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22 giugno 2017
Linee Guida e Responsabilità Professionale: lo studio GIMBE approda ad Oxford

Unica voce italiana al prestigioso evento “Evidence Live” lo studio che ha valutato le Linee Guida prodotte in Italia dalle Società Scientifiche. Dai dati emerge un paradosso che a breve termine condizionerà inevitabilmente l’applicazione della nuova legge sulla Responsabilità Professionale: oggi le Linee Guida potenzialmente utilizzabili sono un numero esiguo e concentrate in pochissime aree clinico-assistenziali.

Sul palcoscenico di Evidence Live – evento internazionale che raduna a Oxford i massimi esperti nella produzione, sintesi e trasferimento delle evidenze scientifiche – è stata presentata ieri la ricerca finanziata dalla Fondazione GIMBE con la borsa di studio “Gioacchino Cartabellotta” e condotta sotto l’egida dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) e del Guidelines International Network (G-I-N), rete internazionale di organizzazioni che producono linee guida in oltre 40 paesi.

«Nel marzo 2016, durante la discussione parlamentare della legge sulla responsabilità professionale – ha esordito Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – abbiamo finanziato lo studio “Linee guida per la pratica clinica in Italia: qualità metodologica e gestione dei conflitti di interesse”, con l’obiettivo  di fornire alle Istituzioni un quadro oggettivo sul numero delle linee guida prodotte in Italia e sulla loro qualità, valutata in base all’aderenza agli standard G-I-N su metodologie di produzione e governance dei conflitti di interesse».

Cartabellotta ha presentato i risultati della prima fase dello studio che ha valutato esclusivamente le linee guida prodotte dalle società scientifiche italiane. Delle 403 società identificate, quasi l’80% (n. 322) sono state escluse per varie ragioni: mancanza di sito web (n. 6), assenza di pagina web dedicata alle linee guida (n. 289), pagina linee guida ad accesso riservato (n. 14), link ad altri produttori internazionali (n. 13). Dei 712 documenti complessivamente censiti, solo 359 (50,4%) sono stati identificati come linee guida: il resto erano file non accessibili (n. 9), altri documenti (n. 71) e linee guida di altri produttori internazionali (n. 273). La valutazione finale ha incluso solo 75/359 (21%) linee guida pubblicate nel 2015 e nel 2016. La qualità metodologica valutata attraverso l’aderenza agli standard del G-I-N è risultata complessivamente accettabile, ad eccezione della disclosure sui conflitti di interesse, riportata solo nel 17% dei casi. Da rilevare che 42/75 linee guida incluse nella valutazione finale sono state prodotte da 2 sole società scientifiche: 33 dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) e 9 dalla Società Italiana di Chirurgia Vascolare ed Endovascolare (SICVE), società che dispongono di un proprio manuale metodologico a riprova del fatto che a metodi rigorosi conseguono risultati eccellenti.

«La legge sulla responsabilità professionale – ha puntualizzato il Presidente – ha affidato un ruolo cruciale alle linee guida, ma dallo studio GIMBE emerge un paradosso che a breve termine ne condizionerà inevitabilmente l’applicazione: le linee guida prodotte dalle società scientifiche italiane potenzialmente utilizzabili sono oggi un numero esiguo e si concentrano in pochissime aree clinico-assistenziali».

Da questo punto di vista è fondamentale che la legge abbia affidato la governance nazionale del processo di produzione di linee guida all’ISS, a cui spetta il compito di definire le priorità, evitare duplicazioni, favorire la produzione di linee guida multiprofessionali-multidisciplinari, standardizzare i criteri di qualità metodologica e definire le modalità di gestione dei conflitti di interesse.

«Anche se le recenti novità normative e giurisprudenziali –  ha concluso Cartabellotta –  hanno rivitalizzato l’interesse per le linee guida in Italia, è indispensabile evitare un loro impiego rigido e strumentale esclusivamente a fini di tutela medico-legale, ma piuttosto utilizzarle sia come base scientifica per lo sviluppo dei percorsi assistenziali, sia come raccomandazioni per supportare decisioni cliniche da condividere sempre con il paziente».

La versione italiana dello studio GIMBE è disponibile a: www.gimbe.org/studio-linee-guida      


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6 giugno 2017
2° Rapporto GIMBE: Servizio Sanitario in prognosi riservata. Entro il 2025 saremo orfani della sanità pubblica?

ANCHE SE NON ESISTE UN DISEGNO OCCULTO DI SMANTELLAMENTO E PRIVATIZZAZIONE DEL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE, CONTINUA A MANCARE UN PROGRAMMA POLITICO DI MEDIO-LUNGO TERMINE PER SALVAGUARDARLO. LA FONDAZIONE GIMBE HA ELABORATO UN DETTAGLIATO “PIANO DI SALVATAGGIO” CHE, OLTRE AL NECESSARIO MA POCO PROBABILE RILANCIO DEL FINANZIAMENTO PUBBLICO, PREVEDE UNA RIDEFINIZIONE DEL PERIMETRO DEI LEA, UN PIANO NAZIONALE DI DISINVESTIMENTO DAGLI SPRECHI E UNA RIFORMA DELLA SANITÀ INTEGRATIVA.

6 giugno 2017 - Fondazione GIMBE, Roma

La Fondazione GIMBE ha presentato oggi alle Istituzioni presso la Biblioteca del Senato “Giovanni Spadolini” il 2° Rapporto sulla sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale: «La Fondazione GIMBE – esordisce il Presidente Nino Cartabellotta – ribadisce quanto già affermato con la pubblicazione del precedente Rapporto: non esiste alcun disegno occulto di smantellamento e privatizzazione del Servizio Sanitario Nazionale, ma continua a mancare un piano preciso di salvataggio, condizionato dalla limitata capacità della politica di guardare a medio-lungo termine. Nella consapevolezza che la sanità rappresenta sia un considerevole capitolo di spesa pubblica da ottimizzare, sia una leva di sviluppo economico da sostenere, il Rapporto valuta invece con una prospettiva decennale il tema della sostenibilità del SSN, ripartendo dal suo obiettivo primario: promuovere, mantenere e recuperare la salute delle persone».

Il Rapporto analizza in maniera dettagliata le quattro criticità che condizionano la sostenibilità del SSN, formulando specifiche proposte con il “Piano di salvataggio” del SSN:

Finanziamento pubblico. La spesa sanitaria in Italia continua inesorabilmente a perdere terreno, sia considerando la % del PIL sia soprattutto la spesa pro-capite, inferiore alla media OCSE ($ 3.245 vs $ 3.976), che posiziona l’Italia prima tra i paesi poveri dell’Europa. «L’entità del definanziamento pubblico – precisa Cartabellotta – emerge in maniera ancora più evidente confrontando la crescita percentuale della spesa pubblica nel 2009-2015, dove l’Italia si attesta ultima, con un misero +2,9% (rispetto al 20% della media OCSE), precedendo solo Spagna, Portogallo e Grecia, paesi in cui si è verificata addirittura una riduzione percentuale». Purtroppo, il Documento di Economia e Finanza (DEF) 2017 conferma che, se nel 2010-2015 la sanità si è fatta pesantemente carico della crisi economica del Paese, una eventuale ripresa del PIL nei prossimi anni non avrà un corrispondente positivo impatto sul finanziamento pubblico del SSN, perché il DEF 2017 ne ha ridotto in maniera rilevante la percentuale da destinare alla sanità.

Nuovi LEA. Il Rapporto esamina in maniera analitica le criticità applicative dei nuovi LEA, un “paniere” di prestazioni estremamente ricco, ma che deve fare i conti con il pesante definanziamento pubblico. «Il vero problema – puntualizza il Presidente – è che il DPCM sui nuovi LEA non rende esplicita né la metodologia per inserire le prestazioni nei LEA, né quella per “sfoltirli”. In assenza di metodo si concretizzano situazioni paradossali, dove con il denaro pubblico vengono al tempo stesso rimborsate prestazioni futili o addirittura dal rapporto rischio-beneficio sfavorevole, mentre prestazioni indispensabili non vengono garantite».

Sanità integrativa. Dei quasi € 35 miliardi di spesa privata, l’88% in Italia è a carico dei cittadini, con una spesa pro-capite annua di oltre € 500. «Le varie forme di sanità integrativa – precisa Cartabellotta – “intermediano” infatti solo il 12,8% della spesa privata, collocando l’Italia agli ultimi posti dei paesi dell’OCSE. Peraltro, la frammentazione legislativa ha generato un paradosso inaccettabile: se i fondi sanitari integrativi non possono coprire prestazioni essenziali, molte di queste oggi vengono sostenute dalle assicurazioni private, che si stanno insinuando tra incertezze delle Istituzioni e minori tutele della sanità pubblica, rischiando di trasformare silenziosamente, ma inesorabilmente, il modello di un SSN pubblico, equo e universalistico in un sistema misto».

Spechi e inefficienze. Il Rapporto aggiorna le stime sull’impatto degli sprechi sulla spesa sanitaria pubblica 2016: € 22,51 miliardi erosi da sovra-utilizzo, frodi e abusi, acquisti a costi eccessivi, sotto-utilizzo, complessità amministrative, inadeguato coordinamento dell’assistenza. «Quest’anno – aggiunge il Presidente – abbiamo elaborato “carte di identità” per ciascuna delle sei categorie e, sulla base delle iniziative rilevanti realizzate dall’Agenas e dall’Autorità Nazionale Anti Corruzione, abbiamo sviluppato la tassonomia GIMBE di frodi e abusi in sanità, integrando fonti bibliografiche internazionali, casistiche giurisprudenziali, fatti e fenomeni nazionali».

Agnès Couffinhal – senior economist dell’OCSE – ha confermato le stime GIMBE sugli sprechi, presentando per la prima volta in Italia il report Tackling Wasteful Spending on Health: «Le evidenze sugli sprechi nei sistemi sanitari – ha precisato la curatrice del report – sono inequivocabili: non è più tempo di disquisire sulla loro esistenza, ma bisogna agire senza indugi. Considerato che circa 1/5 della spesa sanitaria apporta un contributo minimo o nullo al miglioramento della salute delle persone, tutti gli stakeholder sono chiamati a collaborare per tagliare gli sprechi con precisione chirurgica»

«Secondo le nostre stime, che restano estremamente conservative – conclude Cartabellotta – nel 2025 il fabbisogno del SSN sarà di € 210 miliardi, cifra che può essere raggiunta solo con l’apporto costante di tre “cunei di stabilizzazione”: piano nazionale di disinvestimento da sprechi e inefficienze, incremento della quota intermediata della spesa privata e, ovviamente, adeguata ripresa del finanziamento pubblico. In assenza di un programma di tale portata, la lenta trasformazione verso un sistema sanitario misto sarà inesorabile, consegnando definitivamente alla storia il nostro tanto invidiato sistema di welfare. Ma, se anche questa sarà la strada, la politica non potrà esimersi dal giocare un ruolo attivo, avviando una rigorosa governance della delicata fase di transizione con il fine di proteggere le fasce più deboli e di ridurre al minimo le diseguaglianze».

La versione integrale del 2° Rapporto GIMBE è disponibile per la consultazione pubblica all’indirizzo web: www.gimbe/rapporto2017

 

Rapporto GIMBE: il “Piano di salvataggio” del Servizio Sanitario Nazionale

  • Offrire ragionevoli certezze sulle risorse destinate al SSN, mettendo fine alle annuali revisioni al ribasso rispetto alle previsioni e soprattutto con un graduale rilancio del finanziamento pubblico.
  • Rimodulare i LEA sotto il segno del value, per garantire a tutti i cittadini servizi e prestazioni sanitarie ad elevato value, destinando quelle dal basso value alla spesa privata e impedendo l’erogazione di prestazioni dal value negativo.
  • Ridefinire i criteri della compartecipazione alla spesa sanitaria e le detrazioni per spese sanitarie a fini IRPEF, tenendo conto anche del value delle prestazioni sanitarie.
  • Attuare al più presto un riordino legislativo della sanità integrativa.
  • Avviare un piano nazionale di prevenzione e riduzione degli sprechi, al fine di disinvestire e riallocare almeno 1 dei 2 euro sprecati ogni 10 spesi.
  • Mettere sempre la salute al centro di tutte le decisioni (health in all policies), in particolare di quelle che coinvolgono lo sviluppo economico del Paese, per evitare che domani la sanità paghi “con gli interessi” quello che oggi appare una grande conquista.

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29 maggio 2017
Omeopatia: basta bugie, è solo un costoso placebo

LA LIBERTÀ DI CURA ESISTE SOLO QUANDO SI È CORRETTAMENTE INFORMATI: LA FONDAZIONE GIMBE AFFERMA SENZA INDUGI CHE I PRODOTTI OMEOPATICI NON SONO EFFICACI PER CURARE NESSUNA MALATTIA E, COME TALI, NON SONO INTEGRATIVI NÉ TANTO MENO ALTERNATIVI AI TRATTAMENTI DI PROVATA EFFICACIA. I MEDICI CHE LI PRESCRIVONO ILLUDONO I LORO PAZIENTI, GRAZIE AL COMPLICE SILENZIO-ASSENSO DI ORDINI PROFESSIONALI E ISTITUZIONI

29 maggio 2017- Fondazione GIMBE, Bologna

Nel 2015 il National Health Medical Research Council australiano ha pubblicato una revisione sistematica indipendente dal verdetto impietoso: non esiste alcuna patologia in cui sia provata l'efficacia dell'omeopatia. Di conseguenza “non dovrebbe essere utilizzata per trattare malattie croniche, severe o che potrebbero diventare tali e le persone che scelgono l’omeopatia mettono a rischio la loro salute se rifiutano o ritardano terapie per le quali esistono adeguate evidenze di efficacia e sicurezza”. Eppure, come fieramente sbandierato dai produttori lo scorso 10 aprile, in occasione della giornata mondiale dell’omeopatia, “sono 8 milioni gli italiani che usano l'omeopatia almeno una volta all'anno. E tra di loro vi sono anche molti bambini, visto che quasi un pediatra su tre ha prescritto prodotti omeopatici almeno una volta”.

«Legittimare l’efficacia dei prodotti omeopatici – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – puntando sul fatto che una parte della popolazione li utilizza rappresenta una strategia di persuasione pubblica basata su teorie di marketing e non sul metodo scientifico. Analogamente a quanto accade per i medicinali, infatti, anche i prodotti omeopatici devono essere sottoposti a rigorose sperimentazioni cliniche che, senza se e senza ma, non ne hanno mostrato efficacia alcuna. Tanto che negli USA, perfettamente in linea con le evidenze scientifiche, nel novembre 2016 la Federal Trade Commission – agenzia di tutela dei consumatori – ha imposto di indicare sulle confezioni di prodotti omeopatici che non esiste alcuna prova della loro efficacia».

Nel nostro Paese, fatta eccezione per illustri scienziati come Silvio Garattini o autorevoli giornalisti come Piero Angela che hanno sempre espresso pubblicamente il loro scetticismo nei confronti dell’omeopatia, le Istituzioni pubbliche e la Federazione Nazionale dell’Ordine dei Medici e Odontoiatri (FNOMCeO) non hanno mai osato prendere rigorose posizioni in merito: solo Walter Ricciardi - Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità - ha espresso le sue perplessità in merito agli ambulatori di omeopatia in Toscana a carico del SSN. Più recentemente, il Comitato Nazionale per la Bioetica ha pubblicato la “Dichiarazione sull’etichettatura dei preparati omeopatici e sulla trasparenza dell’informazione”, chiedendo che il termine “medicinale” sia sostituito dal termine “preparato” e che la frase “Medicinale omeopatico senza indicazioni terapeutiche approvate” sia modificata in “Preparato omeopatico di efficacia non convalidata scientificamente e senza indicazioni terapeutiche approvate”. L’unico ad astenersi dal sottoscrivere tale dichiarazione, necessaria per garantire la debita trasparenza, è stato proprio il rappresentante della FNOMCeO.

«I cittadini – continua Cartabellotta – devono sapere inoltre che i prodotti omeopatici presenti sul mercato non sono stati approvati da nessuna autorità regolatoria: finora era infatti sufficiente una semplice notifica al Ministero della Salute».

Ora finalmente, secondo la direttiva 2001/83/CE recepita con il DL 24 aprile 2006 n.219, le aziende produttrici che entro il 30 giugno 2017 non avranno presentato all'AIFA la documentazione necessaria per ottenere l'Autorizzazione all'Immissione in Commercio dei loro prodotti dovranno ritirarli dal mercato entro la fine di giugno del 2018. La data di scadenza era già stata fissata al 30 giugno 2015, ma le aziende hanno chiesto e ottenuto una prima proroga: approssimandosi ora la nuova scadenza, Omeoimprese ha richiesto – senza successo – una ulteriore proroga, nonostante si tratti di una procedura semplificata che non richiede alcuna dimostrazione di efficacia, ma solo della loro sicurezza.

«È infine paradossale rilevare che i prodotti omeopatici, – conclude il Presidente – sebbene interamente a carico del cittadino, godono dei medesimi benefici di detraibilità fiscale alle altre spese sanitarie: ciò significa che un mercato dei prodotti omeopatici di € 255 milioni nel 2016 secondo i dati di Federfarma, genera potenziali detrazioni per oltre € 40 milioni, di fatto pagati della comunità, che vanno a sommarsi alle detrazioni per le visite dei medici omeopati».


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Pagina aggiornata il 18/02/2014