Home Press room Comunicati stampa
stampa

Comunicati stampa

22 maggio 2017
Troppi esami preoperatori: una routine rischiosa e costosa

INGIUSTIFICATI TIMORI MEDICO-LEGALI, ABITUDINI CONSOLIDATE E LIMITATA CONDIVISIONE DEI RISCHI CON I PAZIENTI DETERMINANO UN ECCESSO DI ESAMI PRIMA DI UN INTERVENTO CHIRURGICO PROGRAMMATO, QUASI TUTTI INAPPROPRIATI NELLE CATEGORIE DI PAZIENTI A BASSO RISCHIO. LA FONDAZIONE GIMBE PUBBLICA LA SINTESI ITALIANA DELLE LINEE GUIDA NICE AL FINE DI GUIDARE I COMPORTAMENTI PROFESSIONALI, RIORGANIZZARE I PERCORSI LOCALI E INFORMARE I PAZIENTI SU QUALI ESAMI SONO REALMENTE APPROPRIATI.

22 maggio 2017- Fondazione GIMBE, Bologna

Consistenti evidenze scientifiche internazionali e nazionali documentano che negli interventi chirurgici programmati e non urgenti viene prescritto un eccesso di esami preoperatori per diverse ragioni: timori medico-legali non giustificati dalle evidenze disponibili, routine professionali consolidate e resistenti al cambiamento, limitata condivisione dei rischi operatori con i pazienti. Per tale ragione l’Osservatorio GIMBE per la sostenibilità del SSN ha identificato i test preoperatori nella chirurgia di elezione un “sorvegliato speciale” per stimare sprechi diretti e indiretti conseguenti al loro sovra-utilizzo.

«L’utilizzo routinario – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – di test preoperatori da sottoporre a chirurgia elettiva non incide sulla gestione chirurgica e il riscontro di risultati falsamente positivi genera un ulteriore sovra-utilizzo di prestazioni, quali terapie inappropriate, consulti specialistici ed esami invasivi che possono determinare danni ai pazienti. Inoltre, i conseguenti sprechi non sono dovuti solo all’eccesso di esami, ma anche ai ritardi generati nel processo chirurgico».

La linee guida del NICE, disponibili in italiano grazie alla traduzione della Fondazione GIMBE, prendendo in considerazione lo stato fisico del paziente secondo le classi di rischio ASA (American Society of Anesthesiologists) e la complessità dell’intervento chirurgico (minore, intermedia, maggiore), forniscono le raccomandazioni per i test diagnostici con un pratico schema che utilizza i colori del semaforo: rosso (non di routine), giallo (raccomandato in casi particolari), verde (sempre raccomandato).

«Le linea guida NICE – continua il Presidente – raccomanda di includere i risultati di tutti i test pre-operatori effettuati dal medico di famiglia quando si richiede un consulto chirurgico, oltre che considerare tutti i farmaci assunti dal paziente prima di effettuare qualsiasi test pre-operatorio, al fine di evitare inutili duplicazioni di esami, in particolare quelli eseguiti per specifiche comorbidità o terapie assunte dal paziente».

Altro aspetto rilevante su cui si sofferma la linea guida NICE è la necessità di accertare lo stato di gravidanza, visti i rischi per la madre e per il feto determinato dagli anestetici e dalla procedura chirurgica, associati ad un aumentato rischio di aborto spontaneo: infatti, il 5,8% delle gravide ha un aborto spontaneo dopo un intervento chirurgico e la percentuale sale al 10,5% se l’intervento viene effettuato durante il primo trimestre. Paradossalmente, nella chirurgia elettiva il sovra-utilizzo dei test di routine convive con il sotto utilizzo di procedure standardizzate per accertare lo status di gravidanza, incluso il test nei casi dubbi.

«L’articolo 5 – conclude Cartabellotta – della legge 24/2017 sul rischio clinico fa riferimento alla tutela medico-legale del professionista che si attiene a “linee guida elaborate da elaborate da enti e istituzioni pubblici e privati nonché dalle società scientifiche e dalle associazioni tecnico-scientifiche delle professioni sanitarie e, in assenza di queste, da buona pratiche clinico-assistenziali”. In attesa del rilancio del Sistema Nazionale Linee Guida, riteniamo che le raccomandazioni del NICE prodotte con metodologia estremamente rigorosa rappresentino un riferimento, oltre che per guidare i comportamenti professionali e per informare correttamente i pazienti, anche per la tutela medico-legale».

Le “Linee guida per la richiesta appropriata dei test pre-operatori nella chirurgia elettiva” sono disponibili a: www.evidence.it/test-preoperatori


Download comunicato

 

3 maggio 2017
Bufale di stato: inaccettabile e pericolosa disinformazione sulla diagnosi precoce dei tumori

MENTRE LA PRESIDENTE DELLA CAMERA BOLDRINI SOSTIENE UNA CAMPAGNA ISTITUZIONALE CONTRO LE BUFALE SUL WEB, LA TELEVISIONE DI STATO ANNUNCIA FALSI MIRACOLI: LA POSSIBILITÀ DI DIAGNOSTICARE I TUMORI CON UN SEMPLICE PRELIEVO DI SANGUE. LA FONDAZIONE GIMBE SMENTISCE CATEGORICAMENTE LA NOTIZIA E CHIEDE ALLE ISTITUZIONI UNA RIGOROSA GOVERNANCE DELLE INFORMAZIONI SULLA SALUTE TRASMESSE DAL SERVIZIO PUBBLICO

Milioni di Italiani in questi giorni si stanno chiedendo dove effettuare il tanto semplice quanto miracoloso esame del sangue che permette di sapere se il nostro corpo sta per essere (o è già stato) invaso dalla malattia più temuta, il cancro. Dopo l’ampio spazio su vari quotidiani, anche il (dis)servizio pubblico di Porta a Porta ha permesso alla dottoressa Patrizia Paterlini-Bréchot – docente di biologia cellulare e molecolare all'Università di Paris-Descartes – di presentare il suo libro “Uccidere il cancro”: il cavallo di battaglia (o forse la gallina dalle uova d’oro?) della ricercatrice tanto al centro dell’attenzione mediatica è il cosiddetto test ISET®, che sarebbe in grado di diagnosticare il tumore con diversi anni di anticipo, alla modica cifra di 486 euro, ovviamente (e giustamente!) non rimborsati dal servizio sanitario nazionale.

«E’ inaccettabile – accusa Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – che la televisione di Stato permetta a ricercatori in palese conflitto di interessi di diffondere informazioni sulla salute delle persone non ancora validate dalla comunità scientifica e che al momento non hanno nessuna applicazione reale nella pratica clinica e nella sanità pubblica».

Il livello di validazione del test ISET® – già brevettato dalla dott.ssa Paterlini e altri ricercatori e di proprietà della società Rarecells – dal punto di vista scientifico è infatti assolutamente preliminare, come dimostra anche l’ultimo studio pubblicato a gennaio (Plos ONE 2017;12: e0169427). In altri termini, come ha già rilevato ieri Carmine Pinto – Presidente dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) – non conosciamo affatto la capacità del test ISET® di predire i tumori, semplicemente perché non è ancora stato valutato in rigorosi studi clinici sull’uomo.

«Tutte le scoperte scientifiche – precisa Cartabellotta – siano esse diagnostiche o terapeutiche devono attraversare un lungo cammino di validazione attraverso diverse tipologie di studi: dalla ricerca di base in vitro e sugli animali a quella preliminare sull’uomo, sino a rigorose sperimentazioni cliniche che devono essere replicate in diverse popolazioni prima di legittimare l’accuratezza di un test diagnostico o l’efficacia di un trattamento».

Il sito web dell’azienda Rarecells riporta che “la tecnologia ISET® è stata validata da oltre 50 studi scientifici indipendenti realizzati su oltre 2.000 pazienti affetti da differenti tipologie di tumore (cancro ai polmoni, cancro del seno, cancro della prostata, cancro del fegato, cancro del rene, melanoma cutaneo ed uveale, cancro del pancreas, sarcomi, etc…) e più di 600 soggetti sani”. Tuttavia, i suddetti studi - disponibili a www.rarecells.com/iset-publication.html - sono sì sostenuti da avvincenti ipotesi scientifiche e promettenti risultati preliminari, ma non legittimano alcuna raccomandazione per la pratica clinica, né tantomeno informazioni da diffondere alla popolazione, a dispetto di quanto affermato in maniera molto convincente sul sito web www.isetbyrarecells.com/it. A riprova di questo, il test ISET® non è citato, né tantomeno raccomandato, da nessuna linea guida nazionale o internazionale sulla diagnosi di alcun tumore.

«Oggi le aspettative della popolazione nei confronti di una medicina mitica e una sanità infallibile – precisa Cartabellotta – hanno raggiunto livelli inaccettabili e pericolosi in conseguenza di vari fattori: facilità di accesso tramite internet a informazioni scientificamente non validate, assenza di un programma istituzionale di informazione sanitaria per cittadini e pazienti, progressiva medicalizzazione della società».

Se anche la televisione di Stato, sostenuta dai contribuenti, alimenta la disinformazione scientifica illudendo cittadini e pazienti, le Istituzioni preposte a vigilare sulla salute delle persone devono intervenire in maniera sistematica e senza indugi! Il servizio pubblico di informazione non deve e non può in nessun modo alimentare false aspettative: la scienza non può essere oggetto di falsi proclami, né di legittimazioni di pratiche e test non validati, perché rischiano di danneggiare la salute delle persone e compromettere la sostenibilità del servizio sanitario nazionale.

«La battaglia contro il cancro – conclude Cartabellotta – si vince gradualmente grazie al lavoro di tanti ricercatori che ogni giorno fanno un passo in avanti, legittimando e confermando le loro scoperte secondo le regole della comunità scientifica. Enfatizzare risultati preliminari della ricerca attraverso il sensazionalismo offerto dal cortocircuito mediatico non è etico e non è scientifico, né per i ricercatori, né per i giornalisti».


Download comunicato

 

19 aprile 2017
DEF 2017: Profondo rosso per la sanità pubblica

IL DOCUMENTO DI ECONOMIA E FINANZA 2017 CONFERMA IL PROGRESSIVO DEFINANZIAMENTO DEL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE: NEL 2019 IL NOSTRO PAESE DESTINERÀ ALLA SANITÀ SOLO IL 6,4% DEL PIL, SFORANDO LA SOGLIA DI ALLARME FISSATA DALL’ORGANIZZAZIONE MONDIALE DELLA SANITÀ. IL RISCHIO CONCRETO È DI RIDURRE, OLTRE LA QUALITÀ DELL’ASSISTENZA E L’ACCESSO ALLE CURE, ANCHE L’ASPETTATIVA DI VITA DELLE PERSONE.

19 aprile 2016 - Fondazione GIMBE, Bologna

Prende oggi il via in Commissione Igiene e Sanità del Senato l'esame del Documento di Economia e Finanza (DEF) 2017, secondo il quale nel triennio 2018-2020 il PIL nominale dovrebbe crescere in media del 2,9% per anno, mentre l’incremento della spesa sanitaria dovrebbe attestarsi su tasso medio annuo dell’1,3%. In termini finanziari per la sanità pubblica significherebbe passare dai € 114,138 miliardi stimati per il 2017 a € 115,068 miliardi nel 2018, a € 116,105 nel 2019 e € 118,570 nel 2020.

«Sulle cifre assolute – puntualizza Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – è meglio non farsi troppe illusioni, perché negli ultimi anni la sanità ha sempre ricevuto molto meno di quanto previsto dal DEF. Clamoroso l’esempio del 2016: i € 117,6 miliardi stimati dal DEF 2013 si sono ridotti a € 116,1 con il DEF 2014, quindi a € 113,4 con il DEF 2015, per arrivare con la Legge di Stabilità 2016 a un finanziamento reale di € 111 miliardi, comprensivi di € 800 milioni da destinare ai nuovi LEA».

Se le stime del DEF 2017 su aumento del PIL e spesa sanitaria fossero corrette - al di là delle rassicurazioni dall’inconfondibile sapore pre-elettorale - esiste una sola chiave di lettura: crescendo meno del PIL nominale, la spesa sanitaria non coprirà nemmeno l'aumento dei prezzi. In altre parole, nel prossimo triennio la sanità pubblica potrà disporre delle stesse risorse in termini di potere di acquisto solo se la ripresa economica del Paese sarà in linea con previsioni più che ottimistiche, visto che la crescita stimata del PIL è del 2,2% nel 2017 e del 2,9% nel 2018 e nel 2019.

«Il dato più preoccupante per la salute delle persone – continua il Presidente – è che secondo il DEF 2017 il rapporto tra spesa sanitaria e PIL diminuirà dal 6,7% del 2017 al 6,5% nel 2018 per precipitare al 6,4% dal 2019, una percentuale mai raggiunta in passato. Varcheremo dunque la temuta soglia di allarme fissata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, secondo cui sotto il 6,5%, oltre la qualità dell’assistenza e l’accesso alle cure, si riduce anche l’aspettativa di vita delle persone».

Peraltro nel confronto con gli altri Paesi, i dati OCSE 2016 dimostrano che in Italia la sanità continua inesorabilmente a perdere terreno: la spesa totale pro-capite è inferiore alla media OCSE (3.272 vs 3.814 dollari), in Europa siamo primi solo tra i paesi (poveri) che spendono meno (Spagna, Slovenia, Portogallo, Repubblica Ceca, Grecia, Slovacchia, Ungheria, Estonia e Lettonia), mentre tra i paesi (ricchi) del G7 siamo fanalino di coda per spesa totale e per spesa pubblica, ma secondi per spesa a carico dei cittadini.

«Anche per questo dato – precisa Cartabellotta –la chiave di lettura non può che essere univoca: negli ultimi 10 anni la politica si è progressivamente sbarazzata di una consistente quota della spesa pubblica destinata alla sanità senza essere capace di rinforzare la spesa privata intermediata, con la conseguenza che la spesa a carico dei cittadini nel 2016 ha sfiorato i € 35 miliardi».

«Il DEF 2017 – conclude Cartabellotta – conferma ulteriormente le perplessità già espresse dalla Fondazione GIMBE sulla sostenibilità dei nuovi LEA, che da grande traguardo politico rischiano di trasformarsi in illusione collettiva con gravi effetti collaterali: allungamento delle liste d’attesa, aumento della spesa out-of-pocket, sino alla rinuncia alle cure. Infatti, la necessità di estendere oltre ogni limite il consenso ha generato un inaccettabile paradosso figlio di contraddizioni politiche e di una programmazione sanitaria sganciata da quella finanziaria: sulla carta oggi i cittadini dispongono del “paniere LEA” più ricco d’Europa, ma al tempo stesso il DEF 2017 conferma che la sanità italiana è agli ultimi posti per la spesa pubblica».


Download comunicato

Torna alla prima pagina
1
2
3
Vai all'ultima pagina


Pagina aggiornata il 18/02/2014