE GENERAZIONI DI RICERCATORI

AL VIA A SETTEMBRE LA SUMMER SCHOOL GIMBE SULLA METODOLOGIA DEI TRIAL CLINICI, DESTINATA A 30 GIOVANI STUDENTI, MEDICI E FARMACISTI SELEZIONATI CON UN BANDO NAZIONALE E REALIZZATA GRAZIE AD UNA EROGAZIONE LIBERALE E NON CONDIZIONANTE DI ASSOGENERICI AL PROGRAMMA GIMBE4YOUNG

21 marzo 2017 - Fondazione GIMBE, Bologna

Nell’ambito del programma GIMBE4young, la Fondazione GIMBE lancia la prima edizione della summer school sulla metodologia dei trial clinici (Bologna, 4-8 settembre 2017), per preparare le nuove generazioni di ricercatori alle sfide che li attendono per migliorare qualità, etica, rilevanza e integrità della ricerca clinica.

«Nella gerarchia delle evidenze scientifiche – dichiara Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE – i trial clinici, in particolare quelli controllati e randomizzati, costituiscono lo standard di riferimento per valutare l’efficacia degli interventi sanitari. Tuttavia la loro qualità è spesso insoddisfacente: questo determina inevitabilmente lo spreco di preziose risorse, oltre alla persistenza di numerose aree grigie».

La conferma giunge dalla comunità scientifica internazionale che, con la campagna Lancet REWARD (Reduce research Waste And Reward Diligence), punta a ridurre gli sprechi ed aumentare il value della ricerca biomedica: «Pazienti e professionisti – continua il Presidente – vengono raramente coinvolti nella definizione delle priorità, per cui molti trial rispondono a quesiti di ricerca irrilevanti e/o misurano outcome di scarsa rilevanza clinica; senza contare il fatto che oltre la metà dei trial vengono pianificati senza alcun riferimento a evidenze già disponibili, generando evitabili duplicazioni». I dati dimostrano che più del 50% dei trial pubblicati presentano rilevanti errori metodologici che ne invalidano i risultati; sino al 50% dei trial non vengono mai pubblicati e molti di quelli pubblicati tendono a sovrastimare i benefici e sottostimare i rischi degli interventi sanitari; oltre il 30% dei trial non riporta dettagliatamente le procedure con cui somministrare gli interventi studiati e spesso i risultati dello studio non vengono interpretati alla luce delle evidenze disponibili.

Enrique Häusermann - presidente di Assogenerici - sottolinea: «Sono convinto dell’assoluta importanza dell’attività di formazione svolta da istituzioni come la Fondazione GIMBE, che da anni si batte per riportare la sanità pubblica al centro dell’agenda politica. In un momento in cui la sostenibilità del SSN è messa gravemente a rischio dalla scarsità dei finanziamenti, dalla sfida dei nuovi LEA, dall’apparente incapacità del sistema di trovare al proprio interno le risposte giuste  a sprechi e inefficienze, la formazione dei giovani professionisti rappresenta un investimento di valore sul futuro di un SSN rinvigorito e coerente con la propria mission».

«Per questo Assogenerici – prosegue Häusermann – ha scelto di sostenere concretamente il programma GIMBE4Young, convinti che da questa partnership possa essere tracciata la rotta verso una maggior consapevolezza da parte dei professionisti sanitari sulla corretta allocazione e gestione delle risorse».

«Considerato che le metodologie di pianificazione, conduzione, analisi e reporting dei trial clinici non costituiscono ancora parte integrante dei percorsi universitari e specialistici – conclude Cartabellotta – la Fondazione GIMBE lancia un bando nazionale per selezionare 30 giovani studenti, medici e farmacisti, al fine di colmare questo gap formativo».

La scadenza del bando è fissata al 31 maggio 2017.

Per ulteriori informazioni e invio candidature: www.gimbe4young.it/summerschool

 


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14 marzo 2017
LEA: L’Eterna Attesa dei Livelli Essenziali di Assistenza

LA LENTE DELL’OSSERVATORIO GIMBE METTE A FUOCO TRE CRITICITÀ RELATIVE AI LIVELLI ESSENZIALI DI ASSISTENZA: MANCATA PUBBLICAZIONE IN GAZZETTA UFFICIALE DEL DPCM SUI “NUOVI LEA”, INACCETTABILE RITARDO DELLA PUBBLICAZIONE DEL REPORT 2014 SULL’ADEMPIMENTO AL MANTENIMENTO DELL’EROGAZIONE DEI LEA, SCOMPARSA DALLA SCENA DEL NUOVO SISTEMA DI GARANZIA PER IL MONITORAGGIO DELL’ASSISTENZA SANITARIA

14 marzo 2017 - Fondazione GIMBE, Bologna

Nell’ambito della campagna #salviamoSSN, nel settembre 2016 la Fondazione GIMBE ha istituito l’Osservatorio per la sostenibilità del SSN per un monitoraggio continuo e indipendente di responsabilità e azioni di tutti gli stakeholder, con il fine ultimo di ottenere il massimo ritorno in termini di salute del denaro pubblico investito in sanità.

«Dall’analisi delle attività istituzionali relative ai livelli essenziali di assistenza – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – emergono tre rilevanti criticità: la mancata pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del DPCM sui “nuovi LEA”, l’inaccettabile ritardo del report “Adempimento mantenimento dell’erogazione dei LEA attraverso gli indicatori della griglia LEA” relativo al 2014 e il silenzio assordante calato sul nuovo sistema di garanzia per il monitoraggio dell’assistenza sanitaria».

Fatta eccezione per il tardivo invio alle Camere, l’iter burocratico del DPCM sui “nuovi LEA” non ha subìto particolari ritardi dopo la bollinatura della Ragioneria Generale dello Stato: accordo in Conferenza Stato-Regioni il 7 luglio 2016, invio al MEF il 14 luglio e conferma vaglio il 29 luglio; 9 novembre invio alle Camere per esame nelle commissioni parlamentari che hanno rilasciato il loro parere il 14 dicembre; firma del Premier Gentiloni il 12 gennaio 2017 e registrazione alla Corte dei Conti il 3 febbraio. «Considerato che il Ministro aveva presentato alle Regioni la documentazione sui “nuovi LEA” nel lontano 4 febbraio 2015 – precisa Cartabellotta – dopo oltre due anni la mancata pubblicazione in Gazzetta Ufficiale non è più da imputare a ritardi istituzionali quanto a carenze tecniche: infatti i nuovi nomenclatori tariffari (specialistica ambulatoriale e protesica) non sono ancora disponibili. Peraltro, secondo le scadenze definite il 21 gennaio 2017 dalla Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, la Commissione LEA avrebbe dovuto formulare entro il 28 febbraio la proposta di aggiornamento per l'anno 2017 ed entro il 15 marzo, ovvero domani, adottare il relativo provvedimento, che paradossalmente non è ancora legge dello Stato».

Il report sull’adempimento mantenimento dell’erogazione dei LEA attraverso gli indicatori della griglia LEA – strumento principale per il monitoraggio e la verifica dell’effettiva erogazione delle prestazioni – viene pubblicato annualmente dal Ministero della Salute per documentare l’adempimento delle Regioni ai LEA e identificare quelle rinviate al Piano di Rientro. L’Osservatorio GIMBE rileva l’inaccettabile ritardo nella pubblicazione degli ultimi due adempimenti. «Solo ieri, 13 marzo, sono state pubblicate le performance regionali sui LEA relative al 2014 – precisa il Presidente – con un report datato giugno 2016; mentre per quelle relative al 2013 il report datato luglio 2015 è stato reso pubblico il successivo 12 novembre».

Rispetto al Nuovo Sistema di Garanzia per il monitoraggio dell’assistenza sanitaria la “Direttiva generale 2016 per l’attività amministrativa e la gestione del Ministero della Salute” sanciva che «in accordo con quanto riportato nel Patto per la Salute 2014-2016, si prevede di aggiornare il sistema di garanzia per il monitoraggio dell’assistenza sanitaria, definendo un’adeguata e condivisa metodologia. L’obiettivo è quello di ottenere un sistema unico di monitoraggio, incentivazione e valutazione della garanzia di erogazione dei LEA rivolto a tutte le Regioni e le Provincie autonome». Le stesse parole sono integralmente riportate nell’ “Atto di indirizzo 2017 del Ministero della Salute”, ma del Nuovo Sistema di Garanzia a oggi è nota solo l’architettura, da cui emerge che i tre livelli (prevenzione, assistenza distrettuale e assistenza ospedaliera) dovrebbero essere monitorati attraverso un set multidimensionale di indicatori: efficacia e appropriatezza clinica, efficienza e appropriatezza organizzativa, sicurezza, equità sociale. «Per quale ragione – chiede Cartabellotta – si sono completamente perse le tracce di questo importante strumento che rappresenta il tanto atteso superamento della griglia LEA?».

«Considerato che i LEA rappresentano le fondamenta della sanità pubblica – conclude Cartabellotta –chiediamo a Governo e Regioni una roadmap definitiva e credibile rispetto alle criticità rilevate dall’Osservatorio GIMBE. Se sbandierare ripetutamente la conquista dei “nuovi LEA” torna particolarmente utile a fini elettorali durante un “Governo di circostanza”, gli aspetti tecnici irrisolti fanno slittare continuamente in avanti le scadenze definite, tanto da attribuire all’acronimo LEA un diverso e inquietante significato… L’Eterna Attesa».


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7 marzo 2017
Responsabilità professionale: con le Linee guida delle Società Scientifiche si parte dall’anno zero

ALL’INDOMANI DELL’APPROVAZIONE DELLA LEGGE SULLA RESPONSABILITÀ PROFESSIONALE, LA FONDAZIONE GIMBE HA PRESENTATO ALLE ISTITUZIONI UNO STUDIO CHE HA VALUTATO LE LINEE GUIDA PRODOTTE DALLE SOCIETÀ SCIENTIFICHE ITALIANE. I RISULTATI DIMOSTRANO CHE URGE UN CAMBIO DI ROTTA NEL PROCESSO DI PRODUZIONE DELLE LINEE GUIDA SOTTO LA REGIA NAZIONALE DELL’ISTITUTO SUPERIORE DI SANITÀ

7 marzo 2017 - Fondazione GIMBE, Bologna

Dopo l’approvazione della legge sulla responsabilità professionale, dal “tempestivo palcoscenico” della 12a Conferenza Nazionale GIMBE sono stati presentati i risultati preliminari della ricerca finanziata con la borsa di studio “Gioacchino Cartabellotta”: lo studio, affidato dalla Fondazione ad Antonio Simone Laganà dell’Università degli Studi di Messina, è stato condotto sotto l’egida dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) e del Guideline International Network (G-I-N), rete internazionale di 107 organizzazioni che producono linee guida in 46 paesi.

«Abbiamo deciso di promuovere e finanziare lo studio “Linee guida per la pratica clinica in Italia: qualità metodologica e gestione dei conflitti di interesse” - ha esordito Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – per fornire alle Istituzioni un quadro oggettivo sul numero delle linee guida prodotte in Italia da società scientifiche, istituzioni nazionali e regionali e organizzazioni private e sulla loro qualità, verificando l’aderenza agli standard G-I-N sulle metodologie di produzione e sulla governance dei conflitti di interesse».

Laganà ha presentato metodi e risultati dello studio che in questa prima fase ha valutato, esclusivamente attraverso il web, le linee guida prodotte dalle società scientifiche. Delle 403 società identificate, quasi l’80% (n. 322) non erano eleggibili per varie ragioni: mancanza di sito web (n. 6), assenza di pagina web dedicata alle linee guida (n. 289), pagina delle linee guida ad accesso riservato (n. 14), link ad altri produttori internazionali (n. 13). Dei 712 documenti censiti, 359 (50,4%) sono stati identificati come vere e proprie linee guida: gli altri erano file non accessibili (n. 9), altri documenti (n. 71) e linee guida di altri produttori (n. 273). Delle 359 linee guida identificate, solo 75 (21%) sono state incluse nella valutazione finale, in quanto pubblicate negli ultimi due anni, tempo limite di sopravvivenza delle linee guida. La loro qualità metodologica valutata con i criteri G-I-N è risultata complessivamente accettabile, ad eccezione della disclosure sui conflitti di interesse presente solo nel solo il 17% dei casi. Da rilevare infine che 42/75 linee guida incluse nella valutazione finale sono state prodotte da 2 sole società scientifiche che dispongono di un manuale metodologico, a riprova del fatto che le poche società che seguono metodi adeguati producono risultati eccellenti.

«I prossimi step dello studio – ha spiegato il Presidente – prevedono la valutazione di linee guida prodotte da istituzioni nazionali e regionali e altre organizzazioni private, l’analisi per sottogruppi (istituzionali vs società scientifiche, FISM vs no-FISM, società scientifiche mediche vs chirurgiche) e l’invio di una comunicazione a tutti i presidenti delle società scientifiche per validare i risultati relativi alle LG identificate e suggerire di rendere libero l’accesso alla pagina delle linee guida».

Se la legge sulla responsabilità professionale affida dunque un ruolo cruciale alle linee guida, oggi quelle prodotte dalle società scientifiche potenzialmente utilizzabili sono un numero esiguo e riguardano poche aree clinico-assistenziali. Inoltre, i risultati dello studio dimostrano che i criteri previsti dal comma 2 dell’art. 5 sono necessari per “accreditare” i produttori, ma non sufficienti a garantire la produzione di linee guida di buona qualità.

«Considerato che le linee guida si apprestano a diventare uno strumento di riferimento per valutare la responsabilità professionale – ha concluso Cartabellotta –  è indifferibile un cambio di rotta sul processo di produzione. In particolare, serve una governance nazionale dell’Istituto Superiore di Sanità per definire le priorità, evitare duplicazioni, favorire la produzione di linee guida multiprofessionali-multidisciplinari, standardizzare i criteri di qualità metodologica e definire le modalità di gestione dei conflitti di interesse. In ogni caso, è indispensabile preservare il ruolo principale delle linee guida, ovvero raccomandazioni a supporto delle decisioni cliniche, evitando un loro utilizzo rigido e strumentale esclusivamente a fini medico-legali».

La presentazione dello studio GIMBE è disponibile a: www.gimbe.org/studio-linee-guida


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3 marzo 2017
La sanità pubblica sta affondando: le responsabilità sono di tutti, ma serve un programma politico

DEFINANZIAMENTO PUBBLICO, CAOS SANITÀ INTEGRATIVA, SPRECHI E DUBBI SULLA SOSTENIBILITÀ DEI NUOVI LEA: LA FONDAZIONE GIMBE CHIAMA A RACCOLTA LA POLITICA, PERCHÉ SENZA UN PRECISO PIANO DI SALVATAGGIO I CITTADINI ITALIANI RISCHIANO DI PERDERE LA LORO PIÙ GRANDE CONQUISTA SOCIALE

3 marzo 2017 - Fondazione GIMBE, Bologna

Si è appena conclusa la sessione inaugurale della 12a Conferenza Nazionale GIMBE dedicata alla “Sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale” dove, di fronte a oltre 600 partecipanti, il Presidente Nino Cartabellotta ha esordito affermando che «non esiste alcun piano occulto di smantellamento del servizio sanitario nazionale, ma nemmeno un programma esplicito per difendere un modello equo e universalistico di sanità pubblica da consegnare alle future generazioni».

Quattro le criticità di sistema identificate dalla Fondazione GIMBE, che richiedono un programma politico ben preciso finalizzato a salvare il Servizio Sanitario Nazionale: «Il finanziamento pubblico del SSN – ha dichiarato il Presidente – tra tagli e mancati aumenti dal 2010 ha lasciato per strada oltre € 35 miliardi, facendo retrocedere l’Italia sempre più nel confronto con i paesi dell’OCSE, quelli europei e del G7, tra i quali siamo fanalino di coda per spesa totale e per spesa pubblica, ma secondi per spesa a carico dei cittadini».

Rispetto alla sanità integrativa la Fondazione GIMBE ritiene indispensabile un riordino complessivo della normativa: «Il modello “a tre pilastri” – ha puntualizzato Cartabellotta – oggi mostra tutti i suoi limiti: avendo puntato tutto sul primo pilastro (finanziamento pubblico non più sufficiente a erogare i LEA), non siamo riusciti infatti ad espandere adeguatamente il secondo (fondi integrativi, limitati a coprire solo prestazioni non essenziali) e non riusciamo a contenere il terzo (assicurazioni private che scorrazzano senza regole)».

Dai dati della Fondazione GIMBE emerge poi che una quota consistente di denaro pubblico continua ad alimentare sprechi intollerabili: € 24,73 miliardi/anno erosi da sovra-utilizzo, frodi e abusi, acquisti a costi eccessivi, sotto-utilizzo, complessità amministrative, inadeguato coordinamento dell’assistenza. «A fronte dei numerosi scettici che da anni mettono in discussione le nostre stime – ha commentato con grande soddisfazione il Presidente – il rapporto OCSE del gennaio 2017 ha confermato che in sanità 2 euro su 10 vengono sprecati. Le responsabilità ricadono su tutti gli stakeholders, che devono impegnarsi a recuperarli con numerose strategie già descritte dal Rapporto GIMBE sulla sostenibilità del SSN 2016-2015».

Infine da Cartabellotta una considerazione sui nuovi LEA: «Questo grande traguardo politico rischia di trasformarsi in un’illusione collettiva con gravi effetti collaterali: allungamento delle liste d’attesa, aumento della spesa out-of-pocket, sino alla rinuncia alle cure. Infatti, la necessità politica di estendere al massimo il consenso sociale e professionale ha generato un inaccettabile paradosso: siamo il Paese con il “paniere LEA” più ampio d’Europa, ma al tempo stesso fanalino di coda per la spesa pubblica».

Su dati e proposte riportati dal Presidente ha preso il via un animato dibattito tra i componenti di un equilibrato panel politico in rappresentanza della Camera, del Senato e della Conferenza delle Regioni e Province autonome. Sul finanziamento pubblico per la sanità, che secondo le stime della Fondazione aumenterà di € 15 miliardi entro il 2025, Emilia Grazia De Biasi - presidente della 12a Commissione Igiene e Sanità, Senato della Repubblica – ha affermato che il tema prima che finanziario è politico e che il dato può variare in relazione alle priorità: «Dobbiamo decidere se intendiamo investire o meno in politiche pubbliche in sanità. Lo spreco risiede nella mancanza di legalità, nelle spese per macchinari obsoleti e inutili, nella differenza tra il Nord e il Sud del Paese». Mario Marazziti - presidente della XII Commissione Affari Sociali, Camera dei Deputati – ha puntualizzato la necessità di lavorare sul personale e garantirne la stabilizzazione, oltre che di passare da un modello ospedalocentrico a uno territoriale per garantire la continuità socio-sanitaria. D’accordo con le stime della Fondazione anche il Sen. Luigi D’Ambrosio Lettieri (Gruppo Conservatori e Riformisti) secondo cui «serve un’etica della responsabilità per il servizio sanitario pubblico. Al contrario del PIL, infatti, la spesa crescerà: per questo è indispensabile aumentare gli aspetti di governance». Secondo il Movimento 5 Stelle, rappresentato dall’On.le Giulia Grillo «Le stime dipendono dai fattori della spesa pubblica, dalle tecnologie mediche e sanitarie, oltre che dalle scelte politiche non solo sulla sanità, ma sulla salute e sul welfare in generale. L’equità di accesso alla salute è un indice di qualità e dipende anche dalla visione politica che abbiamo». L’On.le Giovanni Monchiero (Civici e Innovatori), confermando la validità tecnica delle stime della Fondazione, ha ribadito che molto è legato all’andamento del PIL nei prossimi mesi; sulla stessa linea l’On.le Donata Lenzi (Partito Democratico), che ha aggiunto l’importanza della capacità del Paese di crescere e la necessità di migliorare il rapporto dialettico con le Regioni. Sergio Venturi, Assessore alla Sanità dell’Emilia Romagna, intervenuto in rappresentanza della Conferenza delle Regioni e Province autonome, ha ribadito che le differenze regionali nell’erogazione dei LEA non sono più accettabili, concordando che le responsabilità ricadano di fatto su tutti gli stakeholders.

Ancora più accesa la discussione sul riordino della sanità integrativa, proposto dalla Fondazione GIMBE al fine di ridurre la spesa out-of-pocket ed evitare che l’intermediazione assicurativa mini le basi del SSN. «In Italia assistiamo ad un’anomala situazione – ha affermato Cartabellotta – in cui i fondi integrativi non possono espandersi, in quanto destinati a coprire solo prestazioni non essenziali, mentre le assicurazioni private possono scorrazzare senza regole». Tutti d’accordo sulla necessità di un riordino della materia: tuttavia Marazziti ha puntualizzato l’esigenza di ravvivare i fondi integrativi, non solo con fatti tecnici ma con una nuova visione/modello, mentre secondo De Biasi occorre modificare alcuni meccanismi di pagamento, affermando che « non può essere certo la carta di credito decidere in sanità». Contrari a un’espansione del campo di azione della sanità integrativa Lenzi, Monchiero e Grillo, secondo i quali le prestazioni essenziali devono continuare ad essere garantita esclusivamente dai  LEA, mentre Lenzi ha puntualizzato la necessità di governare adeguatamente il conflitto di interessi di assicurazioni private che non possono essere erogatori di prestazioni sanitarie.


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3 marzo 2017
Per salvare la sanità pubblica la Fondazione GIMBE punta sulla formazione dei giovani talenti

IN OCCASIONE DELLA 12a CONFERENZA NAZIONALE, LA FONDAZIONE GIMBE LANCIA LE NUOVE OPPORTUNITÀ DEL PROGRAMMA GIMBE4YOUNG: I GIOVANI PROFESSIONISTI SANITARI DEVONO CRESCERE CON LA CONSAPEVOLEZZA CHE IN SANITÀ LE RISORSE NON SONO ILLIMITATE E CHE LE SCELTE PROFESSIONALI DEVONO ESSERE SEMPRE BASATE SULLE MIGLIORI EVIDENZE TENENDO CONTO DELLE PREFERENZE E ASPETTATIVE DEL PAZIENTE

3 marzo 2017 - Fondazione GIMBE, Bologna

Le migliori evidenze scientifiche dovrebbero guidare tutte le decisioni che riguardano la salute delle persone: di conseguenza, nessun professionista sanitario può fare a meno di strumenti e competenze per ricercare e valutare criticamente la letteratura scientifica.

«Dalle attività di monitoraggio indipendente del nostro osservatorio – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – emerge che, ad eccezione di lodevoli eccezioni, metodi e strumenti dell’Evidence-based Practice non sono stati introdotti in maniera sistematica nella formazione universitaria del medico e delle professioni sanitarie. Per tale ragione la Fondazione GIMBE ha deciso di assegnare al Segretariato Italiano Studenti in Medicina la borsa di studio Gioacchino Cartabellotta per condurre uno studio ad hoc, finalizzato  a valutare l’insegnamento dell’Evidence-based Medicine nei Corsi di Laurea in Medicina, attraverso un’analisi sistematica dei programmi formativi e survey strutturate con gli studenti».

Considerato che i giovani professionisti sanitari italiani si trovano in un allarmante e ormai incolmabile ritardo rispetto ai colleghi europei, in occasione della 12a Conferenza Nazionale la Fondazione GIMBE ha lanciato una serie di iniziative che consolidano l’impegno nella formazione delle nuove generazioni di professionisti sanitari, perché la sostenibilità del servizio sanitario nazionale passa anche dalla capacità di essere indipendenti nella gestione delle evidenze scientifiche riducendo gli sprechi dovuti al sovra/sottoutilizzo di farmaci, test diagnostici e altri interventi sanitari. In occasione della Conferenza è stato consegnato l’EBP core curriculum europeo a 30 laureati e specializzandi under 32, selezionati tra oltre 300 candidati per partecipare al corso di formazione Evidence-based Practice grazie alle borse di studio che la Fondazione GIMBE ha erogato per il quarto anno consecutivo.

Con il programma GIMBE4young la Fondazione ha costruito un ponte tra due temi sempre all’ordine del giorno ma raramente messi in relazione: la formazione dei giovani e la sostenibilità del SSN. Da quest’anno, grazie alla partnership sottoscritta con il Segretariato Italiano Studenti in Medicina (SISM), il Segretariato Italiano Giovani Medici (SIGM) e Federspecializzandi, i giovani studenti e professionisti potranno accedere gratuitamente ai corsi GIMBE, partecipare ad un incontro annuale dedicato ed essere coinvolti nelle attività di ricerca della Fondazione.

Il ventaglio delle opportunità offerte  da GIMBE ai giovani professionisti sanitari si amplia ulteriormente: grazie alla disponibilità di EBSCO Health , studenti di medicina e delle professioni sanitarie potranno accedere gratuitamente alle risorse DynaMed Plus, banca dati di informazioni cliniche evidence-based. Inoltre, grazie al sostegno incondizionato di Assogenerici, a settembre prenderà il via la Summer School GIMBE sulla metodologia dei trial clinici, destinata a 30 giovani medici selezionati con un bando nazionale.

«Con il programma GIMBE4young – conclude Cartabellotta – intendiamo colmare i gap tra l’attuale formazione di base e specialistica e le competenze richieste dal servizio sanitario nazionale, dove un adeguato trasferimento delle evidenze alla pratica clinica è indispensabile per acquisire un sano scetticismo sull’efficacia degli interventi sanitari, troppo spesso introdotti sul mercato sulla base di pubblicazioni scientifiche discutibili spesso condizionate da interessi commerciali, e non di evidenze scientifiche valide, rilevanti e applicabili».

Per maggiori informazioni e partecipare alla selezione per le borse di studio: www.gimbe4young.it    


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Pagina aggiornata il 18/02/2014