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20 febbraio 2017
A Piero Angela il premio “Salviamo il Nostro Servizio Sanitario Nazionale”

IL 3 MARZO, IN OCCASIONE DELLA 12a CONFERENZA NAZIONALE, LA FONDAZIONE GIMBE ASSEGNERÀ IL RICONOSCIMENTO AL GIORNALISTA PER IL SUO CONTINUO IMPEGNO NEL DIFFONDERE UN’INFORMAZIONE SCIENTIFICA CHIARA E BASATA SULLE MIGLIORI EVIDENZE SCIENTIFICHE AL FINE DI DEMOLIRE BUFALE, FALSI MITI, PSEUDOSCIENZE E CONSUMISMO SANITARIO, CONTRIBUENDO ALLA SOSTENIBILITÀ DELLA SANITÀ PUBBLICA

L’Italia è patria dei fenomeni “Vannoni” e “Di Bella”, oltre che di innumerevoli e meno noti sedicenti guaritori che promettono miracolose pozioni per curare le malattie più disparate, senza alcuna base scientifica, lucrando sulla disperazione di pazienti per i quali la ricerca non ha ancora trovato terapie efficaci. Parallelamente assistiamo inermi alla diffusione a macchia d’olio di movimenti anti-vaccinisti, che fanno leva sull’inesistente relazione casuale vaccini-autismo, riferendosi ad uno studio fraudolento ritrattato dalla comunità scientifica e il cui autore è stato radiato dall’ordine dei medici britannico.

«Oggi le aspettative della popolazione nei confronti di una medicina mitica e una sanità infallibile – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – hanno raggiunto livelli inaccettabili per l’interazione di numerosi fattori: facilità di accesso tramite internet a informazioni scientificamente non validate, assenza di un programma istituzionale di informazione sanitaria per cittadini e pazienti, progressiva medicalizzazione della società, grazie anche alle innumerevoli giornate per celebrare singole malattie e alla promozione di prestazioni sanitarie per ottenere e mantenere il consenso politico».

Peraltro, se la spesa a carico dei cittadini per la sanità è in costante aumento, è altrettanto vero che in Italia assistiamo alla continua espansione di mercati (omeopatia, integratori, nutraceutica) per i quali mancano le prove di efficacia se non addirittura esistono  evidenze di peggioramento degli esiti di salute. Inoltre, una delle voci principali di spreco di denaro pubblico è l’imponente sovra-utilizzo di interventi sanitari (test diagnostici, farmaci, visite specialistiche,) determinato certo dalle prescrizioni dei medici, ma anche dalle insistenti richieste dei pazienti, generando inaccettabili paradossi: ad esempio, nonostante tra i paesi dell’OCSE siamo al secondo posto per dotazioni di risonanze magnetiche, abbiamo liste d’attesa sempre più lunghe.

«Per tali ragioni – continua il Presidente – l’alfabetizzazione sanitaria, l’informazione istituzionale della popolazione su benefici e rischi degli interventi sanitari, la conoscenza del metodo scientifico, il coinvolgimento attivo di cittadini e pazienti nella valutazione e organizzazione dei servizi sanitari e il processo decisionale condiviso nella relazione paziente-medico rappresentano oggi strumenti irrinunciabili per aumentare l’appropriatezza della domanda, diminuire il rischio clinico e il contenzioso medico-legale, ridurre gli sprechi e contribuire alla sostenibilità della sanità pubblica».

Considerato il potere dei media nell’influenzare le scelte dei cittadini e il ruolo di una corretta informazione per contribuire alla sostenibilità del SSN, la Fondazione GIMBE assegna per il 2017 il premio “Salviamo il Nostro SSN” a Piero Angela, massima espressione nazionale del giornalismo scientifico, in grado di portare nelle case degli italiani informazioni mediche chiare e basate sulle migliori evidenze.

«Con il premio assegnato a Piero Angela – conclude il Presidente – la Fondazione GIMBE avvia una serie di iniziative per sensibilizzare cittadini e pazienti sull’importanza del metodo scientifico per validare l’efficacia dei trattamenti, sottolineando l’importanza di un giornalismo evidence-based  nel contribuire alla sostenibilità del servizio sanitario nazionale».

La cerimonia di consegna del premio è prevista in occasione della 12a Conferenza Nazionale GIMBE che si terrà a Bologna il prossimo 3 marzo.


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13 febbraio 2017
Linee Guida e responsabilitĂ  professionale: attenzione ai pazienti con patologie multiple

CON IL DDL SULLA RESPONSABILITÀ PROFESSIONALE IN DIRITTURA DI ARRIVO, LA FONDAZIONE GIMBE SOTTOLINEA L’INDEROGABILE NECESSITÀ DI UN APPROCCIO ORIENTATO ALLA MULTIMORBIDITÀ: INFATTI, CONSIDERATO CHE LE PROVE DI EFFICACIA DEI TRATTAMENTI DERIVANO SOPRATTUTTO DA STUDI CONDOTTI SU POPOLAZIONI SELEZIONATE, LE LINEE GUIDA ELABORATE PER SINGOLE PATOLOGIE RISCHIANO DI DIVENTARE UN BOOMERANG, PERCHÉ RACCOMANDANO TERAPIE SPESSO NON INDICATE NEI PAZIENTI CON PATOLOGIE MULTIPLE

Approda oggi per l’approvazione finale alla Camera dei Deputati il DdL n. 2224 e connessi “Disposizioni in materia di responsabilità professionale del personale sanitario”, che all’art. 5 prevede che “Gli esercenti le professioni sanitarie, nell’esecuzione delle prestazioni sanitarie con finalità preventive, diagnostiche, terapeutiche, palliative, riabilitative e di medicina legale, si attengono, salve le specificità del caso concreto, alle raccomandazioni previste dalle linee guida”.

«Le linee guida – dichiara Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – forniscono raccomandazioni basate sulle evidenze scientifiche e norme di buona pratica clinica per informare le decisioni di tutti i professionisti sanitari: tuttavia occorre tenere sempre ben presente che non si tratta di protocolli rigorosi da applicare in maniera indiscriminata, ma è necessario considerare sempre le caratteristiche cliniche del paziente individuale, oltre che le sue aspettative e preferenze».

Oggi la maggior parte dei pazienti con una patologia o condizione cronica è affetto da almeno un’ulteriore cronicità: la multimorbidità, di fatto la norma tra gli anziani, riduce la qualità di vita e aumenta mortalità, polifarmacoterapia, reazioni avverse a farmaci e accessi non programmati ai servizi sanitari. I pazienti affetti da patologie multiple rappresentano inoltre un’ardua sfida per i servizi sanitari, perché vengono spesso assistiti in maniera frammentata da vari professionisti attraverso diversi setting (cure primarie, specialistica ambulatoriali, ospedale, domicilio, etc.) con inevitabili problemi di coordinamento e comunicazione.

«Nei soggetti con multimorbidità – continua il Presidente – il bilancio tra rischi e benefici dei trattamenti è spesso incerto, visto che le prove di efficacia derivano per lo più da trial condotti su popolazioni selezionate, che tendono a escludere pazienti con patologie multiple. Di conseguenza, le linee guida elaborate per singole malattie raccomandano test diagnostici e trattamenti potenzialmente non indicati nei pazienti con multimorbidità, aumentando i rischi, peggiorando la qualità di vita e generando ingenti sprechi».

Considerata la necessità di riorganizzare l’assistenza sanitaria per i pazienti con patologie multiple, la Fondazione GIMBE ha realizzato la versione italiana delle linee guida del National Institute for Health and Care Excellence (NICE) per l’identificazione e il trattamento dei pazienti con multimorbidità.

 «È inaccettabile – precisa Cartabellotta – costringere i pazienti con patologie multiple a rimbalzare tra vari specialisti, servizi e setting assistenziali: occorre abbandonare l’approccio basato sulla gestione della singola malattia in favore di quello orientato alla multimorbidità, indipendentemente dalla variabilità dei modelli organizzativi regionali e aziendali per gestire la cronicità».

L’approccio orientato alla multimorbidità richiede innanzitutto di definire le priorità della persona, di valutare l’impatto delle singole patologie, condizioni e terapie e di definire insieme al paziente un piano terapeutico personalizzato, riportando nella documentazione clinica le azioni da intraprendere: dall’individuazione del coordinatore del piano terapeutico all’introduzione, interruzione, sostituzione di farmaci e terapie non farmacologiche, dalla riorganizzazione dei controlli periodici all’identificazione precoce di variazioni dello stato di salute, dal follow-up per rivalutare il piano terapeutico condiviso alla valutazione di altri aspetti rilevanti per il paziente.

«In questo processo – conclude Cartabellotta – è molto importante condividere copia del piano terapeutico con il paziente e, previo consenso, con altri soggetti coinvolti nell’assistenza (professionisti sanitari, familiari, caregiver). Questa raccomandazione diventa fondamentale per la tutela medico-legale, perché alla maggior parte dei pazienti con patologie multiple le linee guida, anche se di elevata qualità, non sono applicabili e rischiano di trasformarsi in un boomerang».

La versione integrale delle linee guida è disponibile a: www.evidence.it/multimorbidita


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7 febbraio 2017
La tutela della salute è un diritto costituzionale e il Servizio Sanitario Nazionale esiste ancora: ecco perchè serve un logo!

LA FONDAZIONE GIMBE HA INOLTRATO ALLA PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA E AL MINISTERO DELLA SALUTE FORMALE RICHIESTA DI REALIZZARE UN LOGO PER IL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE, AL FINE DI CONFERMARE A 60 MILIONI DI CITTADINI ITALIANI CHE LA TUTELA DELLA SALUTE RIMANE UN DIRITTO COSTITUZIONALE E DI LEGITTIMARE L’ESISTENZA DEL SSN QUALE PILASTRO UNIVOCO DI CIVILTÀ, DEMOCRAZIA E WELFARE.

Con la riforma costituzionale del 2001 le Regioni, protagoniste dell’organizzazione dei servizi sanitari, hanno contribuito a creare nei cittadini italiani un’asimmetrica percezione del Servizio Sanitario Nazionale: infatti da allora numerose Regioni hanno deciso, giustamente, di identificare il proprio servizio sanitario attraverso un logo, alimentando la percezione dell’esistenza di 21 differenti Servizi Sanitari.

La Fondazione GIMBE, che dal 1996 promuove l’integrazione delle migliori evidenze scientifiche in tutte le decisioni politiche, manageriali, professionali che riguardano la salute delle persone, dal 2013 con la campagna “Salviamo il Nostro Servizio Sanitario Nazionale” è impegnata nella difesa della sanità pubblica: la “Carta GIMBE per la Tutela della Salute”, il “Rapporto sulla sostenibilità del SSN 2016-2015” e il lancio dell’Osservatorio GIMBE testimoniano un impegno continuo per difendere e tramandare alle future generazioni una conquista sociale irrinunciabile per l’eguaglianza e la dignità dei cittadini italiani.

«Dalle nostre analisi – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – è emerso che, il Servizio Sanitario Nazionale a 38 anni dalla sua istituzione non possiede, a differenza di numerosi servizi sanitari regionali, un logo identificativo: questo ridimensiona nella percezione pubblica il ruolo dello Stato nella tutela della salute, oltre che l’esistenza stessa del SSN istituito con la legge 833/78».

«Indipendentemente dall’esito del referendum costituzionale – continua il Presidente – che in caso di vittoria del sì avrebbe dovuto potenziare il ruolo dello Stato sulle Regioni e ridurre le diseguaglianze regionali, la salute delle persone rimane un diritto tutelato dalla nostra Costituzione e il Servizio Sanitario Nazionale esiste ancora, nonostante la crisi di sostenibilità e le autonomie regionali».

Per tali ragioni la Fondazione GIMBE, nell’ambito delle attività di sensibilizzazione istituzionale della campagna #salviamoSSN, ha inoltrato alla Presidenza della Repubblica e al Ministero della Salute formale richiesta di realizzare un logo per il Servizio Sanitario Nazionale, al fine di confermare a 60 milioni di cittadini italiani che la salute rimane un diritto costituzionale tutelato dalla Repubblica e di legittimare l’esistenza del SSN quale pilastro univoco di civiltà, democrazia e welfare.

«Confidiamo – conclude Cartabellotta – nella sensibilità del Presidente Mattarella, garante dei diritti costituzionali e sempre attento al tema dalla salute, e nella tenacia del Ministro Lorenzin, strenuo difensore del SSN in questi anni di tagli e definanziamento, affinché accolgano la proposta della Fondazione GIMBE per creare un logo che diventi simbolo univoco di tutela della salute per tutte le persone che ne hanno diritto».


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24 gennaio 2017
Evidence-based Medicine nella formazione dei giovani medici: siglato il protocollo d’intesa SISM-GIMBE

AL VIA L’ACCORDO TRA IL SEGRETARIATO ITALIANO DEGLI STUDENTI DI MEDICINA E LA FONDAZIONE GIMBE: DAL PROGRAMMA GIMBE4YOUNG UN’AZIONE CONCRETA PER PROMUOVERE L'EVIDENCE-BASED MEDICINE TRA LE NUOVE GENERAZIONI DI MEDICI, CON IL FINE ULTIMO DI CONTRASTARE SOVRA E SOTTO-UTILIZZO DI INTERVENTI SANITARI CHE CONTRIBUISCONO A MINARE LA SOSTENIBILITA DEL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE.

Segretariato Italiano degli Studenti di Medicina e Fondazione GIMBE

«Le migliori evidenze scientifiche – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – dovrebbero guidare tutte le decisioni che riguardano la salute delle persone: di conseguenza, il medico non può fare a meno di strumenti e competenze per ricercare e valutare criticamente le migliori evidenze scientifiche. Purtroppo, 25 anni dopo la nascita dell’Evidence-based Medicine (EBM), le Istituzioni continuano a trascurare l’inderogabile necessità di fornire alle nuove generazioni di professionisti sanitari strumenti e competenze per essere indipendenti nella gestione delle evidenze scientifiche ed acquisire un sano scetticismo sull’efficacia degli interventi sanitari, troppo spesso introdotti sul mercato sulla base di pubblicazioni scientifiche discutibili spesso condizionate da interessi commerciali, e non di evidenze scientifiche valide, rilevanti e applicabili».

Considerato che, ad eccezione di lodevoli ed isolate eccezioni, metodi e strumenti dell’EBM non sono stati introdotti in maniera sistematica nella formazione universitaria del medico, nell’ambito del programma GIMBE4young la Fondazione GIMBE ha siglato un protocollo d’intesa con il Segretariato Italiano degli Studenti di Medicina (SISM).

«La nascita di questa collaborazione – dichiara Federica Viola, Presidente Nazionale SISM – rappresenta un importante punto di partenza perché ci consente da un lato di formare un elevato numero di studenti di medicina su argomenti e metodi che da futuri medici siamo tenuti a conoscere, e dall'altro perché, uniti da obiettivi comuni, SISM e GIMBE insieme potranno trovare le soluzioni per migliorare la nostra formazione, laddove carente».

Numerose le iniziative previste dall’accordo: organizzazione di eventi in partnership, borse di studio per la partecipazione al corso Evidence-based Practice organizzato nell’ambito del programma GIMBE4young, iscrizioni gratuite ai corsi del programma GIMBE Education, conduzione di uno studio finalizzato a valutare in maniera sistematica la presenza e il reale livello di insegnamento dell’EBM nei programmi formativi delle Facoltà di Medicina italiane.

«L’Evidence-based Medicine – precisa Adolfo Mazzeo, Liaison Officer for Medical Education issues di SISM – è uno di quei concetti che durante il corso di Medicina senti menzionare più e più volte ma di cui, nella migliore delle ipotesi, ti viene fornita solo la definizione. La partnership con la Fondazione GIMBE garantirà a noi studenti di Medicina una formazione a 360 gradi sul mondo della ricerca e su come questa deve essere applicata alla pratica clinica per migliorare la salute dei pazienti, di fatto il nostro fine ultimo, con un’attenzione anche alla gestione delle risorse economiche».

«Alle nuove generazioni di medici – conclude Cartabellotta – deve essere offerta l’opportunità di conoscere e approfondire un modello di pratica clinica e assistenza sanitaria basata sulle evidenze, centrata sul paziente, consapevole dei costi e ad elevato value. È dimostrato che l’utilizzo delle migliori evidenze scientifiche nella pratica clinica migliora la qualità dell’assistenza e riduce gli sprechi conseguenti al sovra- e sottoutilizzo di farmaci, test diagnostici, interventi chirurgici e altri interventi sanitari».

La partnership sarà presentata ufficialmente a Bologna, il prossimo 3 marzo, in occasione della 12a Conferenza GIMBE.


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10 gennaio 2017
In sanitĂ  sprecati oltre 2 euro su 10: indispensabile recuperarli

ALLARME LANCIATO ALL’UNISONO DA THE LANCET E OCSE: IL SOVRA-UTILIZZO E IL SOTTO-UTILIZZO DI SERVIZI E INTERVENTI SANITARI  HANNO RAGGIUNTO PROPORZIONI EPIDEMICHE, METTENDO A  RISCHIO LA SOPRAVVIVENZA DEI SISTEMI SANITARI DI TUTTO IL MONDO. LA COMUNITÀ SCIENTIFICA INTERNAZIONALE CONFERMA NUMERI E METODI DEL RAPPORTO GIMBE SULLA SOSTENIBILITÀ DEL NOSTRO SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE

La prestigiosa rivista The Lancet ha lanciato ieri a Londra la serie di articoli Right Care, seguita oggi dalla presentazione del report dell’OCSE Tackling Wasteful Spending on Health. Il messaggio è unanime: i fenomeni di overuse e underuse di servizi e interventi sanitari (farmaci, test diagnostici, procedure chirurgiche, etc.) costituiscono oggi una vera e propria pandemia: oltre a mettere  a rischio la sostenibilità di tutti i sistemi sanitari, sovra- e sotto-utilizzo non riflettono l’etica della medicina e della sanità, in quanto minano la possibilità di una copertura sanitaria equa e sostenibile e del diritto universale all’assistenza sanitaria.

«La serie di The Lancet e il rapporto OCSE – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – sono perfettamente in linea con quanto riportato dal Rapporto sulla sostenibilità del SSN 2016-2025, presentato dalla Fondazione GIMBE lo scorso 7 giugno presso il Senato della Repubblica. Secondo le nostre stime, infatti, in Italia circa € 11 miliardi/anno vengono erosi da sovra- e sotto-utilizzo di servizi e prestazioni sanitarie, a cui si aggiungono oltre € 13 miliardi relativi a frodi e abusi, acquisti a costi eccessivi, complessità amministrative e inadeguato coordinamento dell’assistenza».

Diversi i messaggi chiave lanciati dagli autori della serie di The Lancet: sovra-utilizzo di interventi sanitari di efficacia non dimostrata e sotto-utilizzo di interventi sanitari efficaci convivono in tutti i sistemi sanitari a livello di popolazioni, percorsi assistenziali e singoli pazienti, peggiorando esiti clinici, psicologici e sociali, determinando una impropria allocazione di risorse e generando sprechi evitabili. Gli esempi di sovra-utilizzo riportati sono innumerevoli: TAC e RMN per lombalgia e cefalea, antibiotici per infezioni virali delle vie respiratorie, densitometria ossea, test pre-operatori (ECG, Rx torace, ecostress) in pazienti a basso rischio, antipsicotici negli anziani, nutrizione artificiale in pazienti con demenza in fase avanzata e in pazienti oncologici terminali, catetere vescicale a permanenza, imaging cardiaco in pazienti a basso rischio, screening oncologici di efficacia non documentata (PSA, CA-125), tagli cesarei senza indicazioni cliniche.

«Considerato che la maggior parte degli interventi sanitari si colloca in un’area grigia, dove il profilo rischio/beneficio non è così netto – continua il Presidente – è indispensabile prendere in considerazione le preferenze dei pazienti. Ecco perché è impossibile migliorare l’appropriatezza degli interventi sanitari senza un coinvolgimento di cittadini e pazienti attraverso il processo decisionale condiviso, strategia di efficacia documentata per ridurre sprechi, aspettative irrealistiche di malati e familiari e contenzioso medico-legale».

Alla serie di The Lancet fa eco il rapporto dell’OCSE che denuncia sprechi e inefficienze in tutti i sistemi sanitari: clinici (overuse e underuse), amministrativi e conseguenti a frodi e abusi, in linea con la tassonomia di Don Berwick già ripresa dal Rapporto GIMBE e adattata al contesto italiano. In particolare, visto che la spesa sanitaria ha ripreso a crescere nella maggior parte dei Paesi dell’OCSE, il report rileva che ogni € 10 spesi in sanità sino a 2 vengono sprecati, in quanto non migliorano la salute e il benessere delle persone o addirittura li peggiorano: un’enorme opportunità dunque per recuperare preziose risorse ed aumentare il value for money.

«È fonte di grande soddisfazione – conclude Cartabellotta – constatare che la serie di The Lancet e il report dell’OCSE confermano le basi scientifiche del Rapporto GIMBE sulla sostenibilità del SSN, le cui proposte sono dunque condivise a livello internazionale. In particolare, il processo di disinvestimento e riallocazione suggerito dal nostro Rapporto viene legittimato come strategia irrinunciabile per garantire la sostenibilità di tutti i sistemi sanitari, che richiede una vera e propria “chiamata alle armi” di tutti gli stakeholders del SSN».

La serie “Right Care” è disponibile a: www.thelancet.com/series/right-care
Il report dell’OCSE “Tackling Wasteful Spending on Health” è disponibile a: www.oecd.org/publications/releasing-health-care-system-resources-9789264266414-en.htm


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12 dicembre 2016
L’esercizio fisico nelle malattie croniche: efficace, ma non prescritto dai medici

NEL MIRINO DELLA FONDAZIONE GIMBE L’INACCETTABILE SOTTO-UTILIZZO DI UN INTERVENTO SANITARIO EFFICACE E COSTO-EFFICACE: L’ESERCIZIO FISICO NELLE MALATTIE CRONICHE. NEL POSITION STATEMENT GIMBE PROVE DI EFFICACIA E ISTRUZIONI PRATICHE PER AUMENTARE LA CONSAPEVOLEZZA DI MEDICI E PAZIENTI SU UNA VALIDA OPPORTUNITÀ TERAPEUTICA TROPPO SPESSO TRASCURATA A FAVORE DI FARMACI E INTERVENTI CHIRURGICI.

L’esercizio fisico è un intervento sanitario efficace nel trattamento di numerose patologie croniche e, in termini di riduzione della mortalità, determina benefici simili a quelli ottenuti con interventi farmacologici nella prevenzione secondaria di patologie coronariche, nella riabilitazione post-ictus, nello scompenso cardiaco e nella prevenzione del diabete. Anche in patologie meno severe, come il mal di schiena e l’artrosi, i benefici dell’esercizio fisico sui sintomi e sulla qualità di vita sono molto rilevanti. A dispetto di robuste evidenze scientifiche, nelle malattie croniche l’esercizio fisico rimane ampiamente sotto-utilizzato rispetto a interventi farmacologici o chirurgici.

«Il Position Statement GIMBE – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – ha tre obiettivi fondamentali: sintetizzare le prove di efficacia dell’esercizio fisico su esiti di salute clinicamente rilevanti per 7 patologie croniche, riportare accuratamente effetti avversi e controindicazioni e fornire per ciascuna condizione una guida pratica per realizzare esercizi efficaci».

Le patologie prese in esame sono state selezionate per il loro elevato carico di disabilità e per la disponibilità di prove di efficacia dell’esercizio fisico: artrosi dell’anca e del ginocchio, lombalgia cronica aspecifica, prevenzione delle cadute, broncopneumopatia cronica ostruttiva, sindrome da fatica cronica, diabete di tipo 2, malattia coronarica e scompenso cardiaco. Per ciascuna patologia il Position Statement GIMBE descrive gli aspetti pratici dell’esercizio indispensabili per ottenere i risultati desiderati: razionale, professionisti sanitari, modalità, setting, attrezzatura necessari, procedura, numero, durata e intensità delle sedute, dettagli del programma.

«Le evidenze scientifiche – continua il Presidente - documentano in maniera incontrovertibile che l’esercizio fisico è efficace in numerose patologie croniche. Tuttavia resta un intervento sanitario ampiamente sotto-utilizzato per varie ragioni: limitata conoscenza delle prove di efficacia da parte di medici di famiglia e specialisti, loro mancata sensibilizzazione alla “prescrizione” dell’esercizio fisico, carenza di percorsi multiprofessionali integrati, mancato inserimento nei livelli essenziali di assistenza di numerosi interventi efficaci basati sull’esercizio, scarsa attitudine all’attività fisica dei pazienti, in particolare se sofferenti».

Il Position Statement ribadisce che l’esercizio deve essere personalizzato secondo aspettative e preferenze del singolo paziente, ma se gli interventi basati sull’esercizio vengono erogati con modalità troppo diverse rispetto agli studi clinici (es. intensità inferiore, durata inferiore o con differenti componenti), la loro efficacia può essere compromessa rispetto a quanto documentato in letteratura. In tal senso i medici di famiglia dovrebbero conoscerne le caratteristiche principali, accedere a descrizioni dettagliate e a risorse necessarie alla prescrizione, al fine di discuterne con i pazienti e indirizzarli al professionista appropriato. Indispensabile infine affrontare adeguatamente pregiudizi, paure e motivazioni dei pazienti, in particolare quelli meno predisposti a praticare l’esercizio fisico.

«Le sfide per garantire l’aderenza a programmi di esercizio fisico – conclude Cartabellotta – sono simili, ma molto più ardue di quelle per mantenere la compliance farmacologica: tuttavia, l’entità dei potenziali risultati per i pazienti, oltre che per il servizio sanitario, rendono tali sfide degne di essere affrontate. Peccato che nelle 149 pagine del Piano Nazionale delle Cronicità, già approvato dalla Conferenza Stato-Regioni il 15 settembre 2016, il termine “esercizio fisico” faccia solo una timida comparsa nel capitolo dedicato allo scompenso cardiaco».

Il Position Statement GIMBE “Efficacia dell’esercizio fisico nei pazienti con patologie croniche” è disponibile a: www.gimbe.org/eserciziofisico.


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1 dicembre 2016
Nuovi LEA non sostenibili senza un metodo rigoroso per includere/escludere le prestazioni sanitarie

IN OCCASIONE DELL’AUDIZIONE PRESSO LA 12A COMMISSIONE IGIENE E SANITÀ DEL SENATO LA FONDAZIONE GIMBE HA EVIDENZIATO LUCI E OMBRE DEL NUOVO TESTO DI LEGGE. MANCA UN METODO ESPLICITO E RIGOROSO PER DEFINIRE L’INCLUSIONE/ESCLUSIONE DELLE PRESTAZIONI NEI LEA CHE OGGI COMPRENDONO PRESTAZIONI DAL BASSO VALUE ED ESCLUDONO PRESTAZIONI EFFICACI E COSTO-EFFICACI. DOVE MANCANO LE EVIDENZE, PIUTTOSTO CHE “COMPRARE A SCATOLA CHIUSA”, IL SSN DOVREBBE DESTINARE RISORSE ALLA RICERCA COMPARATIVA INDIPENDENTE

Si è svolta ieri l’audizione della Fondazione GIMBE presso la 12a Commissione Igiene e Sanità del Senato della Repubblica in merito allo “Schema di DPCM recante definizione e aggiornamento dei livelli essenziali di assistenza (LEA)”.

La Fondazione GIMBE ha riconosciuto nel nuovo testo numerosi elementi positivi: ridefinizione dell'articolazione dei LEA con maggior dettaglio nella descrizione delle prestazioni; aggiornamento dei nomenclatori delle prestazioni di specialistica ambulatoriale e di assistenza protesica; definizione dettagliata di programmi e prestazioni di assistenza socio-sanitaria; aggiornamento degli elenchi di malattie croniche e malattie rare; ridefinizione dei criteri di appropriatezza per tutti i regimi di ricovero; misure per migliorare l'appropriatezza professionale sulle prestazioni di specialistica ambulatoriale, tra cui l’obbligo per il medico prescrittore di riportare sulla ricetta la diagnosi o il sospetto diagnostico e l’individuazione di criteri di appropriatezza prescrittiva e condizioni di erogabilità per 98 prestazioni.

Tuttavia, non mancano criticità strutturali: «Il nuovo testo – ha affermato Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE  – non conferma in maniera esplicita alcuni importanti princìpi del DPCM 29 novembre 2001, che sostituisce integralmente: la volontà del legislatore di integrare le migliori evidenze scientifiche nelle decisioni di politica sanitaria e di rimborsare con il denaro pubblico solo servizi e prestazioni sanitarie di documentata efficacia e appropriatezza;  la decisione di escludere dai LEA servizi e prestazioni sanitarie inefficaci, inappropriati o dalla costo-efficacia limitata (low value); la possibilità, in assenza di evidenze, di erogare interventi sanitari innovativi solo all’interno di specifici programmi di sperimentazione, in linea con una saggia politica di ricerca & sviluppo».

La Fondazione GIMBE ha rilevato inoltre la mancanza di una esplicita metodologia per inserire le prestazioni nei LEA: «In assenza di un metodo rigoroso per favorire un adeguato trasferimento delle migliori evidenze nella loro definizione e aggiornamento – ha precisato Cartabellotta – i LEA inevitabilmente finiscono per includere prestazioni dal value basso o addirittura negativo (profilo rischio-beneficio sfavorevole), ed escludono alcune prestazioni dall’elevato value».

A dimostrazione del fatto che questa criticità rischia di compromettere la sostenibilità dei nuovi LEA, il Presidente ha riportato l’esempio dell’adroterapia per i tumori pediatrici che, pure in assenza di prove di efficacia, è inclusa nei LEA, mentre resta fuori la telemedicina per il monitoraggio domiciliare dei pazienti con scompenso cardiaco, nonostante sia esplicitamente prevista dal Piano Nazionale della Cronicità, già approvato dalla Conferenza Stato-Regioni. È pertanto è indispensabile che la Commissione LEA standardizzi e renda espliciti i metodi per la formulazione delle annuali proposte di aggiornamento: «Considerato che nel SSN esistono innumerevoli asimmetrie informative che alimentano consumismo sanitario e sprechi – ha puntualizzato il Presidente – è indispensabile un metodo evidence & value-based per aggiornare i LEA, al fine di garantire ai cittadini servizi e prestazioni sanitarie ad elevato value, escludere prestazioni dal basso value ed impedire l’erogazione di prestazioni dal value negativo».

Netta infine la presa di posizione sulla necessità di investimenti dedicati alla ricerca comparativa: «Per numerose prestazioni sanitarie non esistono adeguate prove di efficacia – ha sottolineato Cartabellotta – ma sembra che il SSN preferisca rimanere un "acquirente disinformato" piuttosto che investire in una strategia di ricerca & sviluppo. E’ indispensabile destinare una percentuale (0.5-1%) del Fondo Sanitario Nazionale alla ricerca comparativa indipendente sull’efficacia degli interventi sanitari, al fine di produrre robuste evidenze per informare l'aggiornamento dei LEA e utilizzare al meglio il denaro pubblico».


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29 novembre 2016
Riforme per la sostenibilitĂ  del SSN a rischio per fibrillazione da referendum

DALLA SESSIONE INAUGURALE DEL FORUM RISK MANAGEMENT I PRIMI DATI DELL’OSSERVATORIO GIMBE SULLA SOSTENIBILITÀ DEL SSN: FORTI PREOCCUPAZIONI PER IL FUTURO DELLA SANITÀ PUBBLICA, INEVITABILMENTE CONDIZIONATO DA UN’AGENDA DELLE RIFORME A RISCHIO STALLO, DALL’INCERTA COPERTURA FINANZIARIA PER I NUOVI LEA, OLTRE CHE DA EVENTI CONTINGENTI E OPPORTUNISTICI PASSI INDIETRO

29 novembre 2016 - Fondazione GIMBE

L’Osservatorio per la sostenibilità del SSN, lanciato dalla Fondazione GIMBE per un monitoraggio continuo e indipendente di responsabilità e azioni di tutti gli stakeholder del SSN per un buon utilizzo del denaro pubblico e a tutela della salute dei cittadini, vigila ormai da alcuni mesi sulle azioni politiche del nostro Paese: dinamiche ed entità del finanziamento pubblico, identificazione di carenze legislative e normative, criticità e ritardi dei disegni di legge in corso di discussione, applicazione delle leggi vigenti.

Dalla tavola rotonda inaugurale del Forum Risk Management di Firenze Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE, ha espresso grande preoccupazione rispetto al quadro chiaroscurale emerso da questi primi mesi di monitoraggio delle azioni politiche: «L’agenda delle riforme messe in campo in questi anni dal Governo – ha esordito il Presidente – punta a una sana riorganizzazione del SSN finalizzata a ridurre gli sprechi e aumentare il ritorno in termini di salute delle risorse investite: dal rafforzamento delle strategie di prevenzione (Piano Nazionale per la Prevenzione 2014-2018 e Piano Nazionale Prevenzione Vaccinale 2016-2018) agli interventi del Patto Salute 2014-2016 (nuovi LEA, Piano Nazionale Cronicità, DM 70/2015 per la riorganizzazione delle reti ospedaliere, Patto per la Sanità Digitale e Fascicolo Sanitario Elettronico, Nuovo Sistema di Garanzia per il monitoraggio dell’assistenza sanitaria) a quelli della Legge di Stabilità 2016: piani di rientro delle AO/IRCCS/AOU e delle ASL (dal 2017), insediamento della Commissione Nazionale LEA e Appropriatezza, legge sulla responsabilità professionale».

Tuttavia la pressione per la consultazione referendaria ha inevitabilmente condizionato alcune decisioni d’autunno, determinando rallentamenti e dietrofront che rischiano di compromettere l’enorme lavoro di questi anni.

 

Rispetto alle risorse economiche Cartabellotta ha sottolineato che «se è vero che la Legge di Bilancio prevede € 113 miliardi per il 2017, rispetto all’intesa Stato-Regioni del 11 febbraio 2016 il Governo sta solo “anticipando” un miliardo previsto per il 2018, visto che il comma 392 fissa il FSN a € 114 miliardi nel 2018 e a € 115 miliardi nel 2019. Inoltre più del 50% dei € 2 miliardi aggiuntivi sono destinati a farmaci innovativi e vaccini e, dopo oltre un lustro di blocco delle assunzioni, il fondo vincolato per l’assunzione e stabilizzazione del personale del SSN è irrisorio: € 75 milioni per il 2017 e € 150 milioni dal 2018».

 

Le preoccupazioni non finiscono qui: «Dopo quasi due anni – ha puntualizzato il Presidente – i nuovi LEA non sono ancora legge dello Stato: nel frattempo è maturata la consapevolezza che il loro impatto economico sarà di gran lunga superiore ai previsti € 800 milioni, e che una quota di prestazioni è già stata spostata a carico dei cittadini. Inoltre, è certo che l’addio a Renato Botti – Direttore della Programmazione sanitaria del Ministero della Salute – regista indiscusso dell’agenda delle riforme, comporterà inevitabili rallentamenti nella loro attuazione, oltre che possibili cambi di rotta».

Last not but least, Cartabellotta ha puntato il dito contro due recenti provvedimenti che hanno dato una consistente spallata ad azioni del Governo per “bonificare” la sanità dalla malapolitica, in particolare nelle Regioni del centro-sud da sempre caratterizzate dalla combinazione inadempimento dei LEA + conto economico negativo. Da un lato l’annullamento della norma introdotta dalla Stabilità 2015 che impediva ai Presidenti delle Regioni in Piano di rientro di assumere l’incarico di commissario, dall’altro la sentenza n. 251/2016 della Consulta che, giudicando illegittima la norma della legge Madia sull’istituzione dell’Albo unico dei direttori generali – uno dei cavalli di battaglia del Ministro Lorenzin – tiene ben saldo il legame tra politica e sanità.

«Se è verosimile – ha concluso Cartabellotta – che una vittoria referendaria del SÌ potrebbe ridurre diseguaglianze e iniquità nel nostro SSN, non con il temuto neocentralismo, ma solo aumentando le capacità di indirizzo e verifica dello Stato sui servizi sanitari regionali, è altrettanto vero che la disordinata incoerenza degli ultimi provvedimenti non ha permesso al Governo di puntare in maniera compatta sulla sanità, tema che sta a cuore a 60 milioni di persone, quale leva per il referendum costituzionale».


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14 novembre 2016
Crisi ricerca biomedica: aumentare il finanziamento pubblico, monitorare l’impatto dei risultati

LA FONDAZIONE GIMBE PASSA AL SETACCIO I FINANZIAMENTI PUBBLICI E PRIVATI PER LA RICERCA BIOMEDICA E PUNTA ALLA CONDIVISIONE ISTITUZIONALE DELLE RACCOMANDAZIONI REWARD PER PREMIARE RILEVANZA E RIGORE DELLA RICERCA, PIUTTOSTO CHE LA QUANTITA’ DI PUBBLICAZIONI. INDISPENSABILE UNA MAGGIORE INTEGRAZIONE TRA RICERCA E SERVIZIO SANITARIO AL FINE DI PRODURRE EVIDENZE SCIENTIFICHE DESTINATE A MIGLIORARE LA SALUTE DELLE PERSONE.

Lo scorso 9 novembre oltre 150 ricercatori, finanziatori pubblici e privati e rappresentanti di enti regolatori, istituzioni di ricerca, comitati etici, editori e associazioni di pazienti hanno partecipato alla Convention Nazionale GIMBE per condividere le raccomandazioni della campagna internazionale Lancet-REWARD -recentemente lanciata in Italia dalla Fondazione GIMBE - finalizzata ad ottenere il massimo ritorno in termini di salute dalle risorse investite nella ricerca biomedica.

La sessione introduttiva è stata dedicata al finanziamento della ricerca biomedica in Italia: nel 2015, a fronte di € 1,5 miliardi investiti dall’industria farmaceutica, i finanziamenti pubblici ammontano a meno di € 500 milioni. In dettaglio, € 161,02 milioni destinati agli IRCCS per la ricerca corrente, € 50 milioni per la ricerca finalizzata (€ 135,39 nel bando 2016 che include due esercizi finanziari), € 24 milioni per la ricerca indipendente AIFA (€ 48,00 nel bando 2016 che include due esercizi finanziari), € 11,40 dalle Regioni per il cofinanziamento dei programmi di rete della ricerca finalizzata. A questi vanno aggiunti € 28,59 milioni del CNR destinati alla ricerca nel settore “scienze biomediche” e le risorse del Programma Ricerca 2015-2020 del MIUR che potrebbe raggiungere € 200 milioni.

«Questi numeri – ha dichiarato Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – dimostrano che l’agenda della ricerca è inevitabilmente condizionata dalle priorità dell’industria farmaceutica, i cui obiettivi non sempre coincidono con quelli del servizio sanitario nazionale. Di conseguenza, molte aree rilevanti per l’assistenza sanitaria (ma di scarso interesse per l’industria) rimangono “orfane” di evidenze scientifiche, anche perché le già scarse risorse pubbliche sono prevalentemente dedicate alla ricerca di base».

Giovanni Leonardi, Direttore generale della Ricerca e dell'Innovazione in Sanità del Ministero della Salute, ha sottolineato che «le Regioni sostengono di non poter destinare risorse del fondo sanitario alla ricerca perché questa non è un LEA: questo è formalmente vero, ma la ricerca è fondamentale perché fornisce le basi scientifiche per le decisioni cliniche e sanitarie. Tuttavia, se vogliamo ottenere maggiori finanziamenti della ricerca è indispensabile migliorare la rendicontazione pubblica dei risultati e l’impatto sul SSN».

Sulla stessa linea il Prof. Silvio Garattini, Direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri: «Se la ricerca risponde a quesiti rilevanti per il servizio sanitario nazionale rappresenta la miglior spending review, perché fornisce le basi scientifiche per decidere su cosa tagliare; invece medici, pazienti e SSN si trovano a decidere esclusivamente su evidenze provenienti da studi promossi dall’industria».

Dopo la lettura magistrale di Sir Iain Chalmers sulla campagna Lancet-REWARD, tre sessioni interattive hanno affrontato le problematiche che generano le 5 categorie di sprechi nella ricerca biomedica: attraverso una survey con televoter, i partecipanti  hanno attribuito uno score di priorità alle raccomandazioni REWARD che la professoressa Maria Paola Landini - neo Direttore Scientifico dell’Istituto Ortopedico Rizzoli - ha di chiarato di volere «introdurre nel piano strategico dell’IRCCS per aumentare la qualità della produzione scientifica».

Dal confronto con i discussant sono emerse numerose criticità (box) che contribuiscono a generare l’inaccettabile paradosso italiano: nel 2015 abbiamo destinato € 111 miliardi alla sanità pubblica e riservato meno di € 500 milioni alla ricerca biomedica, producendo limitate evidenze a supporto dei livelli essenziali di assistenza e contribuendo a rendere il SSN un “acquirente disinformato”.

«In un contesto nazionale caratterizzato da un modesto finanziamento pubblico prevalentemente destinato alla ricerca di base – ha concluso Cartabellotta – è indispensabile una maggiore integrazione tra ricerca e sanità pubblica attraverso due azioni: destinare una “ragionevole percentuale” del Fondo Sanitario Nazionale alla ricerca comparativa indipendente sull’efficacia degli interventi sanitari (non solo farmaci!), al fine di produrre robuste evidenze per utilizzare al meglio il denaro pubblico; avviare un rigoroso monitoraggio dei progetti di ricerca finanziati per valutare il loro impatto sul SSN e sulla salute delle persone».

Il report della Convention GIMBE sulla Ricerca Biomedica è disponibile a: www.gimbe.org/ricerca

 

Ricerca biomedica in Italia: 10 criticità emerse dalla Convention GIMBE

  • I bandi pubblici e i progetti delle Istituzioni di ricerca non sempre tengono in considerazione i bisogni di conoscenza del SSN e non prevedono il coinvolgimento dei pazienti nella definizione delle priorità.
  • I bandi pubblici non richiedono una formale revisione sistematica delle evidenze disponibili per giustificare la reale necessità degli studi proposti.
  • Esistono ampi margini di miglioramento nella pianificazione, conduzione analisi e reporting della ricerca, considerato che la metodologia della ricerca non è mai entrata formalmente nei percorsi formativi universitari e specialistici.
  • Il processo di regolamentazione della ricerca è eccessivamente burocratizzato e la variabilità di giudizio dei comitati etici è condizionata dalla mancanza di standard condivisi per valutare i protocolli.
  • I comitati etici non riescono sempre a proteggere gli interessi dei pazienti perché, inevitabilmente, i proventi degli studi sponsorizzati rappresentano un rilevante “pilastro” di finanziamento della ricerca italiana.
  • Continuano ad essere approvate sperimentazioni cliniche sponsorizzate vs placebo in presenza di trattamenti efficaci e troppi studi di non-inferiorità clinicamente irrilevanti ed eticamente discutibili.
  • I risultati di oltre il 50% delle sperimentazioni cliniche rimangono sconosciuti alla comunità scientifica, provocando una distorsione delle conoscenze e un enorme spreco di risorse.
  • In un numero molto elevato di sperimentazioni cliniche vengono modificati gli outcome definiti nel protocollo, senza lasciare traccia per la comunità scientifica e i pazienti di queste, pur legittime, modifiche.
  • I sistemi premianti per gli enti di ricerca, attualmente legati alla quantità di pubblicazioni e agli indici tradizionali (impact factor), dovrebbero essere rivisti alla luce delle raccomandazioni REWARD che premiano rigore, trasparenza e qualità della ricerca.
  • Il monitoraggio dei progetti di ricerca finanziati con i fondi pubblici è assolutamente inadeguato e, per questo, non conosciamo l’impatto dei loro risultati sul servizio sanitario nazionale.

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Pagina aggiornata il 18/02/2014