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2 novembre 2017
Ecosistema delle Evidenze Scientifiche: il rivoluzionario approccio della Fondazione GIMBE

LA FONDAZIONE GIMBE HA RIUNITO IN ITALIA I MASSIMI ESPERTI MONDIALI E PRESENTATO UN APPROCCIO INNOVATIVO PER LA PRODUZIONE, SINTESI E TRASFERIMENTO DELLE EVIDENZE SCIENTIFICHE: PRODURRE MENO PUBBLICAZIONI E PIÙ EVIDENZE SCIENTIFICHE DI ELEVATA QUALITÀ, RENDERE PIÙ EFFICIENTE LA PRODUZIONE DI REVISIONI SISTEMATICHE E DI LINEE GUIDA, MIGLIORARE IL TRASFERIMENTO DELLE EVIDENZE AL FINE DI MIGLIORARE GLI ESITI DI SALUTE E RIDURRE GLI SPRECHI DA SOVRA- E SOTTO-UTILIZZO DI PRESTAZIONI

2 novembre 2017 - Fondazione GIMBE, Bologna

L’incantevole cornice di Taormina ha ospitato l’ottava edizione della International Conference for Evidence-based Health Care Teachers and Developers, organizzata dalla Fondazione GIMBE che ha messo a confronto oltre 150 tra i massimi esperti mondiali da 24 paesi di tutti i continenti sull’innovativo concetto di “ecosistema delle evidenze scientifiche”.

«25 anni dopo la nascita dell’Evidence-based Medicine (EBM) – afferma Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE – le continue critiche nei confronti del movimento testimoniano il prezzo del successo dell’EBM, spesso manipolata e sfruttata per obiettivi meno nobili con conseguente perdita della sua reputazione».

Fortunatamente il dibattito oggi si orienta verso le reali problematiche che condizionano produzione, sintesi e trasferimento delle evidenze alla pratica dei singoli professionisti sanitari e alle decisioni relative a gruppi di pazienti o intere popolazioni.

«Accanto alla inutile e costosa duplicazione di studi sia primari che secondari (revisioni sistematiche, linee guida) – puntualizza il Presidente – persistono ampie zone grigie (assenza di evidenze) che impediscono di formulare raccomandazioni a favore o contro un intervento sanitario. Al tempo stesso, consistenti gap tra ricerca e pratica determinano esiti di salute sub-ottimali e sprechi da sovra- e sotto-utilizzo di farmaci, dispositivi, test diagnostici e altri interventi sanitari».

L’approccio proposto dalla Fondazione GIMBE è quello dell’ecosistema delle evidenze scientifiche:  «Analogamente a quanto accade negli ecosistemi naturali – spiega Cartabellotta – l’ecosistema delle evidenze è influenzato dagli esseri viventi, ovvero gli innumerevoli stakeholders che popolano il mondo della sanità e della ricerca con le loro competizioni, collaborazioni e conflitti di interesse, dall’ambiente, ovvero le determinanti sociali, culturali economiche e politiche che caratterizzano i vari contesti e dalla componente non vivente, ovvero le evidenze scientifiche attraverso i processi di produzione, sintesi e loro integrazione nelle decisioni professionali, manageriali e di politica sanitaria, oltre che nelle scelte di cittadini e pazienti».

Per ciascuno dei processi di generazione, sintesi e implementazione delle evidenze scientifiche la Fondazione GIMBE ha analizzato punti di forza e di debolezza, elaborando specifiche proposte di fronte alla platea di esperti riuniti a Taormina. La rivoluzionaria proposta della Fondazione GIMBE invita a passare dall’ approccio unidirezionale a quello bidirezionale, dove la sintesi delle evidenze, attraverso le revisioni sistematiche, deve sempre informare la decisione di condurre nuovi studi primari, oltre che interpretarli alla luce delle conoscenze già disponibili. Ma ancor di più, il trasferimento delle evidenze deve sempre informare la loro produzione e sintesi, attraverso virtuosi programmi di ricerca e sviluppo.

«Per la Fondazione GIMBE – conclude Cartabellotta - è motivo di enorme soddisfazione avere condiviso con i massimi esperti la nostra proposta: in un momento storico caratterizzato dalla crisi di sostenibilità di tutti i sistemi sanitari, è tempo di finanziare la ricerca comparativa indipendente in grado di fornire adeguate evidenze e di smetterla di rimborsare, con il denaro pubblico, interventi sanitari di efficacia non documentata.».

Il report integrale della conferenza è disponibile a: www.ebhc.org


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25 ottobre 2017
Legge di Bilancio 2018: per la sanità solo briciole e rischio nuovi tagli?

IN OCCASIONE DEL 6° HEALTHCARE SUMMIT LA FONDAZIONE GIMBE RIASSUME I DATI SUL DEFINANZIAMENTO DEL SSN E PUNTA IL DITO SULLA BOZZA DI LEGGE DI BILANCIO 2018 ALLA VIGILIA DELLA DISCUSSIONE PARLAMENTARE. SE L’UNICA RAGIONEVOLE CERTEZZA È LA SANATORIA DEL PAYBACK FARMACEUTICO, CALA IL SILENZIO SU RINNOVO DI CONTRATTI E CONVENZIONI E SULL’ELIMINAZIONE DEL SUPERTICKET E SI INTRAVEDE TRA LE RIGHE UN’AMARA CILIEGINA:  L’ULTERIORE RIDUZIONE DI 300 MILIONI DEL FINANZIAMENTO 2018.

25 ottobre 2017 - Fondazione GIMBE, Bologna

I dati analizzati dall’Osservatorio GIMBE sulla sostenibilità del SSN e riportati oggi dal presidente Nino Cartabellotta – in occasione del 6° Healthcare Summit organizzato dal Sole24Ore – confermano impietosamente che il salvadanaio della sanità pubblica in questi anni è stato oggetto di continui saccheggi per esigenze di finanza pubblica:

  • Dicembre 2016: la Legge di Bilancio 2017 definisce il fabbisogno sanitario nazionale standard: € 113 miliardi per il 2017, € 114 per il 2018 e € 115 per il 2019.
  • Aprile 2017: il Documento di Economica e Finanza (DEF) 2017 prevede che il rapporto tra spesa sanitaria e PIL diminuirà dal 6,7% del 2017 al 6,5% nel 2018 e al 6,4% nel 2019.
  • Giugno 2017: il decreto “Rideterminazione del livello del fabbisogno sanitario nazionale” riduce il finanziamento di € 423 milioni per il 2017 e di € 604 per il 2018.
  • Luglio 2017: secondo la “Relazione sulla gestione Finanziaria delle Regioni, esercizio 2015” della Corte dei Conti nel periodo 2015-2018 l’attuazione degli obiettivi di finanza pubblica ha determinato una riduzione cumulativa del finanziamento del SSN di € 10,51 miliardi, rispetto ai livelli programmati.
  • Luglio 2017: il 4° Rapporto sul monitoraggio della spesa sanitaria pubblicato dalla Ragioneria Generale dello Stato attesta che dal 2001 al 2005 la spesa sanitaria è cresciuta al ritmo del 7,5% annuo, dal 2006 al 2010 del 3,1% e dal 2010 al 2016 è diminuita in media dello 0,1% annuo.
  • Settembre 2017: la nota di aggiornamento al DEF 2017 non prevede alcuna variazione assoluta della spesa sanitaria pubblica, stimando € 114,138 miliardi per il 2017, € 115,068 nel 2018, € 116,105 nel 2019 e € 118,570 nel 2020. Tuttavia, pur certificando una crescita del PIL del 1,5% per gli anni 2017-2019, il rapporto tra spesa sanitaria e PIL si riduce dal 6,6% del 2017 al 6,4% nel 2019 e nel 2020 precipita addirittura al 6,3%.

«A seguito del costante e imponente definanziamento – precisa Cartabellotta – in Italia la spesa sanitaria continua inesorabilmente a perdere terreno, sia in rapporto al PIL sia, soprattutto, come spesa pro-capite: siamo sotto la media OCSE e in Europa ben 14 paesi investono più dell’Italia. Tra i paesi del G7 siamo fanalino di coda per spesa totale e per spesa pubblica, ma secondi per spesa out-of-pocket, segnale inequivocabile che la politica ha scaricato sui cittadini una consistente quota di spesa pubblica, senza rinforzare la spesa intermediata».

In questo scenario desolante nessuno si aspettava miracoli per la sanità dalla Legge di Bilancio: tuttavia, garantire le risorse per il rinnovo di contratti e convenzioni – oltre che per lo sblocco del turnover – rappresentava il segnale minimo sia per confermare che i LEA non sono “autoeroganti”, sia per dare un simbolico riconoscimento a tutti i professionisti della sanità che in questi anni hanno sostenuto un SSN pesantemente definanziato. Al tempo stesso, l’eliminazione del superticket sembrava un intervento di equità sociale irrinunciabile.

«Purtroppo – puntualizza Cartabellotta – la bozza della Legge di Bilancio 2018 sbarca in Parlamento con un solo punto fermo: la sanatoria del payback farmaceutico pregresso. Nessun cenno sul rinnovo di contratti e convenzioni, sullo sblocco del turnover, sul sistema a “piramide” per l’assunzione di giovani ricercatori, sull’abrogazione del superticket, sugli investimenti per l’edilizia sanitaria e, addirittura, con il rischio concreto di una ulteriore riduzione di € 300 milioni del fondo sanitario del 2018».

Infatti, la Legge di Bilancio attribuisce per il 2018 alle Regioni a statuto ordinario un contributo di € 2,2 miliardi destinato alla riduzione del debito, cifra che confluirà nel “concorso alla finanza pubblica delle Regioni a statuto ordinario, per il settore non sanitario” che ammonta a quasi € 2,6 miliardi. Per raggiungere tale importo, € 94,1 milioni saranno erosi alle risorse per l’edilizia sanitaria e € 300 milioni “in ambiti di spesa e per importi proposti, nel rispetto dei livelli essenziali di assistenza”.

«Purtroppo la storia recente – ricorda il Presidente – ci ha insegnato che quando le Regioni sono state chiamate a recuperare risorse in ambiti di spesa e per importi proposti nel rispetto dei LEA, il conto finale lo ha sempre pagato la sanità. E nel 2018, con un finanziamento pubblico già stato decurtato di € 604 milioni, un taglio di € 300 milioni determinerebbe un azzeramento quasi totale del miliardo di aumento che si continua a sbandierare».

«Alla politica e al confronto parlamentare – conclude Cartabellotta – il compito di recuperare quelle briciole che potrebbero restituire un po’ di dignità alla più grande conquista sociale del popolo italiano. Certo è che nel testo della Legge di Bilancio che sbarca in Parlamento questo obiettivo è talmente sbiadito da apparire come un lontano miraggio, se non come una vera e propria mission impossible».


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17 ottobre 2017
Farmaci innovativi: metodo AIFA rigoroso, ma serve più trasparenza

LA FONDAZIONE GIMBE HA EFFETTUATO UN’ANALISI INDIPENDENTE DELLE NUOVE REGOLE AIFA E MONITORATO LA LORO APPLICAZIONE CHE PERMETTE AI FARMACI INNNOVATIVI “PROMOSSI” DI ACCEDERE AL MILIARDO DI EURO ASSEGNATO DALLA LEGGE DI BILANCIO 2017. CONSIDERATO CHE A FRONTE DI CRITERI INECCEPIBILI LA LORO APPLICAZIONE NON È VERIFICABILE, GIMBE CHIEDE DI RENDERE PUBBLICO IL PROCESSO DI VALUTAZIONE A BENEFICIO DI AZIENDE FARMACEUTICHE, DECISORI, PROFESSIONISTI SANITARI, PAZIENTI E CONTRIBUENTI TUTTI, MA SOPRATTUTTO DELLA STESSA AIFA

La Legge di Bilancio 2017 ha stanziato € 500 milioni/anno sia per i farmaci innovativi, sia per i farmaci oncologici innovativi, subordinando l’erogazione di tali risorse agli elenchi pubblicati periodicamente dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), sulla base di nuove regole stabilite dalla stessa Agenzia, pubblicate il 31 marzo 2017 (determina 519/2017) e poi aggiornate il 19 settembre (determina 1535/2017). La determina AIFA per la valutazione dell’innovatività dei medicinali prevede un approccio multidimensionale che tiene conto di tre parametri: bisogno terapeutico, valore terapeutico aggiunto e qualità delle evidenze scientifiche. Ai primi due parametri può essere assegnata una valutazione massima, importante, moderata, scarsa, assente, mentre la qualità delle evidenze viene classificata, in accordo con il metodo GRADE, in alta, moderata, bassa e molto bassa.

«Il modello proposto dall’AIFA – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – ha basi scientifiche e metodologiche ineccepibili perché vincola l’assegnazione dell’innovatività di un farmaco, e i relativi fondi, a tre elementi fondamentali: la disponibilità di terapie già esistenti, l’entità del beneficio clinico rispetto alle alternative eventualmente disponibili e la qualità delle evidenze scientifiche, utilizzando il metodo GRADE, standard internazionale di riferimento per la prima volta citato in un documento normativo italiano».

Al termine del processo di valutazione, la Commissione Tecnico Scientifica (CTS) dell’AIFA descrive in una breve relazione le valutazioni su ciascuna delle tre variabili considerate e riporta l’esito finale: innovatività (il farmaco accede ai fondi previsti dalla Legge di Bilancio 2017), innovatività condizionata (il farmaco viene inserito nei prontuari regionali, ma non accede ai fondi) e innovatività non riconosciuta. Secondo quanto riportato dalla determina AIFA “L’esito finale e la relativa valutazione della CTS vengono rese pubbliche sul portale dell’AIFA contestualmente alla pubblicazione della determinazione di rimborsabilità e prezzo”.

«A seguito delle richieste pervenute da società scientifiche, associazioni di pazienti e industria farmaceutica – puntualizza il Presidente – nell’ambito delle attività del nostro Osservatorio per la sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale, abbiamo effettuato una valutazione indipendente della determina AIFA, oltre che monitorato la sua applicazione rispetto al riconoscimento dell’innovatività e al conseguente accesso ai fondi per l’innovazione».

Rispetto alla valutazione metodologica, la Fondazione GIMBE ha rilevato nella determina AIFA alcune criticità e formulato costruttive proposte per la prossima revisione del documento. Non è stato invece possibile effettuare il monitoraggio analitico dell’applicazione dei criteri di valutazione perché – contrariamente a quanto affermato dalla stessa determina – non è disponibile alcuna documentazione che permetta di verificare l’applicazione del metodo multidimensionale per valutare l’innovatività dei farmaci che accedono al fondo per l’innovazione.

«Senza un report trasparente e completo – precisa Cartabellotta – è impossibile risalire alle motivazioni con cui l’AIFA, previa valutazione di bisogno terapeutico, valore terapeutico aggiunto e qualità delle evidenze scientifiche, rispetto all’ultimo elenco pre-determina del 21 dicembre 2016 non ha confermato l’innovatività a 8 farmaci, ha confermato l’innovatività a 14 farmaci, ha assegnato l’innovatività a 4 nuovi farmaci».

Considerato che la determina per l’assegnazione dell’innovatività ha basi scientifiche e metodologiche ineccepibili, la Fondazione GIMBE chiede all’AIFA di rendere pubblico il metodo con cui viene applicata, documentando il “peso” assegnato alle tre variabili (bisogno terapeutico, valore terapeutico aggiunto, qualità delle prove) che determinano l’esito finale della valutazione (innovatività, innovatività condizionata, innovatività non riconosciuta).

«Auspichiamo che l’AIFA accolga la nostra richiesta – conclude Cartabellotta – quale elemento indispensabile di trasparenza a beneficio di aziende farmaceutiche, decisori, professionisti sanitari, pazienti e contribuenti tutti, ma soprattutto di se stessa. Infatti, considerato che in tutti i processi decisionali sui farmaci l’AIFA mantiene sia la funzione di agenzia regolatoria, sia quella di health technology assessment, solo processi decisionali espliciti e trasparenti possono spazzare via qualsiasi dubbio su questa “insolita” doppia veste di un ente che gestisce ogni anno quasi € 30 miliardi di spesa pubblica».

Il Position Statement “Determina AIFA per la classificazione dei farmaci innovativi: analisi metodologica e monitoraggio dell’applicazione” è disponibile a: www.evidence.it/farmaci-innovativi


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9 ottobre 2017
Come abolire il superticket a costo zero

L’ELIMINAZIONE DELL’INIQUO BALZELLO STA ANIMANDO IL DIBATTITO PRE-ELETTORALE, MA NON CI SONO SOLUZIONI CONCRETE ALL’ORIZZONTE. LA FONDAZIONE GIMBE PASSA DALLE PAROLE AI FATTI: LA COPERTURA SI PUÒ TROVARE RIMODULANDO LE ALTRETTANTO INIQUE DETRAZIONI FISCALI IRPEF PER LE SPESE SANITARIE. A FRONTE DI UN PICCOLO SACRIFICIO DEI PIÙ ABBIENTI, LA PROPOSTA GARANTISCE EQUITÀ SOCIALE, GOVERNANCE NAZIONALE E PUÒ FAVORIRE UN’ULTERIORE EMERSIONE DEL SOMMERSO.

Alla vigilia della discussione parlamentare sulla Legge di Bilancio 2018, nella risoluzione sulla nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza 2017, la maggioranza ha chiesto al Governo di "rivedere gradualmente il meccanismo del cosiddetto superticket al fine di contenere i costi per gli assistiti che si rivolgono al sistema pubblico". Torna dunque attuale una questione mai risolta, nonostante il Patto per la Salute 2014-2016 avesse previsto un riordino del sistema di compartecipazione alla spesa, poi timidamente rilanciato − senza esito − nella primavera scorsa dal Ministro Lorenzin e dalle Regioni.

Il vero problema è rappresentato dalle risorse necessarie per eliminare il superticket, cifra impossibile da determinare con precisione, con stime che variano tra € 500 e € 1.000 milioni. Considerato che il decreto sulla rideterminazione del fabbisogno sanitario nazionale ha eroso al SSN € 604 milioni nel 2018 e vista l’inderogabile necessità di garantire il rinnovo di contratti e convenzioni, la priorità assoluta della Legge di Bilancio è riportare il finanziamento agli “originali” 114 miliardi, sperando di recuperare anche le risorse per consentire lo sblocco del turnover. Ecco perché, nonostante le aperture del Ministro Padoan sulla sanità, reperire in Legge di Bilancio le risorse per eliminare, seppur gradualmente, il superticket appare al momento una mission impossible a mero rischio di strumentalizzazione nel dibattito pre-elettorale.

«Il superticket è una tassa estremamente iniqua, afferma Nino Cartabellotta – Presidente della Fondazione GIMBE – perché proporzionalmente pesa di più sui redditi più bassi, è fonte di diseguaglianze in quanto applicata in maniera diversa dalle Regioni e, determinando per molte prestazioni uno spostamento verso il più concorrenziale mercato privato , si traduce anche in uno svantaggio per le casse della sanità pubblica. Peraltro, se il superticket nasce come “tassa provvisoria” con la finanziaria del 2011, negli anni si è trasformato per le Regioni in una “boccata d’ossigeno” strutturale nel clima di generale definanziamento della sanità pubblica».

«Mentre tutti si concentrano sul ticket – continua il Presidente – nessuno ha mai rilevato che il sistema che regola le detrazioni IRPEF per le spese sanitarie è altrettanto iniquo perché da un lato offre le medesime agevolazioni fiscali a tutti i cittadini, indipendentemente dalla fascia di reddito, dall’altro permette di portare in detrazione servizi e prestazioni assolutamente futili, di cui prodotti omeopatici e cure termali rappresentano i casi più emblematici».

Oggi tutti i contribuenti possono detrarre dall’IRPEF il 19% delle spese sanitarie sostenute per la parte eccedente una franchigia di € 129,11, che non viene applicata solo per alcune spese sostenute da persone con disabilità. Secondo i dati dell’Agenzia delle Entrate sull’anno fiscale 2015 i contribuenti hanno portato in detrazione € 16,705 miliardi di spese mediche, con un minor gettito fiscale pari a € 3,174 miliardi.

«Le analisi della Fondazione GIMBE – precisa Cartabellotta – documentano l’iniquità di questa agevolazione fiscale: infatti, a fronte di un rapporto spesa sanitaria media/reddito medio pari al 4,69%, il range oscilla dallo 0,5% (per la fascia di reddito oltre € 300.000) al 137% (per la fascia di reddito sino a € 1.000), senza considerare i contribuenti a reddito negativo, confermando l’enorme impatto della spesa sanitaria privata sulle fasce di reddito più basse».

Senza per ora volere entrare nel merito delle prestazioni ammesse alla detrazione, la Fondazione GIMBE propone due ipotesi di riduzione proporzionale della detraibilità IRPEF per spese mediche, entrambe in grado di recuperare con ampio margine le risorse per eliminare il superticket. La prima, più semplice, prevede la rimodulazione della percentuale di detraibilità in base alla fascia di reddito, permettendo un recupero di € 915,934 milioni; la seconda, più raffinata, aggancia la riduzione proporzionale al rapporto “spesa sanitaria media”/”reddito medio”, generando  un recupero di € 1.023,941 milioni. Tenendo conto che le stime riguardano l’anno fiscale 2015 e che l’eventuale rimodulazione andrebbe a regime con l’anno fiscale 2018, le cifre previsionali, visto il trend in continuo aumento delle spese mediche portate in detrazione, sarebbero molto più elevate.

La proposta GIMBE, oltre a recuperare le risorse per l’abolizione del superticket, lascia intravedere ulteriori benefici: innanzitutto, una maggiore equità sociale grazie ad una redistribuzione delle agevolazioni fiscali in relazione al reddito; in secondo luogo, trasforma la frammentata governance regionale di superticket mal disegnati in minori agevolazioni fiscali gestite a livello nazionale; infine, se tarata sul rapporto spesa sanitaria media/ reddito medio, potrebbe favorire l’emersione del sommerso perché, a parità di reddito, è interesse del contribuente disporre di tutti i documenti fiscali per “conquistare” lo scaglione superiore di detraibilità.

«Siamo pronti a portare in audizione parlamentare i dettagli della nostra proposta – conclude Cartabellotta – perché rendere più equo il sistema delle detrazioni fiscali per le spese sanitarie, a fronte di un piccolo sacrificio dei più abbienti, recuperando le risorse per eliminare il superticket, rappresenta una soluzione coraggiosa che dovrebbe incontrare il favore di tutte le forze politiche alla fine di questa legislatura».


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2 ottobre 2017
Il luogo di residenza condiziona la salute delle persone: alla Sanità serve una nuova governance

L’UNIVERSALISMO DEL NOSTRO SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE È SOLO UN’ETICHETTA SBIADITA: I DATI DIMOSTRANO IMPIETOSAMENTE CHE IL DIRITTO COSTITUZIONALE ALLA TUTELA DELLA SALUTE È MINATO DA POLITICHE REGIONALI E DECISIONI LOCALI CHE DETERMINANO GRAVI DISEGUAGLIANZE NELL’OFFERTA DI SERVIZI E PRESTAZIONI SANITARIE, GENERANO SPRECHI E INEFFICIENZE E INFLUENZANO GLI ESITI DI SALUTE

2 ottobre 2017 - Fondazione GIMBE, Bologna

Il 2° Forum della sostenibilità e opportunità nel settore salute (Firenze, 29-30 settembre) è stato aperto da un costruttivo dibattito su un tema di estrema rilevanza sociale, etica, politica ed economica: la governance del sistema sanitario fra Stato e Regioni, in un contesto generale caratterizzato – come già rilevato dal 2° Rapporto GIMBE – da un cocktail potenzialmente letale per la sostenibilità del servizio sanitario: revisione “al rialzo” dei nuovi LEA incurante dell’imponente definanziamento della sanità pubblica, boom della spesa privata complice una sanità integrativa ipotrofica e poco regolamentata, sprechi e inefficienze, consumismo sanitario alimentato da aspettative irrealistiche di cittadini e pazienti scarsamente alfabetizzati.

«Dal un punto di vista etico, sociale ed economico ha affermato Nino Cartabellotta – Presidente della Fondazione GIMBE e coordinatore della sessione – è inaccettabile che il diritto costituzionale alla tutela della salute, utopisticamente affidato a una leale collaborazione tra Stato e Regioni, sia condizionato dal CAP di residenza del cittadino, a causa di decisioni regionali e locali che, oltre a generare diseguaglianze nell’offerta di servizi e prestazioni, influenzano anche gli esiti di salute».

«L’universalismo – continua il Presidente – è un pilastro fondante e irrinunciabile del nostro servizio sanitario nazionale, ma oggi rischia di rimanere una mera illusione collettiva, perché nei fatti il nostro sistema di welfare si sta inesorabilmente disgregando». In tal senso, i dati documentano un inquietante elenco di variabilità regionali: dagli adempimenti dei LEA alle performance ospedaliere documentate dal programma nazionale esiti, dalla dimensione delle aziende sanitarie alla capacità di integrazione pubblico-privato, dal variegato contributo di fondi integrativi e assicurazioni alla disponibilità di farmaci innovativi, dalla governance della libera professione e delle liste di attesa alla giungla dei ticket, dalle eccellenze ospedaliere del Nord alla desertificazione dei servizi territoriali nel Sud.

Sulla stessa linea Walter Ricciardi, Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità: «Non possiamo accettare che in alcune Regioni i cittadini dispongano di una sanità con standard di eccellenza a costi relativamente contenuti per il Paese, mentre altre Regioni sprecano il denaro pubblico senza offrire alle persone nemmeno i servizi essenziali. Ecco perché il prossimo esecutivo dovrà necessariamente affrontare questa criticità sociale ed economica, magari riproponendo al Parlamento una riforma costituzionale limitata alla sanità, oltre che rilanciare il finanziamento pubblico e mettere la salute delle persone al centro di tutte le decisioni politiche».

«L’ossimoro “welfare selettivo” – ha affermato Luigi d’Ambrosio Lettieri, membro della Commissione Igiene e Sanità del Senato – disegna una prospettiva su cui la politica ha il dovere di aprire un confronto maturo e responsabile per offrire alle persone maggiori garanzie sul diritto costituzionale alla tutela della salute. Dobbiamo farlo tenendo presenti anche le indicazioni che provengono dalle indagini condotte dalle commissioni parlamentari di Senato e Camera e dal 2° rapporto GIMBE sulla sostenibilità del SSN».

«Nelle Regioni che non adempiono ai LEA – afferma Tonino Aceti, coordinatore nazionale del Tribunale dei diritti del malato – i cittadini pagano addizionali IRPEF più elevate e devono andare a curarsi altrove: la confusione delle persone sul proprio (costituzionale) diritto alla salute è ormai inaccettabile». «La carenza di comunicazione istituzionale su questo tema è impressionante – incalza Rosanna Massarenti, direttore di Altroconsumo – Sul decreto appropriatezza ad esempio i cittadini ci hanno chiesto disorientati: perché non ho più diritto alle prestazioni che prima mi venivano concesse? ».

«Cartina al tornasole di queste disuguaglianze – ha puntualizzato Cartabellotta – è la mobilità sanitaria che nel 2016 ha spostato oltre 4,15 miliardi di euro, prevalentemente dal Sud al Nord. Vero è che sono a carico del SSN, ma i costi che i cittadini devono sostenere per viaggi, disagi e quelli indiretti per il Paese sono enormemente più elevati. Senza contare che la mobilità sanitaria non traccia la mancata esigibilità dei LEA territoriali e soprattutto socio-sanitari, diritti che appartengono alla vita quotidiana, in particolare delle fasce socio-economiche più deboli, e non alla occasionalità di un intervento chirurgico».

«Il diritto costituzionale alla tutela della salute – ha concluso Cartabellotta – non può essere condizionato da ideologie partitiche, ma è un diritto civile che la politica deve garantire a tutti cittadini/elettori. Ecco perché la Fondazione GIMBE effettuerà un monitoraggio di tutti i programmi elettorali rispetto alle proposte relative a sanità, welfare e ricerca, incluse quelle finalizzate a potenziare le capacità di indirizzo e verifica dello Stato sui 21 sistemi sanitari regionali, nel pieno rispetto delle loro autonomie».


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25 settembre 2017
Aggiornamento DEF 2017: il PIL cresce, ma per la Sanità pubblica sempre meno risorse

NONOSTANTE LA CRESCITA DEL PIL LA NOTA DI AGGIORNAMENTO DEL DOCUMENTO DI ECONOMIA E FINANZA 2017 CONFERMA IL PROGRESSIVO DEFINANZIAMENTO DEL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE: NEL 2020 I FONDI DESTINATI ALLA SANITÀ VENGONO ULTERIORMENTE RIDOTTI AL 6,3% DEL PIL, BEN AL DI SOTTO DELLA SOGLIA DI ALLARME FISSATA DALL’ORGANIZZAZIONE MONDIALE DELLA SANITÀ. IL RISCHIO CONCRETO È DI RIDURRE, OLTRE LA QUALITÀ DELL’ASSISTENZA E L’ACCESSO ALLE CURE, ANCHE L’ASPETTATIVA DI VITA DELLE PERSONE.

25 settembre 2017 - Fondazione GIMBE, Bologna

Sabato scorso il Consiglio dei Ministri ha approvato la nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza (DEF) 2017, certificando per l’anno in corso una crescita del PIL del 1,5% e confermando la stessa previsione per il 2018 e il 2019. Un dato previsionale di estrema rilevanza per il Paese, visto che nel DEF approvato ad aprile la crescita stimata del PIL era del 1,1% nel 2017 e del 1% nel 2018 e nel 2019.

In termini finanziari per la sanità pubblica, l’aggiornamento del DEF 2017 non prevede alcuna variazione, stimando € 114,138 miliardi di spesa pubblica per il 2017, € 115,068 miliardi nel 2018, € 116,105 nel 2019 e € 118,570 nel 2020. Cifre assolute che corrispondono a una crescita percentuale di 1,4% nel 2017, 0,8% nel 2018, 0,9% nel 2019 e 2,1% nel 2020

«Sulle cifre assolute, soprattutto a medio termine – puntualizza Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – è meglio non farsi illusioni, perché negli ultimi anni la sanità ha sempre ricevuto molto meno di quanto previsto dal DEF. Un gap enorme tra i livelli di finanziamento programmati e quelli effettivamente erogati, recentemente messo nero su bianco anche dalla Corte dei Conti».

Infatti, secondo la “Relazione sulla gestione Finanziaria delle Regioni, esercizio 2015”, nel periodo 2015-2018 l’attuazione degli obiettivi di finanza pubblica ha determinato una riduzione cumulativa del finanziamento del SSN di € 10,51 miliardi, rispetto ai livelli programmati. Cifra che non include l’ulteriore decurtazione del finanziamento di € 423 milioni per il 2017 e di € 604 milioni per il 2018, prevista dal decreto “Rideterminazione del livello del fabbisogno sanitario nazionale”.

«Il dato più inquietante – continua il Presidente – è che secondo la nota di aggiornamento del DEF il rapporto tra spesa sanitaria e PIL dal 6,6% del 2017 si ridurrà al 6,4% nel 2019 per precipitare al 6,3% nel 2020, percentuali mai raggiunte in passato. Come dobbiamo prepararci a scendere ben oltre la temuta soglia di allarme del 6,5% fissata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, al di sotto della quale, oltre la qualità dell’assistenza e l’accesso alle cure, si riduce anche l’aspettativa di vita delle persone?».

Nel Piano nazionale di riforme per la sanità la nota di aggiornamento del DEF 2017 cita per l’ennesima volta l’attuazione del Patto per la salute e del Patto per la sanità digitale da realizzarsi entro il 2017. «Anacronistico – continua il Presidente– il riferimento al Patto per la Salute 2014-2016 e al Patto per la sanità digitale, ormai al palo da tempo, e del tutto utopistica la previsione  che tutte le misure mai realizzate in tre anni possano essere attuato in soli tre mesi a fine legislatura e in pieno clima pre-elettorale».

«La nota di aggiornamento del DEF – conclude Cartabellotta –  conferma in maniera inequivocabile che alla documentata ripresa dell’economia non conseguirà un incremento proporzionale del finanziamento pubblico del SSN. In altri termini, se inizialmente il progressivo definanziamento della sanità pubblica era una inevitabile conseguenza della crisi economica, oggi rappresenta una costante irreversibile».

Questo trend conferma l’inaccettabile paradosso generato da una programmazione sanitaria sganciata da quella finanziaria: sulla carta i cittadini italiani dispongono di un “paniere” di livelli essenziali di assistenza tra i più ricchi d’Europa, ma al tempo stesso la nostra sanità è agli ultimi posti per finanziamento pubblico. Ecco perché, come più volte ribadito dalla Fondazione GIMBE, i nuovi LEA da grande traguardo politico rischiano di trasformarsi in illusione collettiva con gravi effetti collaterali per la popolazione: allungamento delle liste d’attesa, aumento della spesa out-of-pocket, sino alla rinuncia alle cure.


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