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6 giugno 2017
2° Rapporto GIMBE: Servizio Sanitario in prognosi riservata. Entro il 2025 saremo orfani della sanità pubblica?

ANCHE SE NON ESISTE UN DISEGNO OCCULTO DI SMANTELLAMENTO E PRIVATIZZAZIONE DEL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE, CONTINUA A MANCARE UN PROGRAMMA POLITICO DI MEDIO-LUNGO TERMINE PER SALVAGUARDARLO. LA FONDAZIONE GIMBE HA ELABORATO UN DETTAGLIATO “PIANO DI SALVATAGGIO” CHE, OLTRE AL NECESSARIO MA POCO PROBABILE RILANCIO DEL FINANZIAMENTO PUBBLICO, PREVEDE UNA RIDEFINIZIONE DEL PERIMETRO DEI LEA, UN PIANO NAZIONALE DI DISINVESTIMENTO DAGLI SPRECHI E UNA RIFORMA DELLA SANITÀ INTEGRATIVA.

6 giugno 2017 - Fondazione GIMBE, Roma

La Fondazione GIMBE ha presentato oggi alle Istituzioni presso la Biblioteca del Senato “Giovanni Spadolini” il 2° Rapporto sulla sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale: «La Fondazione GIMBE – esordisce il Presidente Nino Cartabellotta – ribadisce quanto già affermato con la pubblicazione del precedente Rapporto: non esiste alcun disegno occulto di smantellamento e privatizzazione del Servizio Sanitario Nazionale, ma continua a mancare un piano preciso di salvataggio, condizionato dalla limitata capacità della politica di guardare a medio-lungo termine. Nella consapevolezza che la sanità rappresenta sia un considerevole capitolo di spesa pubblica da ottimizzare, sia una leva di sviluppo economico da sostenere, il Rapporto valuta invece con una prospettiva decennale il tema della sostenibilità del SSN, ripartendo dal suo obiettivo primario: promuovere, mantenere e recuperare la salute delle persone».

Il Rapporto analizza in maniera dettagliata le quattro criticità che condizionano la sostenibilità del SSN, formulando specifiche proposte con il “Piano di salvataggio” del SSN:

Finanziamento pubblico. La spesa sanitaria in Italia continua inesorabilmente a perdere terreno, sia considerando la % del PIL sia soprattutto la spesa pro-capite, inferiore alla media OCSE ($ 3.245 vs $ 3.976), che posiziona l’Italia prima tra i paesi poveri dell’Europa. «L’entità del definanziamento pubblico – precisa Cartabellotta – emerge in maniera ancora più evidente confrontando la crescita percentuale della spesa pubblica nel 2009-2015, dove l’Italia si attesta ultima, con un misero +2,9% (rispetto al 20% della media OCSE), precedendo solo Spagna, Portogallo e Grecia, paesi in cui si è verificata addirittura una riduzione percentuale». Purtroppo, il Documento di Economia e Finanza (DEF) 2017 conferma che, se nel 2010-2015 la sanità si è fatta pesantemente carico della crisi economica del Paese, una eventuale ripresa del PIL nei prossimi anni non avrà un corrispondente positivo impatto sul finanziamento pubblico del SSN, perché il DEF 2017 ne ha ridotto in maniera rilevante la percentuale da destinare alla sanità.

Nuovi LEA. Il Rapporto esamina in maniera analitica le criticità applicative dei nuovi LEA, un “paniere” di prestazioni estremamente ricco, ma che deve fare i conti con il pesante definanziamento pubblico. «Il vero problema – puntualizza il Presidente – è che il DPCM sui nuovi LEA non rende esplicita né la metodologia per inserire le prestazioni nei LEA, né quella per “sfoltirli”. In assenza di metodo si concretizzano situazioni paradossali, dove con il denaro pubblico vengono al tempo stesso rimborsate prestazioni futili o addirittura dal rapporto rischio-beneficio sfavorevole, mentre prestazioni indispensabili non vengono garantite».

Sanità integrativa. Dei quasi € 35 miliardi di spesa privata, l’88% in Italia è a carico dei cittadini, con una spesa pro-capite annua di oltre € 500. «Le varie forme di sanità integrativa – precisa Cartabellotta – “intermediano” infatti solo il 12,8% della spesa privata, collocando l’Italia agli ultimi posti dei paesi dell’OCSE. Peraltro, la frammentazione legislativa ha generato un paradosso inaccettabile: se i fondi sanitari integrativi non possono coprire prestazioni essenziali, molte di queste oggi vengono sostenute dalle assicurazioni private, che si stanno insinuando tra incertezze delle Istituzioni e minori tutele della sanità pubblica, rischiando di trasformare silenziosamente, ma inesorabilmente, il modello di un SSN pubblico, equo e universalistico in un sistema misto».

Spechi e inefficienze. Il Rapporto aggiorna le stime sull’impatto degli sprechi sulla spesa sanitaria pubblica 2016: € 22,51 miliardi erosi da sovra-utilizzo, frodi e abusi, acquisti a costi eccessivi, sotto-utilizzo, complessità amministrative, inadeguato coordinamento dell’assistenza. «Quest’anno – aggiunge il Presidente – abbiamo elaborato “carte di identità” per ciascuna delle sei categorie e, sulla base delle iniziative rilevanti realizzate dall’Agenas e dall’Autorità Nazionale Anti Corruzione, abbiamo sviluppato la tassonomia GIMBE di frodi e abusi in sanità, integrando fonti bibliografiche internazionali, casistiche giurisprudenziali, fatti e fenomeni nazionali».

Agnès Couffinhal – senior economist dell’OCSE – ha confermato le stime GIMBE sugli sprechi, presentando per la prima volta in Italia il report Tackling Wasteful Spending on Health: «Le evidenze sugli sprechi nei sistemi sanitari – ha precisato la curatrice del report – sono inequivocabili: non è più tempo di disquisire sulla loro esistenza, ma bisogna agire senza indugi. Considerato che circa 1/5 della spesa sanitaria apporta un contributo minimo o nullo al miglioramento della salute delle persone, tutti gli stakeholder sono chiamati a collaborare per tagliare gli sprechi con precisione chirurgica»

«Secondo le nostre stime, che restano estremamente conservative – conclude Cartabellotta – nel 2025 il fabbisogno del SSN sarà di € 210 miliardi, cifra che può essere raggiunta solo con l’apporto costante di tre “cunei di stabilizzazione”: piano nazionale di disinvestimento da sprechi e inefficienze, incremento della quota intermediata della spesa privata e, ovviamente, adeguata ripresa del finanziamento pubblico. In assenza di un programma di tale portata, la lenta trasformazione verso un sistema sanitario misto sarà inesorabile, consegnando definitivamente alla storia il nostro tanto invidiato sistema di welfare. Ma, se anche questa sarà la strada, la politica non potrà esimersi dal giocare un ruolo attivo, avviando una rigorosa governance della delicata fase di transizione con il fine di proteggere le fasce più deboli e di ridurre al minimo le diseguaglianze».

La versione integrale del 2° Rapporto GIMBE è disponibile per la consultazione pubblica all’indirizzo web: www.gimbe/rapporto2017

 

Rapporto GIMBE: il “Piano di salvataggio” del Servizio Sanitario Nazionale

  • Offrire ragionevoli certezze sulle risorse destinate al SSN, mettendo fine alle annuali revisioni al ribasso rispetto alle previsioni e soprattutto con un graduale rilancio del finanziamento pubblico.
  • Rimodulare i LEA sotto il segno del value, per garantire a tutti i cittadini servizi e prestazioni sanitarie ad elevato value, destinando quelle dal basso value alla spesa privata e impedendo l’erogazione di prestazioni dal value negativo.
  • Ridefinire i criteri della compartecipazione alla spesa sanitaria e le detrazioni per spese sanitarie a fini IRPEF, tenendo conto anche del value delle prestazioni sanitarie.
  • Attuare al più presto un riordino legislativo della sanità integrativa.
  • Avviare un piano nazionale di prevenzione e riduzione degli sprechi, al fine di disinvestire e riallocare almeno 1 dei 2 euro sprecati ogni 10 spesi.
  • Mettere sempre la salute al centro di tutte le decisioni (health in all policies), in particolare di quelle che coinvolgono lo sviluppo economico del Paese, per evitare che domani la sanità paghi “con gli interessi” quello che oggi appare una grande conquista.

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29 maggio 2017
Omeopatia: basta bugie, è solo un costoso placebo

LA LIBERTÀ DI CURA ESISTE SOLO QUANDO SI È CORRETTAMENTE INFORMATI: LA FONDAZIONE GIMBE AFFERMA SENZA INDUGI CHE I PRODOTTI OMEOPATICI NON SONO EFFICACI PER CURARE NESSUNA MALATTIA E, COME TALI, NON SONO INTEGRATIVI NÉ TANTO MENO ALTERNATIVI AI TRATTAMENTI DI PROVATA EFFICACIA. I MEDICI CHE LI PRESCRIVONO ILLUDONO I LORO PAZIENTI, GRAZIE AL COMPLICE SILENZIO-ASSENSO DI ORDINI PROFESSIONALI E ISTITUZIONI

29 maggio 2017- Fondazione GIMBE, Bologna

Nel 2015 il National Health Medical Research Council australiano ha pubblicato una revisione sistematica indipendente dal verdetto impietoso: non esiste alcuna patologia in cui sia provata l'efficacia dell'omeopatia. Di conseguenza “non dovrebbe essere utilizzata per trattare malattie croniche, severe o che potrebbero diventare tali e le persone che scelgono l’omeopatia mettono a rischio la loro salute se rifiutano o ritardano terapie per le quali esistono adeguate evidenze di efficacia e sicurezza”. Eppure, come fieramente sbandierato dai produttori lo scorso 10 aprile, in occasione della giornata mondiale dell’omeopatia, “sono 8 milioni gli italiani che usano l'omeopatia almeno una volta all'anno. E tra di loro vi sono anche molti bambini, visto che quasi un pediatra su tre ha prescritto prodotti omeopatici almeno una volta”.

«Legittimare l’efficacia dei prodotti omeopatici – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – puntando sul fatto che una parte della popolazione li utilizza rappresenta una strategia di persuasione pubblica basata su teorie di marketing e non sul metodo scientifico. Analogamente a quanto accade per i medicinali, infatti, anche i prodotti omeopatici devono essere sottoposti a rigorose sperimentazioni cliniche che, senza se e senza ma, non ne hanno mostrato efficacia alcuna. Tanto che negli USA, perfettamente in linea con le evidenze scientifiche, nel novembre 2016 la Federal Trade Commission – agenzia di tutela dei consumatori – ha imposto di indicare sulle confezioni di prodotti omeopatici che non esiste alcuna prova della loro efficacia».

Nel nostro Paese, fatta eccezione per illustri scienziati come Silvio Garattini o autorevoli giornalisti come Piero Angela che hanno sempre espresso pubblicamente il loro scetticismo nei confronti dell’omeopatia, le Istituzioni pubbliche e la Federazione Nazionale dell’Ordine dei Medici e Odontoiatri (FNOMCeO) non hanno mai osato prendere rigorose posizioni in merito: solo Walter Ricciardi - Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità - ha espresso le sue perplessità in merito agli ambulatori di omeopatia in Toscana a carico del SSN. Più recentemente, il Comitato Nazionale per la Bioetica ha pubblicato la “Dichiarazione sull’etichettatura dei preparati omeopatici e sulla trasparenza dell’informazione”, chiedendo che il termine “medicinale” sia sostituito dal termine “preparato” e che la frase “Medicinale omeopatico senza indicazioni terapeutiche approvate” sia modificata in “Preparato omeopatico di efficacia non convalidata scientificamente e senza indicazioni terapeutiche approvate”. L’unico ad astenersi dal sottoscrivere tale dichiarazione, necessaria per garantire la debita trasparenza, è stato proprio il rappresentante della FNOMCeO.

«I cittadini – continua Cartabellotta – devono sapere inoltre che i prodotti omeopatici presenti sul mercato non sono stati approvati da nessuna autorità regolatoria: finora era infatti sufficiente una semplice notifica al Ministero della Salute».

Ora finalmente, secondo la direttiva 2001/83/CE recepita con il DL 24 aprile 2006 n.219, le aziende produttrici che entro il 30 giugno 2017 non avranno presentato all'AIFA la documentazione necessaria per ottenere l'Autorizzazione all'Immissione in Commercio dei loro prodotti dovranno ritirarli dal mercato entro la fine di giugno del 2018. La data di scadenza era già stata fissata al 30 giugno 2015, ma le aziende hanno chiesto e ottenuto una prima proroga: approssimandosi ora la nuova scadenza, Omeoimprese ha richiesto – senza successo – una ulteriore proroga, nonostante si tratti di una procedura semplificata che non richiede alcuna dimostrazione di efficacia, ma solo della loro sicurezza.

«È infine paradossale rilevare che i prodotti omeopatici, – conclude il Presidente – sebbene interamente a carico del cittadino, godono dei medesimi benefici di detraibilità fiscale alle altre spese sanitarie: ciò significa che un mercato dei prodotti omeopatici di € 255 milioni nel 2016 secondo i dati di Federfarma, genera potenziali detrazioni per oltre € 40 milioni, di fatto pagati della comunità, che vanno a sommarsi alle detrazioni per le visite dei medici omeopati».


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22 maggio 2017
Troppi esami preoperatori: una routine rischiosa e costosa

INGIUSTIFICATI TIMORI MEDICO-LEGALI, ABITUDINI CONSOLIDATE E LIMITATA CONDIVISIONE DEI RISCHI CON I PAZIENTI DETERMINANO UN ECCESSO DI ESAMI PRIMA DI UN INTERVENTO CHIRURGICO PROGRAMMATO, QUASI TUTTI INAPPROPRIATI NELLE CATEGORIE DI PAZIENTI A BASSO RISCHIO. LA FONDAZIONE GIMBE PUBBLICA LA SINTESI ITALIANA DELLE LINEE GUIDA NICE AL FINE DI GUIDARE I COMPORTAMENTI PROFESSIONALI, RIORGANIZZARE I PERCORSI LOCALI E INFORMARE I PAZIENTI SU QUALI ESAMI SONO REALMENTE APPROPRIATI.

22 maggio 2017- Fondazione GIMBE, Bologna

Consistenti evidenze scientifiche internazionali e nazionali documentano che negli interventi chirurgici programmati e non urgenti viene prescritto un eccesso di esami preoperatori per diverse ragioni: timori medico-legali non giustificati dalle evidenze disponibili, routine professionali consolidate e resistenti al cambiamento, limitata condivisione dei rischi operatori con i pazienti. Per tale ragione l’Osservatorio GIMBE per la sostenibilità del SSN ha identificato i test preoperatori nella chirurgia di elezione un “sorvegliato speciale” per stimare sprechi diretti e indiretti conseguenti al loro sovra-utilizzo.

«L’utilizzo routinario – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – di test preoperatori da sottoporre a chirurgia elettiva non incide sulla gestione chirurgica e il riscontro di risultati falsamente positivi genera un ulteriore sovra-utilizzo di prestazioni, quali terapie inappropriate, consulti specialistici ed esami invasivi che possono determinare danni ai pazienti. Inoltre, i conseguenti sprechi non sono dovuti solo all’eccesso di esami, ma anche ai ritardi generati nel processo chirurgico».

La linee guida del NICE, disponibili in italiano grazie alla traduzione della Fondazione GIMBE, prendendo in considerazione lo stato fisico del paziente secondo le classi di rischio ASA (American Society of Anesthesiologists) e la complessità dell’intervento chirurgico (minore, intermedia, maggiore), forniscono le raccomandazioni per i test diagnostici con un pratico schema che utilizza i colori del semaforo: rosso (non di routine), giallo (raccomandato in casi particolari), verde (sempre raccomandato).

«Le linea guida NICE – continua il Presidente – raccomanda di includere i risultati di tutti i test pre-operatori effettuati dal medico di famiglia quando si richiede un consulto chirurgico, oltre che considerare tutti i farmaci assunti dal paziente prima di effettuare qualsiasi test pre-operatorio, al fine di evitare inutili duplicazioni di esami, in particolare quelli eseguiti per specifiche comorbidità o terapie assunte dal paziente».

Altro aspetto rilevante su cui si sofferma la linea guida NICE è la necessità di accertare lo stato di gravidanza, visti i rischi per la madre e per il feto determinato dagli anestetici e dalla procedura chirurgica, associati ad un aumentato rischio di aborto spontaneo: infatti, il 5,8% delle gravide ha un aborto spontaneo dopo un intervento chirurgico e la percentuale sale al 10,5% se l’intervento viene effettuato durante il primo trimestre. Paradossalmente, nella chirurgia elettiva il sovra-utilizzo dei test di routine convive con il sotto utilizzo di procedure standardizzate per accertare lo status di gravidanza, incluso il test nei casi dubbi.

«L’articolo 5 – conclude Cartabellotta – della legge 24/2017 sul rischio clinico fa riferimento alla tutela medico-legale del professionista che si attiene a “linee guida elaborate da elaborate da enti e istituzioni pubblici e privati nonché dalle società scientifiche e dalle associazioni tecnico-scientifiche delle professioni sanitarie e, in assenza di queste, da buona pratiche clinico-assistenziali”. In attesa del rilancio del Sistema Nazionale Linee Guida, riteniamo che le raccomandazioni del NICE prodotte con metodologia estremamente rigorosa rappresentino un riferimento, oltre che per guidare i comportamenti professionali e per informare correttamente i pazienti, anche per la tutela medico-legale».

Le “Linee guida per la richiesta appropriata dei test pre-operatori nella chirurgia elettiva” sono disponibili a: www.evidence.it/test-preoperatori


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3 maggio 2017
Bufale di stato: inaccettabile e pericolosa disinformazione sulla diagnosi precoce dei tumori

MENTRE LA PRESIDENTE DELLA CAMERA BOLDRINI SOSTIENE UNA CAMPAGNA ISTITUZIONALE CONTRO LE BUFALE SUL WEB, LA TELEVISIONE DI STATO ANNUNCIA FALSI MIRACOLI: LA POSSIBILITÀ DI DIAGNOSTICARE I TUMORI CON UN SEMPLICE PRELIEVO DI SANGUE. LA FONDAZIONE GIMBE SMENTISCE CATEGORICAMENTE LA NOTIZIA E CHIEDE ALLE ISTITUZIONI UNA RIGOROSA GOVERNANCE DELLE INFORMAZIONI SULLA SALUTE TRASMESSE DAL SERVIZIO PUBBLICO

Milioni di Italiani in questi giorni si stanno chiedendo dove effettuare il tanto semplice quanto miracoloso esame del sangue che permette di sapere se il nostro corpo sta per essere (o è già stato) invaso dalla malattia più temuta, il cancro. Dopo l’ampio spazio su vari quotidiani, anche il (dis)servizio pubblico di Porta a Porta ha permesso alla dottoressa Patrizia Paterlini-Bréchot – docente di biologia cellulare e molecolare all'Università di Paris-Descartes – di presentare il suo libro “Uccidere il cancro”: il cavallo di battaglia (o forse la gallina dalle uova d’oro?) della ricercatrice tanto al centro dell’attenzione mediatica è il cosiddetto test ISET®, che sarebbe in grado di diagnosticare il tumore con diversi anni di anticipo, alla modica cifra di 486 euro, ovviamente (e giustamente!) non rimborsati dal servizio sanitario nazionale.

«E’ inaccettabile – accusa Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – che la televisione di Stato permetta a ricercatori in palese conflitto di interessi di diffondere informazioni sulla salute delle persone non ancora validate dalla comunità scientifica e che al momento non hanno nessuna applicazione reale nella pratica clinica e nella sanità pubblica».

Il livello di validazione del test ISET® – già brevettato dalla dott.ssa Paterlini e altri ricercatori e di proprietà della società Rarecells – dal punto di vista scientifico è infatti assolutamente preliminare, come dimostra anche l’ultimo studio pubblicato a gennaio (Plos ONE 2017;12: e0169427). In altri termini, come ha già rilevato ieri Carmine Pinto – Presidente dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) – non conosciamo affatto la capacità del test ISET® di predire i tumori, semplicemente perché non è ancora stato valutato in rigorosi studi clinici sull’uomo.

«Tutte le scoperte scientifiche – precisa Cartabellotta – siano esse diagnostiche o terapeutiche devono attraversare un lungo cammino di validazione attraverso diverse tipologie di studi: dalla ricerca di base in vitro e sugli animali a quella preliminare sull’uomo, sino a rigorose sperimentazioni cliniche che devono essere replicate in diverse popolazioni prima di legittimare l’accuratezza di un test diagnostico o l’efficacia di un trattamento».

Il sito web dell’azienda Rarecells riporta che “la tecnologia ISET® è stata validata da oltre 50 studi scientifici indipendenti realizzati su oltre 2.000 pazienti affetti da differenti tipologie di tumore (cancro ai polmoni, cancro del seno, cancro della prostata, cancro del fegato, cancro del rene, melanoma cutaneo ed uveale, cancro del pancreas, sarcomi, etc…) e più di 600 soggetti sani”. Tuttavia, i suddetti studi - disponibili a www.rarecells.com/iset-publication.html - sono sì sostenuti da avvincenti ipotesi scientifiche e promettenti risultati preliminari, ma non legittimano alcuna raccomandazione per la pratica clinica, né tantomeno informazioni da diffondere alla popolazione, a dispetto di quanto affermato in maniera molto convincente sul sito web www.isetbyrarecells.com/it. A riprova di questo, il test ISET® non è citato, né tantomeno raccomandato, da nessuna linea guida nazionale o internazionale sulla diagnosi di alcun tumore.

«Oggi le aspettative della popolazione nei confronti di una medicina mitica e una sanità infallibile – precisa Cartabellotta – hanno raggiunto livelli inaccettabili e pericolosi in conseguenza di vari fattori: facilità di accesso tramite internet a informazioni scientificamente non validate, assenza di un programma istituzionale di informazione sanitaria per cittadini e pazienti, progressiva medicalizzazione della società».

Se anche la televisione di Stato, sostenuta dai contribuenti, alimenta la disinformazione scientifica illudendo cittadini e pazienti, le Istituzioni preposte a vigilare sulla salute delle persone devono intervenire in maniera sistematica e senza indugi! Il servizio pubblico di informazione non deve e non può in nessun modo alimentare false aspettative: la scienza non può essere oggetto di falsi proclami, né di legittimazioni di pratiche e test non validati, perché rischiano di danneggiare la salute delle persone e compromettere la sostenibilità del servizio sanitario nazionale.

«La battaglia contro il cancro – conclude Cartabellotta – si vince gradualmente grazie al lavoro di tanti ricercatori che ogni giorno fanno un passo in avanti, legittimando e confermando le loro scoperte secondo le regole della comunità scientifica. Enfatizzare risultati preliminari della ricerca attraverso il sensazionalismo offerto dal cortocircuito mediatico non è etico e non è scientifico, né per i ricercatori, né per i giornalisti».


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19 aprile 2017
DEF 2017: Profondo rosso per la sanità pubblica

IL DOCUMENTO DI ECONOMIA E FINANZA 2017 CONFERMA IL PROGRESSIVO DEFINANZIAMENTO DEL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE: NEL 2019 IL NOSTRO PAESE DESTINERÀ ALLA SANITÀ SOLO IL 6,4% DEL PIL, SFORANDO LA SOGLIA DI ALLARME FISSATA DALL’ORGANIZZAZIONE MONDIALE DELLA SANITÀ. IL RISCHIO CONCRETO È DI RIDURRE, OLTRE LA QUALITÀ DELL’ASSISTENZA E L’ACCESSO ALLE CURE, ANCHE L’ASPETTATIVA DI VITA DELLE PERSONE.

19 aprile 2016 - Fondazione GIMBE, Bologna

Prende oggi il via in Commissione Igiene e Sanità del Senato l'esame del Documento di Economia e Finanza (DEF) 2017, secondo il quale nel triennio 2018-2020 il PIL nominale dovrebbe crescere in media del 2,9% per anno, mentre l’incremento della spesa sanitaria dovrebbe attestarsi su tasso medio annuo dell’1,3%. In termini finanziari per la sanità pubblica significherebbe passare dai € 114,138 miliardi stimati per il 2017 a € 115,068 miliardi nel 2018, a € 116,105 nel 2019 e € 118,570 nel 2020.

«Sulle cifre assolute – puntualizza Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – è meglio non farsi troppe illusioni, perché negli ultimi anni la sanità ha sempre ricevuto molto meno di quanto previsto dal DEF. Clamoroso l’esempio del 2016: i € 117,6 miliardi stimati dal DEF 2013 si sono ridotti a € 116,1 con il DEF 2014, quindi a € 113,4 con il DEF 2015, per arrivare con la Legge di Stabilità 2016 a un finanziamento reale di € 111 miliardi, comprensivi di € 800 milioni da destinare ai nuovi LEA».

Se le stime del DEF 2017 su aumento del PIL e spesa sanitaria fossero corrette - al di là delle rassicurazioni dall’inconfondibile sapore pre-elettorale - esiste una sola chiave di lettura: crescendo meno del PIL nominale, la spesa sanitaria non coprirà nemmeno l'aumento dei prezzi. In altre parole, nel prossimo triennio la sanità pubblica potrà disporre delle stesse risorse in termini di potere di acquisto solo se la ripresa economica del Paese sarà in linea con previsioni più che ottimistiche, visto che la crescita stimata del PIL è del 2,2% nel 2017 e del 2,9% nel 2018 e nel 2019.

«Il dato più preoccupante per la salute delle persone – continua il Presidente – è che secondo il DEF 2017 il rapporto tra spesa sanitaria e PIL diminuirà dal 6,7% del 2017 al 6,5% nel 2018 per precipitare al 6,4% dal 2019, una percentuale mai raggiunta in passato. Varcheremo dunque la temuta soglia di allarme fissata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, secondo cui sotto il 6,5%, oltre la qualità dell’assistenza e l’accesso alle cure, si riduce anche l’aspettativa di vita delle persone».

Peraltro nel confronto con gli altri Paesi, i dati OCSE 2016 dimostrano che in Italia la sanità continua inesorabilmente a perdere terreno: la spesa totale pro-capite è inferiore alla media OCSE (3.272 vs 3.814 dollari), in Europa siamo primi solo tra i paesi (poveri) che spendono meno (Spagna, Slovenia, Portogallo, Repubblica Ceca, Grecia, Slovacchia, Ungheria, Estonia e Lettonia), mentre tra i paesi (ricchi) del G7 siamo fanalino di coda per spesa totale e per spesa pubblica, ma secondi per spesa a carico dei cittadini.

«Anche per questo dato – precisa Cartabellotta –la chiave di lettura non può che essere univoca: negli ultimi 10 anni la politica si è progressivamente sbarazzata di una consistente quota della spesa pubblica destinata alla sanità senza essere capace di rinforzare la spesa privata intermediata, con la conseguenza che la spesa a carico dei cittadini nel 2016 ha sfiorato i € 35 miliardi».

«Il DEF 2017 – conclude Cartabellotta – conferma ulteriormente le perplessità già espresse dalla Fondazione GIMBE sulla sostenibilità dei nuovi LEA, che da grande traguardo politico rischiano di trasformarsi in illusione collettiva con gravi effetti collaterali: allungamento delle liste d’attesa, aumento della spesa out-of-pocket, sino alla rinuncia alle cure. Infatti, la necessità di estendere oltre ogni limite il consenso ha generato un inaccettabile paradosso figlio di contraddizioni politiche e di una programmazione sanitaria sganciata da quella finanziaria: sulla carta oggi i cittadini dispongono del “paniere LEA” più ricco d’Europa, ma al tempo stesso il DEF 2017 conferma che la sanità italiana è agli ultimi posti per la spesa pubblica».


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11 aprile 2017
Diagnosi precoce dei tumori: tempestività prima di tutto

IL POSITION STATEMENT DELLA FONDAZIONE GIMBE PROPONE UN MODELLO ORGANIZZATIVO TEMPO-DIPENDENTE PER LA DIAGNOSI PRECOCE DEI TUMORI E FORNISCE RACCOMANDAZIONI CLINICHE BASATE SULLE EVIDENZE PER AUMENTARE NEI PAZIENTI LA CONSAPEVOLEZZA DEI SINTOMI, PER MIGLIORARE LE CAPACITÀ DIAGNOSTICHE DEI MEDICI E PER DEFINIRE CRITERI DI APPROPRIATEZZA E TEMPISTICHE PER INDAGINI DIAGNOSTICHE E CONSULTI SPECIALISTICI

L’impatto delle neoplasie sui sistemi sanitari è enorme: ogni anno nel mondo i tumori causano 8,8 milioni di morti, ovvero 1 decesso su 6 consegue a patologie neoplastiche. In Italia nel 2016 sono stati diagnosticati oltre 365.000 nuovi casi di tumori maligni e i pazienti oncologici in vita erano oltre 3,1 milioni. I dati ISTAT indicano che, dopo le malattie cardiovascolari (36,8%), i tumori sono la seconda causa di morte (29,6%), con oltre 177.000 decessi su quasi 600.000 del 2014.

Dal punto di vista delle politiche sanitarie e della conseguente organizzazione dei servizi, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità il gold standard è rappresentato da una strategia di comprehensive cancer control, costituita da vari interventi sanitari: prevenzione primaria, screening e diagnosi precoce, trattamento, cure palliative e assistenza ai sopravviventi.

«Sfortunatamente, anche nei paesi con sistemi sanitari all’avanguardia – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – la diagnosi di tumore è spesso tardiva e l’impossibilità di fornire trattamenti adeguati condanna molte persone a inutili sofferenze e a morte prematura. Tuttavia, per una diagnosi precoce non serve sottoporsi periodicamente a check-up indifferenziati o prescrivere in maniera indiscriminata test diagnostici alla ricerca di tutti i tumori: al contrario le scelte devono essere sempre guidate da sintomi e segni di cui il paziente deve essere consapevole e che il medico deve riconoscere tempestivamente».

«Anche se spesso utilizzati come sinonimi – puntualizza il Presidente – screening e diagnosi precoce sono due strategie del tutto differenti: lo screening mira infatti ad identificare tumori o lesioni pre-cancerose nella popolazione asintomatica per ridurre la mortalità tumore-specifica, e la sua efficacia è strettamente correlata all’aderenza della popolazione target ai programmi di screening organizzato per il tumore della mammella, della cervice uterina e del colon-retto, inclusi nei livelli essenziali di assistenza. La diagnosi precoce, invece, consiste nell’identificazione tempestiva di una neoplasia in persone che presentano già segni o sintomi al fine di iniziare la terapia prima possibile, aumentando la sopravvivenza e migliorando la qualità di vita».

Considerato che ridurre i ritardi nel percorso diagnostico-terapeutico determina un significativo miglioramento degli esiti e che esiste un’estrema variabilità nella richiesta di test e consulti specialistici, la Fondazione GIMBE ha elaborato il position statement “La diagnosi precoce dei tumori” destinato non solo a medici e organizzazioni sanitarie, ma anche a cittadini e pazienti. Tra le linee guida disponibili in letteratura, sono state tradotte e adattate le raccomandazioni cliniche del National Institute for Health and Care Excellence (NICE): oltre che per il rigore metodologico e il recente aggiornamento, la linea guida è stata selezionata perché è l’unica che utilizza evidenze prodotte nei setting di cure primarie, dove generalmente inizia il processo di diagnosi dei tumori visto che le persone fanno riferimento in prima istanza al medico di famiglia.

Il position statement GIMBE ha tre obiettivi sinergici: innanzitutto, fornire ai medici raccomandazioni basate sulle evidenze finalizzate alla diagnosi precoce dei tumori maligni; in secondo luogo, definire i criteri di appropriatezza per test diagnostici e consulti specialistici; infine, aumentare nei pazienti la consapevolezza dei sintomi, aiutandoli a riconoscere quelli suggestivi di neoplasia.

«Per massimizzare l’efficacia delle terapie ed evitare di perdere pazienti al follow-up – conclude Cartabellotta – dal riconoscimento dei sintomi all’inizio della terapia non dovrebbero trascorrere più di 90 giorni. Anche se questo target temporale può variare nei diversi setting regionali e locali e tra differenti tipi di neoplasie, la diagnosi precoce dei tumori è un processo tempo-dipendente e il successo dei modelli organizzativi dipende dalla consapevolezza dei pazienti sui sintomi, dalla capacità del medico di riconoscere le presentazioni cliniche e da tempi di attesa garantiti per test diagnostici e consulti specialistici».

Il position statement GIMBE “La diagnosi precoce dei tumori” è disponibile a: www.evidence.it/diagnosi-precoce-tumori


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